Nati due volte di Giuseppe Pontiggia

Nati due volte, al rapporto fra un padre e un figlio disabile. Più che la storia di uno scontro generazionale, Nati due volte è la cronaca di un incontro nel tempo, di un rapporto insieme duro e profondo, guardato senza compiacimenti retorici.

a cura di Sebastiana Nobili e Vanessa Pietrantonio da Bollettino 900

L’intervista ci sembra difficile: il tema è delicato e per di più di origine autobiografica; non sappiamo come cominciare, non vorremmo cadere nella banalità o, peggio ancora, nel sentimentalismo. Alla fine pensiamo che l’idea migliore sia quella di leggere brani del libro e di proporre le riflessioni che la lettura ha suscitato in noi, per poi lasciare che sia Pontiggia a parlare, a suggerire un percorso. Così partiamo da un scena che ci è rimasta impressa: quella dei genitori - il bambino ancora piccolissimo, la diagnosi incerta - che si rivolgono a una fisioterapista dopo avere consultato medici più o meno rassicuranti, sempre evasivi. La donna, per spiegare ai genitori cosa potrà verificarsi, mima la camminata incerta di uno spastico: i due decidono di non proseguire gli incontri.

«Quando vedo Paolo camminare, barcollando, davanti a me, rivedo lei che barcollava sul tappeto, nella stanza grigia, al tramonto, proiettando un’ombra dilatata sulla parete. Penso che è stata l’unica a darci del futuro l’immagine più vicina alla realtà. E forse per questo l’abbiamo rifiutata».1 Mi sembra che la reazione dei genitori sia naturale e innaturale insieme…

Sì perché l’handicap, appunto, appare inaccettabile al sano, al giovane, e invece è un ospite di riguardo: dovremmo avere molta attenzione per l’handicap, perché l’handicap è un’esperienza che tutti facciamo. I giovani hanno handicap profondi di carattere emotivo, di carattere psicologico, professionale, e gli uomini maturi non meno: basta pensare al fenomeno del mobbing in Italia, due milioni e mezzo di lavoratori che vengono emarginati perché non ritenuti all’altezza del progresso tecnologico. Dopo i quarant’anni non c’è persona che, se si tratta il tema della memoria, non si senta coinvolta. Tutti si sentono tormentati da problemi alla memoria, attribuendo ai giovani una memoria prodigiosa che non hanno affatto (e lo dimenticano). Però dopo i quarant’anni comincia l’ossessione della memoria, e poi si va incontro ad altre disabilità. Nel mio romanzo c’è la disabilità dell’intelligenza, la stupidità come pericolo che il narratore scopre continuamente in se stesso: non a caso è un insegnante che scopre continuamente la propria insufficienza. Si tormenta perché il figlio non capisce i test di matematica e sua moglie gli dice: «Ma tu l’hai mai capita la matematica?»: anche qui c’è l’idea di un’intelligenza settoriale, perché l’intelligenza, lo sappiamo, ha forme molteplici e forme compensatorie, cioè è priva di certe capacità, ma ne sviluppa altre. Il problema è quello di prendere coscienza che la disabilità riguarda tutti noi, e il disabile è semplicemente un compagno di viaggio più sfortunato che ha una disabilità più vistosa, più evidente, più grave, ma non qualcosa che lo rende diverso. Quello che dovremmo stabilire è lo statuto della diversità: tutti noi siamo diversi. Il disabile è un diverso più evidente, ma non appartiene a un’altra specie. Io sono sempre stato immensamente interessato dal lessico, dalle parole in quanto campo di confronto tra gli uomini, dal linguaggio come strumento aggressivo/difensivo, quasi mai di chiarezza neutrale. Naturalmente il lessico che riguarda l’handicap è oggetto di controversie, di conflitti astiosi perché gli uomini diventano sensibili al linguaggio in due casi: quando si innamorano e quando sono toccati sul piano professionale, allora sviluppano improvvisamente un’attenzione alle parole inaudita, sconcertante. Chi si innamora scopre che attraverso il linguaggio può schiudere porte oppure chiuderle definitivamente, e chi è impegnato sul piano professionale è attentissimo a tutte le differenze lessicali. Nessuno che abbia in famiglia un bambino down dirà mai «è un mongoloide» come offesa, nessuno. Neanche l’amico di una famiglia che abbia un figlio down dirà mai «mongoloide!». Chi invece non è toccato direttamente dal problema usa questi termini, “spastico”, “mongoloide”, con brutalità. Ma se accade di essere toccati, il linguaggio diventa reticente: allora lo zoppo è claudicante, ha problemi di ambulazione, ha problemi di locomozione. Io pesco, per così dire, in tutta l’industria del linguaggio che si sviluppa intorno a questi temi: oggi si preferisce “disabile” a “handicappato”, e io capisco, perché gli uomini hanno sempre cambiato il lessico relativo alle professioni in rapporto al mutamento sociale. Le professioni vengono viste in una luce nuova, e allora quella che prima era una serva poi è una domestica, poi una cameriera, adesso una colf, e questa variazione non è gratuita. Però, chi è dentro al problema fino in fondo si accorge che così è troppo, e si stanca di questi percorsi perifrastici, periferici del lessico, che non dicono la condizione nella sua violenza…

