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VIA GEMITO di DOMENICO STARNONE intervista diClaudio Passiatore

Quanto c'è di autobiografico nel suo romanzo? Nelle opere letterarie, persino in un racconto di fantascienza, si prende sempre molto dalla propria vita. In via Gemito c'è molta autobiografia, ma se da un lato c'è lo scrittore con la sua vita e le sue storie, all'atto di scrivere questo scrittore esce di scena e ne entra in gioco un altro che è il narratore che non ha più niente a che fare con le quelle vicende.

Quanto c’è di autobiografico nel suo romanzo?
Nelle opere letterarie, persino in un racconto di fantascienza, si prende sempre molto dalla propria vita. In via Gemito c’è molta autobiografia, ma se da un lato c’è lo scrittore con la sua vita e le sue storie, all’atto di scrivere questo scrittore esce di scena e ne entra in gioco un altro che è il narratore che non ha più niente a che fare con le quelle vicende.

Il romanzo è ambientato nella Napoli dello scorso secolo e suoi personaggi sono intrisi della cultura napoletana. I caratteri e i tratti dei personaggi che ha delineato, quanto sono legati alla cultura napoletana e a Napoli?
Il libro ha radici fortemente napoletane: ci sono dei modi, una cultura, un dialetto che appartengono a una città, ma il carattere del protagonista è avvicinabile a quello di tutti gli uomini. Il protagonista, Federico, è l’uomo costretto a fare quello che non vuole fare e che si dispera per la sua mancata realizzazione artistica.

Una storia universale quindi?
Certo, perché non si devono spogliare le storie dei caratteri locali, si rischierebbe di scrivere cose tutte uguali. Oggi si leggono romanzi indiani perché oltre a raccontarci problemi generali ci raccontano problemi specifici di quella realtà. In Via Gemito c’è molta Napoli ma penso che il romanzo possa dire qualcosa ovunque.

Come ha cominciato a scrivere?
Io sognavo di fare lo scrittore fin da quando avevo tredici, quattordici anni. Poi tra i diciassette e i venti anni ho iniziato a scrivere moltissimo, ma pensavo di non avere la stoffa e abbandonai quell’ambizione. La passione si placò quando intrapresi la collaborazione con i giornali e lì riversai il mio impulso a scrivere; in particolare, a metà anni ottanta, sul “Manifesto”, creai una rubrica di tipo narrativo in cui raccontavo il mondo della scuola. Poi da questa rubrica trassi un libro e inizia veramente a scrivere da romanziere.

Lei ha un rapporto forte con il cinema e la narrazione cinematografica. Qual è la differenza più grande che c’è tra lo scrivere un romanzo e creare una sceneggiatura?
Sono due cose completamente diverse. Quando si scrive per un film si scrive per qualcosa in cui l’ultima parola la dirà il regista, mentre il romanzo lo trovo una forma d’arte più personale.

Tra i giovani scrittori italiani c’è qualcuno che l’ha colpita?
Io amo molto Francesco Piccolo, ma anche Antonio Pascale e De Silva.

C’è secondo lei qualcuno tra questi scrittori che lei ha citato in grado di diventare un grande autore?
Oggi c’è un’ondata di giovani che producono libri accattivanti, seducenti; io vedo in Francesco Piccolo un’enorme potenzialità ma bisognerà vedere il percorso che farà. Questo é il privilegio e la tragedia di essere giovani, privilegio perché hai davanti molti anni per lavorare e tragedia perché questi anni li dovrai riempire con opere sempre più convincenti. In ogni caso io penso che ci sia una grande ripresa della letteratura italiana di cui però non si accorge nessuno, soprattutto gli italiani, che leggono pochissimo.

