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Aharon Appelfeld in “Storia di una vita”.

Sfidare la memoria, imbrigliare i ricordi, riparare l’anima, e poi finalmente riappropriarsi di un’infanzia che la Storia ci aveva sottratto. E pagare un riscatto straziante: il ricordo di un dolore che neanche il tempo ha saputo lenire.

Un’infanzia spezzata
“Invidiavo chi era libero del passato e l’aveva dimenticato”: di Federica De Maria

Scegliere tra dover dimenticare e voler ricordare è ciò che ha fatto lo scrittore israeliano Aharon Appelfeld - nato nel 1932 in Bucovina - per scrivere, per riuscire a scrivere, la sua Storia di una vita, un racconto autobiografico struggente ma indispensabile. Indispensabile per la letteratura. E per la Storia.
Il piccolo Aharon ha un’intelligenza curiosa, una famiglia di ebrei assimilati, una forte passione per l’agricoltura e un intenso desiderio di osservare tutto intorno a sé. Ha una madre che adora, con la quale parla tedesco. Ha i nonni, e con loro parla lo yiddish. Ma Aharon ha anche due gambe per correre. Per fuggire alla morte, da solo nei boschi, in quell’autunno del 1942.

Non è semplice raccontare questo libro. Sono pagine che ti conquistano, ti immobilizzano anche se non hai tempo, anche se credi che non sia il momento di leggere storie tristi o di ricordare epoche ingiuste, molto più che tristi. Resti inchiodato alle pagine anche se credi di sapere già tutto, in linea di massima, delle sofferenze degli ebrei, dell’Olocausto, delle identità andate in frantumi. Di un senso di appartenenza che non si riesce a rintracciare perché ciò che è capitato ha lacerato o annientato tutto. Ma nel libro Storia di una vita non si narrano le sofferenze, non si attaccano i persecutori, non si racconta il dettaglio dell’Io. Si svela una vita, si cura una fitta, si libera il ricordo.

Appaiono istantanee disperate, come quella dei bambini ciechi che cantano musica classica camminando in fila verso i treni maledetti. Il lettore li vede, i vagoni, mentre l’innocenza dei bambini ciechi continua a cantare. O l’immagine della piccola Helga, una bambina dolce, incessantemente sorridente, e mutilata. Oppure il “recinto Keffer”, dramma inenarrabile.

Dimenticare o ricordare la guerra? “La memoria è nel corpo, tutti i ricordi sono lì”, risponde lo scrittore. È il corpo di Appelfeld, più che la sua anima, a conservare i frammenti della memoria sopravvissuta.

Allo scoppio della II Guerra Mondiale, Aharon ha sette anni e

si ritrova orfano di madre, poi trascurato bambino del ghetto, e infine si trascina dietro al padre nelle marce punitive attraverso le steppe dell’Ucraina, durante le quali chi agonizzava e moriva, restava abbandonato ai lati della strada.

Due mesi di cammino e poi la destinazione per i pochissimi superstiti è ormai raggiunta: un maledetto campo di concentramento. Dopo pochi giorni il bambino viene separato dal padre e da quel momento comincia, fuggendo e nascondendosi nei boschi, l’esistenza dell’orfano Aharon Appelfeld.

Ma Aharon rivuole “la vita che aveva perduto nelle steppe dell’Ucraina”.
Dopo i boschi, il bambino giunge in Palestina nel 1946, senza una lingua e senza un’istruzione. Studia all’Università ebraica, comincia a scrivere, frequenta il Circolo, che considera la sua famiglia, studia la lingua ebraica, particolarmente difficile da imparare.

Aharon Appelfeld tuttora si stupisce quando incontra giovani ebrei ai quali non è stato tramandato nulla. Non si arrabbia, ma si sorprende molto.
Dimenticare o ricordare? Ricordare, senza dubbio.

Aharon Appelfeld
Storia di una vita

Trad. di O. Bannet – R. Scardi
La Giuntina 2001
pp. 187, euro 12,50

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