Mi pare che lei nel libro dicesse anche di essere contrario a certe litoti come “non vedenti” o “non udenti”…

Non è che sia contrario: io capisco, anzi. “Cieco” esprime una condizione totale, “non vedente” limita la parzialità a una funzione. Solo che in Italia noi siamo molto abili, d’altra parte la retorica è stata inventata in Sicilia: il primo studioso di retorica si è rifiutato di pagare il suo maestro, lo sapete? Corace e Tisia. Corace ha insegnato a Tisia la retorica; poi gli ha chiesto il pagamento e Tisia ha detto: «No, se mi hai insegnato bene la retorica devo essere in grado di convincerti che non ti devo niente, e non ti do niente. Se non mi riesce, se io non sono capace di convincerti che non ti devo niente, vuol dire che non mi hai insegnato bene la retorica, e in tutti e due i casi non ti pago». L’altro, a sua volta, Corace, gli ha risposto: «Se tu riesci a convincermi che non mi devi niente allora vuol dire che ti ho insegnato bene la retorica e quindi mi paghi. Se non riesci a convincermi mi paghi perché non mi hai convinto. In tutti e due i casi mi paghi». Questo percorso ad anello, infinito, della retorica, è il simbolo della sua finalità di persuasione, e d’altra parte è l’indice della “italicità” della retorica: riconosciamo bene quello che c’è dietro queste argomentazioni, cioè la volontà di non pagare. Lo vediamo per esempio nello sport, nel calcio: siamo l’unico paese al mondo che per dire «positivo» dica «non negativo». In Italia, la positività al doping viene indicata con un «non negativo»: basterebbe dire «positivo», ma questo “non”, questa litote, serve a occultare l’importanza, l’urgenza del tema.

L’anomalia nel suo libro passa attraverso il corpo, il corpo di un figlio disarticolato che sfugge ad ogni controllo e diventa il luogo di una tragica differenza che non può essere ricondotta o espressa dal linguaggio convenzionale, ma solo essere corretta o punita da esso. Nel primo capitolo, dal titolo altamente simbolico, «Scale mobili», si assiste a un rovesciamento radicale del rapporto padre-figlio trasmessoci dalla tradizione: penso ad esempio al paradigma Enea-Anchise…

Sì, in effetti anche questo è un segno che la normalità come miraggio è proprio stupido. È vero che il corpo è il luogo dove la differenza si manifesta nella sua forma più minacciosa, più inquietante, ma è nella mente, a mio parere, che lo scarto, la barriera invisibile tra “normale/anormale” trova la sua tragica messa in scena. Io mi ricordo che, quando insegnavo, una mia collega (l’ho raccontato deformandolo nel romanzo) non riusciva a giudicare una ragazza che parlava a voce bassissima: per ascoltarla bisognava protendere il padiglione dell’orecchio come in confessionale, però era brava. L’insegnante mi diceva «No, io non posso valutarla». Dico: «Ma come non puoi valutarla?». «No, non sento quello che dice». «Be’, ma basta porger l’orecchio». «Non sento, è una disgrazia che è capitata, non so cosa farci». E allora io le ho detto: «No, vedi, la disgrazia è avere una testa come la tua, questa è una vera disgrazia. Prima che tu la modifichi ci vorrà tempo: questa ragazza può migliorare come voce, ma una testa come la tua ha bisogno di una grossa rieducazione, di un percorso che non so se sarai in grado di fare». Ecco come il corpo diventa un capo d’accusa. Molti si preoccupano, parlano di perfezione del corpo: tutto questo è grottesco. Ho più volte sperimentato questo fenomeno, quando ad esempio devo aspettare, non so, un aereo, osservo con molta cura le persone, per vedere quelle che, con un totale arbitrio estetico, però non privo di qualche fondamento, potrebbero essere considerate le persone “belle nel loro genere”, il bambino, l’anziano, l’uomo di mezza età: la percentuale che un fotografo sceglierebbe è l’1-2%, tutte le altre persone risulterebbero piene di difetti, piene di elementi disarmonici. Però la normalità viene delegata al corpo: corpo perfetto, corpo “normale”, quando l’uomo in realtà è diverso e il suo corpo non è mai perfetto, neanche quello degli atleti e la normalità è più un’ipotesi che una costatazione.

