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Remo Remotti

L’autobiografia di un impenitente settantenne che è stato ed è: pittore, scultore, poeta, scrittore, umorista, autore e attore di cinema e teatro (ha lavorato, tra gli altri, con Marco Bellocchio, Nanni Moretti, Ettore Scola, i fratelli Taviani, Werner Masten, Peter Ustinov, Nanni Loy, Maurizio Nichetti, Carlo Mazzacurati). Sua la bellissima poesia scritta negli anni Cinquanta Me ne vado da Roma.

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Remo Remotti
Remo Remotti, pittore, scultore, attore, autore teatrale, umorista, è nato a Roma nel 1924, dove attualmente vive e lavora. Da alcuni anni realizza spettacoli musicali/teatrali con l’ausilio del gruppo di musica elettronico Recycle con i quali ha inciso il brano Me ne vado da Roma.

un assaggio…
Lucky Luciano passò davanti a me per un attimo e mi guardò freddamente negli occhi attraverso i suoi occhiali a lente non cerchiata con la sottile montatura in oro che lo rendevano simile a un prete cattolico italo-americano. Seduto nella hall di quell’alberghetto napoletano di seconda categoria, colpito da quello sguardo freddo e tagliente, non potei fare a meno di abbozzare una specie di saluto chinando leggermente la testa. Lucky Luciano nemmeno si scompose e continuò diritto fino a raggiungere il gruppo di colleghi-gangster-subalterni italo-americani che lo stavano attendendo in piedi a qualche metro da me. Che si trattasse di gangster lo avrebbe capito anche un ragazzino. Quasi tutti piccoletti di statura, cappelli a falde larghe un po’ piegati da una parte, camicie bianche all’americana, cravatte sgargianti, doppi petti grigi di grisaglia, mani sprofondate nelle tasche, sembravano delle comparse d’un film poliziesco. All’arrivo di Lucky Luciano, gli si strinsero intorno per qualche minuto e poi si accomodarono sul divano e sulle poltrone vicino a lui e, proprio come nei film, cominciarono a fumare dei grossi sigari. I cappelli se li erano tolti all’arrivo del capo. Io ero lì in quell’alberghetto napoletano perché il giorno dopo mi sarei imbarcato per il Perù. Era stata una scelta un po’ difficile – la prima della mia vita – ma ormai trovandomi a Napoli in attesa della partenza, il più era stato fatto. Il dado era tratto. Guardavo quei gangster e in fondo li ammiravo. Figli di mignotta quanto vuoi, mi sembrava gente che avesse una vita da raccontare, gente buttata con coraggio all’avventura, che non era stata anni a marcire dentro un ufficio con l’alibi e il compromesso della famiglia e della sicurezza, gente insomma che aveva vissuto la propria vita, sia pure una vita da gangster. Ero deciso a fare lo stesso. Anch’io sarei diventato un italo-americano, magari del Sud. Anch’io volevo in qualche modo vivere la mia vita e non marcire in un ufficio con famiglia a carico. A Roma la Banca Commerciale Italiana – la Comit per gli addetti ai lavori – mi aspettava come un mostro con la bocca spalancata. La Comit voleva ingoiarmi, divorarmi. Da anni giravo Roma come un disperato alla ricerca di un lavoro decente, un lavoro che mi piacesse, nel quale mi potessi in qualche modo ritrovare senza sentirmi nella bocca di un mostro. Mortacci sua quella Roma. Dopo il lavoro al Comando alleato, ai cimiteri americani, alla TWA, in un ufficio di importazioni-esportazioni, al Piano Marshall, non mi rimaneva ora che entrare alla Banca Commerciale Italiana dove avevano accettato una mia domanda. In Perù avevo un amico che mi aveva preceduto. Gli scrissi cento volte finché un giorno mi scrisse invitandomi a raggiungerlo. A Roma salutavo gli amici. Dove vai? Vado in Perù. Ma che sei matto? Me ne andavo da quella Roma puttanona, borghese, fascistoide, da quella Roma del “volemose bene e annamo avanti”, da quella Roma delle pizzerie, delle latterie, dei “Sali e Tabacchi”, degli “Erbaggi e Frutta”, quella Roma dei castagnacci, dei maritozzi con la panna, senza panna, dei mostaccioli e caramelle, dei supplì, dei lupini, delle mosciarelle… Me ne andavo da quella Roma dei pizzicaroli, dei portieri, dei casini, delle approssimazioni, degli imbrogli, degli appuntamenti ai quali non si arriva mai puntuali, dei pagamenti che non vengono effettuati, quella Roma degli uffici postali e dell’anagrafe, quella Roma dei funzionari dei ministeri, degli impiegati, dei bancari, quella Roma dove le domande erano sempre giˆ chiuse, dove ci voleva una raccomandazione… Me ne andavo da quella Roma dei pisciatoi, dei vespasiani, delle fontanelle, degli ex-voto, della Circolare Destra, della Circolare Sinistra, del Vaticano, delle mille chiese, delle cattedrali fuori le mura, dentro le mura, quella Roma delle suore, dei frati, dei preti, dei gatti…

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