Nel suo romanzo circola una parola avvelenata, handicap, che finisce per contaminare ogni potere istituzionale: la famiglia, la scuola, la religione. La minaccia costituita da chi è considerato “anormale” risiede forse proprio in questa sua forza di sovvertire l’ordine di una legalità precostituita, e in questo caso particolare di defraudare l’autorità paterna di ogni valenza simbolica? Detto in altri termini, la fragilità del figlio viene iniettata come un veleno al padre?

Sì, volevo fare una breve premessa: molti hanno detto, seppur notando la differenza rispetto a un’autobiografia, che questa è una storia autobiografica. Io ho cercato in tutti i modi che non lo fosse. Sul piano personale posso dire che mio figlio è nato disabile, tetraparesi spastica distonica, ha 31 anni, lavora, è certamente più equilibrato di me, vede molte persone, ha un carattere sereno, ironico; ho imparato molto da lui (gliel’ho detto, mi ha detto «Non esagerare», «Ma - ho detto - è la verità»), ma non ho mai pensato di fare una storia autobiografica, anzitutto perché non ho interesse per la mia autobiografia: sono sempre in difficoltà quando devo raccontare storie mie personali, anche perché mi sento vincolato a un’impossibile fedeltà ai fatti, quindi ho molte perplessità. Oltretutto poi, non ho interesse speculativo, perché l’idea di riprodurre quello che so già, o che credo di sapere, non mi attira: certo, gli scrittori autobiografici scoprono il passato, inventano il passato nel senso etimologico di invenire, scoprono nuovi significati. Comunque non è una cosa che mi riguarda. Poi avevo sempre escluso di poter trattare il tema dell’handicap perché per me era fonte di angoscia. Quando uno scrittore prova angoscia intorno a un tema, è meglio che taccia, altrimenti cade nell’inevitabile patetismo: «Non si può dire». Lasciamolo dire agli atleti che vanno a Melbourne, sentono l’inno di Mameli e poi si vedono chiedere: «Che cosa hai provato?», «Non si può dire…», tutti ripetono «Non si può dire». Lasciamolo a loro: non sono scrittori, ripetono dei poveri luoghi comuni. Uno scrittore vuole dire, tutto si può dire: Solzenicyn ha raccontato il lager in modi sconvolgenti, Salamov ha raccontato con un linguaggio impassibile cose terrificanti. Se si ha l’angoscia e non si può raccontare, ebbene: si taccia, si passi oltre. Dante dice continuamente che non può raccontare, ma in realtà la Commedia è tutto un percorso retorico per dare immagini potenti e luminose. Ma se uno è veramente angosciato, deve tacere. Finché sono rimasto angosciato, ho escluso di poter raccontare: ho raccontato quando, a distanza di tempo, ho modificato lo sguardo di fronte al problema. Non avevo più angosce e potevo raccontarlo in modo caleidoscopico, anche in chiave comica, ironica, satirica, non patetica, lamentosa e fuorviante, perché noi, anche di fronte a una materia dolorosa, non abbiamo un atteggiamento monotono, ma abbiamo reazioni molto diverse: bisogna raccontare queste. Quindi ho potuto fare il romanzo quando mi sono sentito libero di inventare, di attingere alla memoria, ma di rielaborare con totale libertà e in particolare quando mi è venuto in mente il primo capitolo, nell’ambiente più ostile alla disabilità: la scala mobile, un grande magazzino, un padre e un figlio. Nelle rarissime volte in cui avevo pensato di poterlo raccontare (ma in 31 anni ho sempre escluso di raccontarlo) mi è venuto in mente di cominciare col padre che va in clinica inquieto, agitato, il parto; ma era un inizio sbagliato perché il problema non nasce quando il bambino nasce: ogni inizio rinvia ad altri inizi, ogni storia non comincia col parto, comincia prima, quindi era radicalmente sbagliato. Quando ho pensato, e ho capito, è stato liberatorio…

Nel primo capitolo, «Scale mobili», il padre è a disagio, in un grande magazzino, rispetto alle difficoltà del figlio. Nell’ansia lo incalza con le domande, ma il figlio risponde a monosillabi, finché non gli dice, secco: «Non preoccuparti. Se ti vergogni, puoi camminare a distanza. Non preoccuparti per me».2 Come esordio mi pare significativo…

Questo passo è stato letto in un grande teatro da un attore giovane, che diceva: «Vuoi bere una coca-cola?», «Siiii…» (con voce stentata, ndr), «Vuoi che ci fermiamo qui?» «Siiii…». C’era uno scrittore che alla fine mi ha chiesto: «Come ti è parso l’attore?», «Mah, patetico m’è parso». «Eh, ma digli qualcosa perché è un attore giovane, ha bisogno di incoraggiamenti…» «No, un giovane non ha bisogno di incoraggiamenti: ha bisogno anche di verità, ha bisogno che gli si dicano…», «No, devi dirglielo, devi dirglielo, fa il bravo». Nel frattempo è venuto questo giovane e mi ha detto: «Come le è parso?», «Eh, patetico», «Grazie!» e mi ha abbracciato. M’ha abbracciato e questa è stata come la verifica immediata della disabilità professionale. Lui pensa che i disabili dicano «Siiii», invece i disabili dicono «Sì»: è lui che è un attore disabile, che pensa in questo modo. Questo dovrebbe indurlo alla riflessione. Tra l’altro l’efficacia del pezzo, se ce l’ha, è proprio anche nel contrasto fra le risposte monosillabiche e poi la risposta finale: «Se ti vergogni, puoi camminare a distanza. Non preoccuparti per me». A proposito poi dell’aspetto letterario, io avevo scritto «Papà, non preoccuparti per me», ma «papà» era De Amicis. Con tutto il rispetto per De Amicis che considero uno scrittore di primaria importanza, geniale nell’impiego degli strumenti retorici, però andava bene per lui, ma non per il mio romanzo. «Papà» è affettivo, «papà» è una catastrofe dal punto di vista espressivo perché elimina la distanza. «Papà non preoccuparti»…, invece io dico: «Non preoccuparti. Se ti vergogni, puoi camminare a distanza. Non preoccuparti per me». E poi bisogna leggere con lentezza, molti invece quando leggono hanno l’atteggiamento dei tennisti che stanno perdendo, e buttano via le palle perché devono andare sotto la doccia. E allora bruciano le parole, ma la parola in letteratura ha un peso specifico più forte che in tutti gli altri linguaggi e bisogna farla sentire nella sua specificità, nel suo peso. Perciò bisogna leggere piano, piano e lentamente: «Ero stremato e infelice». A proposito poi dello sguardo: più disabili (mi ricordo una ragazza in particolare, ventitré anni) m’hanno detto che soffrono di questi sguardi, come di fronte a uno spettacolo gratuito. Basta pensare che lo sguardo per i Greci era fonte di conoscenza, che erano il popolo dello sguardo… credevano negli dei perché li vedevano. Gli Ebrei privilegiano l’ascolto, la voce… la nostra è l’inciviltà dello sguardo: col disabile c’è una forma di inciviltà dello sguardo, cioè uno sguardo che ruba, non che aiuta, da parte di persone che si ritengono sane, normali. Rubano lo spettacolo. E quello sguardo è il peggior atto di ostilità che si possa fare nei confronti del disabile. E qui la distanza fra padre e figlio è commisurata appunto dalla frase del figlio: «Se ti vergogni». È il figlio che aiuta il padre. Il figlio si rende conto che l’handicap per il padre è vergogna, colpa, e viene in suo soccorso: «Puoi camminare a distanza». E questa è, diciamo, se non la chiave di lettura di tutto il testo, certo di una parte fondamentale del percorso.

Di fronte a un corpo che esibisce la propria alterità, che si sottrae a ogni restrizione, che provoca disorientamento, repulsione, vergogna, parole come “integrazione”, “riabilitazione” possono trasformarsi in strumenti di tortura quotidiana? Il corpo mutilato può diventare lo spazio di un rapporto sadomasochistico tra ciò che è considerato normale e ciò che è considerato anormale?

Sì, effettivamente c’è un aspetto persecutorio. Io in quanto narratore, mi chiedo, a un certo punto nel romanzo, come mai il figlio preferisca andare in vacanza coi compagni del volontariato anziché con noi: penso «Be’, avrà le sue buone ragioni», ma mi dico anche: «Quando noi, dopo quindici anni, ancora gli diciamo “cammina dritto”»… «cammina dritto»? È un invito? È una preghiera? È un comando? È un’imposizione? È un’ingiunzione? È un alibi per continuare noi a sperare…?
Noi crediamo sempre che «i genitori sappiano il bene dei figli»: in realtà non funziona quasi mai così. Metà delle mie amiche che si sono dedicate alla letteratura hanno dovuto sopportare l’avversione feroce da parte dei familiari ai quali, non so, annunciare che si ha vocazione letteraria è come dire una gravidanza indesiderata. Hanno delle reazioni di costernazione. Allora vediamo di capire un po’ questa lungimiranza dei genitori, che molte volte è radicalmente smentita dai fatti. E certamente il rapporto di correzione è un rapporto a volte sadico… una volta una fisioterapista m’ha detto: «I volontari danno la simpatia oltre che l’aiuto, e va bene, ma noi non possiamo sempre dare la simpatia». E io le ho detto: «Ha ragione: il compito dell’educatore è anche un compito violento». Nel romanzo accenno a una frase di Droysen che dice che alla base dell’educazione c’è questa idea: tu devi essere quello che io voglio che tu sia, perché solo in questo modo io posso avere un rapporto con te.3 Ci sono d’altra parte quelli che si illudono che dicendo a un bambino «devi essere spontaneo» lo si incoraggi alla spontaneità, perché se gli si dà un comando, si esercita una violenza. Il rapporto pedagogico è violento, è un rapporto violento, ma come un medico deve incidere, così anche un pedagogo non può essere sempre simpatico: deve anche agire con durezza.

L’ultimo capitolo del romanzo si conclude con un incontro: «È stato come se ci fossimo incontrati per sempre, per un attimo»4…

Anche qui c’è il tema della distanza e il tema della totalità dell’attimo: in quell’attimo è come se si fossero incontrati per sempre. Io avevo un’alternativa per il finale e infatti non l’ho tenuta presente: «È stato come se ci fossimo incontrati per un attimo, per sempre», ma questo sarebbe stato un lieto fine e non credo a un lieto fine.

Sarebbe stato più banale, una sorta di lectio facilior…

Sì, ma invece il fatto è un altro, che in un attimo si incontrano per sempre. È il kairòs greco, è la totalità, la pienezza, ed è un incontro eterno, nel senso che nella sua totalità non ha limiti, però dura un attimo. È l’eternità di un attimo, che poi può irradiare la sua luce su tutta la vita, non si sa. Quando due persone si incontrano per un attimo, questo attimo può avere un’energia che irradia la propria potenza sul corso di due vite, ma è un attimo. Dura per sempre per un attimo. Allora ho anteposto «per sempre» all’«attimo» e non il contrario. Invece la tendenza del lettore, o meglio delle persone in generale, è sempre quella di dare come risolto il problema: il problema non si risolve. A me hanno chiesto, per esempio: «Uscendo dal romanzo…» e io dicevo: «No, perché uscendo? Rimaniamo nel romanzo». Erano simpatici: era un emiliano che me l’ha chiesto, una televisione… «Ma il rapporto con suo figlio allora è perfetto, adesso». «Perché usa questi aggettivi? Quando mai un rapporto è perfetto? È un rapporto che va bene, con gli alti e bassi: ci sono momenti… lui pensa di vivere in una famiglia di squilibrati e che la casa sia fatta per tutti fuorché per un disabile, perché ci sono libri accumulati dappertutto e non riesce a muoversi. Però c’è un rapporto di simpatia. Comunque potrebbe chiederlo a lui, perché i rapporti sono fatti da due persone». Dopo ne ho parlato a lui e gli ho detto: «M’hanno chiesto se il rapporto con te va bene e io ho detto che ho voglia di stare con te, ho il desiderio di stare con te, mi piace, stare con te mi piace, ne ho desiderio, e tu?», «Be’, io dipende dalle volte…». Molto più lucido. Però la tendenza è sempre quella di rassicurare, allora il problema è risolto. Risolto? Questa è una forma di disabilità mentale non da poco: «Il problema è risolto». Il problema si pone in termini meno angosciosi. Tra l’altro, la percentuale dei suicidi nell’ambito dei disabili è infinitamente inferiore a quella dei cosiddetti “normali”, anche statisticamente, ma questo non vuol mica dire che il disabile sia felice. No, vuol dire che non esprime «l’utilità marginale del dolore sociale», come vorrebbero gli economisti del dolore collettivo: i disabili sono i delegati a soffrire. Ma tutti siamo delegati a soffrire: loro hanno un tipo di sofferenza un po’ particolare, legata a certe difficoltà, ma guardiamo a noi stessi, prima di tutto: per capire la diversità dobbiamo guardare alla nostra, allora cominciamo a capire…

Edipo è per antonomasia l’eroe zoppo, claudicante, che produce un’andatura oscillante, squilibrata e sinuosa, capace di esprimere metaforicamente tutte le forme di comportamento che appaiono deviate, rallentate o bloccate. La figura del figlio, e ancora di più quella del preside della scuola elementare, doppio e negativo di Paolo, che mostra il lato sinistro dell’handicap, possono in qualche modo promuoverne la memoria?

Certamente l’andatura esprime proprio il nostro muoverci nel mondo e nel caso del figlio è un’andatura che indica uno squilibrio, una disarmonia che però è scattata dall’equilibrio della mente: nel caso del preside è un’immagine del diavolo zoppo di Lesage, uno squilibrio che si può anche ricondurre alla colpa di Edipo, cioè a una colpa in realtà non legata all’intenzione, a una colpa che è nei fatti, inesplicabile.

Due parole sul titolo. «Nati due volte» riporta alla luce un archetipo fondante della nostra tradizione, della cultura occidentale: il tema della seconda nascita. Vorrei citare brevissimamente Debenedetti, che parla appunto del mito della seconda nascita. Scrive Debenedetti: «È notissimo il mito del viaggio nel ventre della balena. Nella sua versione più ricca, quella di cui forse la storia di Giona è un derivato, l’eroe viene ingoiato dal mostro sulla riva del mare. Dentro il ventre del mostro passa la notte battagliando. All’alba le fauci lo risputano sulle rive di un’isola. Spunta il sole, l’eroe è nudo. La fatica della battaglia, durata l’intera notte, gli ha fatto cadere i capelli. Perché è calvo? Anche i neonati sono calvi, per lo più. Cioè: la lotta nel buio, nel pericolo, questa tragica via della salvazione l’ha portato a una seconda nascita».5

Trovo molto bella questa citazione, anche perché la nascita calva è quella di Lao-tze (dicevano che fosse nato calvo). In effetti la rinascita riguarda non tanto il figlio quanto il padre, quelli che la compiono: altri non la compiono e rimangono perennemente esclusi da questa acquisizione. Gli aspetti comici del libro nascono anche dal fatto che alcuni hanno compiuto il percorso nel sottosuolo, nella botola, hanno visto l’orrore e alla fine guardano la disabilità con un occhio diverso. Il compito della cultura è appunto quello di modificare lo sguardo, un compito primario: cambiare lo sguardo. In Grecia Saffo è stata fondamentale per l’acquisizione di una coscienza personale come percezione dei valori del Bello: è bello ciò che piace a Saffo. Pensiamo ad Archiloco: la scoperta della viltà in una polis che era dominata dagli ideali della cooperazione. Archiloco si vanta di aver buttato lo scudo, poi anche altri lo buttano, Orazio lo butta da par suo a Roma (e non era proprio un ambiente di pacifisti). Questo coraggio dell’individualità… Un testo agisce anche per vie sotterranee, indirette. Noi finiamo per scambiare la presenza con la visibilità, ma, insomma, è anche una prospettiva… La letteratura agisce in modi potenti nel cambiare la visione della società, quindi anche un romanzo può essere importante se aiuta a modificare lo sguardo. Aiuta in modi non vistosi, non immediati, però io penso che sia tutt’altro che privo di conseguenze indirette.

Nel suo romanzo, è lo sguardo del padre stesso a modificarsi

Il padre è molto sensibile alla voce, alle parole, essendo uno scrittore, anche se nel romanzo non figura come uno scrittore, ma come un uomo appassionato della parola (non c’è bisogno di essere scrittori: basta essere appassionati della parola) e quindi molto sensibile - quanto vulnerabile - di fronte a questo aspetto. Però io mostro anche i limiti di questa prospettiva perché, quando la moglie a un certo punto lo rimprovera allegramente e dice del marito: «Lui è convinto che tutto passi per il linguaggio», riprendo una tematica legata a pensatori che ho studiato a fondo e che ho amato, come Wittgenstein. In effetti c’è qualcosa che va al di fuori del linguaggio e che il padre comincia a intuire, anche se naturalmente lui privilegia la parola, ed è la parola del figlio che lo conquista. Però c’è il presentimento che non tutto passi per il linguaggio: glielo fa capire sua moglie e poi lui stesso dice: «Ci sono voluti vent’anni per capire che aveva ragione».6 Alla fine ha questo presentimento: qualcosa si sottrae al dominio del linguaggio, anche al dominio luminoso, alla potenza del linguaggio.

Nel capitolo «Salvataggio al mare» il narratore racconta di aver salvato dall’annegamento un amico: questo sembrerebbe un punto di svolta nel romanzo


A un certo punto del romanzo, il narratore salva un amico che sta affogando, e a sua volta viene salvato dal bagnino perché si rende conto che, altrimenti, tutti e due moriranno. È un momento di rinascita luminosa, perché il narratore scopre dentro di sé di non odiare l’amico che gli sta causando la morte e di trattarlo in modo paterno: gli dice «Sta’ calmo, Carlo, sta’ calmo».7 Questo è un episodio che mi è successo effettivamente, a Fano: ero uscito con un amico, non sapevo che lui mi seguisse, un mare tremendo, e poi lui è diventato cianotico e io lo sorreggevo. Prima pensavo di non poter tornare a riva se non in qualche ora; poi mi sono detto: «Ce la faccio, mi lascio portare dalla corrente». Ma quando alla fine mi sono trovato lui che stava per affogare e l’ho sorretto, ho pensato: «A questo punto moriamo». Ero colpito soprattutto dall’idiozia della cosa, che nel giro di pochi minuti saremmo morti tutti e due, e poi ero sorpreso positivamente dal fatto che non l’odiassi e che ero pronto a morire. Dopodiché è intervenuto il bagnino, chiamato da mia moglie (nella realtà): ha fracassato la sua barca, ha preso la medaglia d’oro, e io non ho preso niente… però mi è spiaciuto, perché un po’ l’avevo salvato, anzi: salvati tutti e due. Pazienza. In effetti, se lui non interveniva, io non tenevo il mio amico a galla, non potevo tenerlo a galla più di mezz’ora, tre quarti d’ora, perché lui era come morto… Comunque: il bagnino ha preso la medaglia d’oro. Poi ho raccontato questo a una psichiatra che m’ha detto: «Eh, ma tu hai dei meccanismi di rimozione poderosi»…mah, non so… Un’altra psichiatra, quella che seguiva mio figlio, ha visto bene questo episodio e in effetti anche per me è stato, come dire, una sorta di scatto… Nel romanzo in effetti io rappresento un padre che è tentato dalla fuga: non che fugga di fronte alla disabilità, però è fortemente tentato. Quando il bambino nasce il padre è innamorato, pensa a un’altra donna, ossessivamente. Mi hanno chiesto: «Ma perché il padre pensa a un’altra donna quando il bambino nasce?» e io ho risposto che narrativamente è efficace, statisticamente è frequente, e da un punto di vista diciamo ideologico va bene perché l’handicap non è uno squilibrio che irrompe nell’equilibrio delle famiglie: è uno squilibrio che irrompe nello squilibrio delle famiglie, perché io di famiglie equilibrate non ne ho mai conosciute. Io conosco solo famiglie squilibrate: non c’è rapporto tra i genitori, non c’è rapporto tra genitori e figli oppure non c’è rapporto coi suoceri, con gli altri. La famiglia può essere anche molto unita, ma è piena di tensioni, conflitti, perciò ho voluto mostrare che l’handicap non è la guerra che irrompe nella pace: è la guerra che irrompe nella guerra, ed è una guerra più drammatica ancora.

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