La funzione dello scrittore in questo ultimo ventennio è mutata radicalmente: la figura dello scrittore “impegnato”, come si usava dire una volta, è solo un ricordo?
Oggi c’è un modo diverso di guardare lo scrittore. Calvino, Moravia, Pasolini, concepivano il mestiere di scrivere non solo come narratori, per loro era importante essere presenti sulla scena culturale, nel dibattito sulla narrativa, nella politica. Questa figura è un po’ scomparsa anche se ci sono scrittori come De Luca, Tabucchi che intervengono nel dibattito culturale, ma a prevalere è la tipologia dello scrittore appartato, come i giovani scrittori italiani di oggi.

Ma cosa è cambiato nel rapporto tra l’intellettuale e la vita pubblica?
Più che denunciare una mancanza di “impegno” degli scrittori bisognerebbe capire che è la scena pubblica che non chiede più allo scrittore quello che chiedeva una volta. Lo scrittore dal dopoguerra in poi, ma anche prima, a inizio secolo, è stato una figura pubblica che si esprimeva e si esponeva. Oggi scrivere libri non ha più il peso che aveva trenta anni fa. Solo con la televisione si può avere un peso per il grande pubblico e un uditorio immenso come si aveva prima con i libri.

Lei che rapporto ha con la televisione?
Pessimo. Ho fatto per la televisione una trasmissione di divulgazione. Non è snobismo il mio, io so di non saper usare il mezzo televisivo.

La sua generazione nel ‘68 ha combattuto per l’affermazione di ideali di libertà. Perché oggi nessuno giovane scrittore è sceso in piazza contro il G8 e si esposto in prima linea? Perché oggi certi ideali sono veicolati da grandi star della musica internazionale, penso all’idolo dei giovani Manu Chau, ma anche a Bono degli U2, e non da uno scrittore?
Perché non esiste più uno scrittore del genere e uno società che lo richiede. Quindi i giovani si sentono meglio rappresentati dai musicisti che lei ha citato proprio perché questi sanno utilizzare i mass-media, soprattutto la televisione, e sanno colpire più direttamente con i loro messaggi, di quanto non possa fare uno scrittore che vive quasi in disparte. Lo status del cantante o dell’attore famoso facilita la comunicazione di messaggi, e allora l’autore di una canzone orecchiabile in cui si denunciano una serie di ingiustizie acquista grande popolarità.

Forse c’è anche la paura di essere in qualche modo “etichettati”?
Forse sì, ma penso che oggi i giovani scrittori pensino soprattutto a scrivere.

Lei ha insegnato per trenta anni nella scuola pubblica e poi l’ha raccontata nei suoi libri, denunciando anche gli aspetti negativi di questo mondo. Conosce a fondo quindi l’insegnamento e l’educazione ma anche la struttura della scuola. Oggi si fa un gran parlare di scuola pubblica e privata. Cosa pensa della scuola privata e dei progetti di Berlusconi?
Della scuola privata penso il peggio. Non penso che sia risolutiva per i problemi dell’educazione. Risolutiva è una ottima scuola pubblica, cosa che oggi non esiste. In Italia si vuole far decollare una scuola privata all’americana dove c’è una sorta di mercificazione della cultura che da noi non ha tradizione.

Qual è precisamente la sua idea?
Secondo me il problema della scuola privata non si pone fino a quando non avremo una scuola pubblica che funziona veramente bene. Finora si è speso pochissimo per le strutture scolastiche e la maggior parte dei soldi sono andati per gli stipendi dei professori. Sarebbe ora di spendere anche per altre cose.

Ma in effetti Berlusconi ha promesso di spendere in particolare per la scuola privata.
Penso che il sistema di investire denaro pubblico per scuole private non creerà una scelta o un’alternativa per gli italiani. La scuola pubblica con tutti i suoi difetti è sempre stata ed è una scuola di tutti e per tutti. La scuola privata di Berlusconi, nella quale comunque si dovrà pagare una retta, non so se continuerà ad esserlo, e anche con i buoni scolastici alle famiglie non si riuscirà a colmare i divari sociali ed economici.
trucco!
trucco!
trucco! Una storia familiare dunque?
Si, la storia di una famiglia ma anche la storia di una frustrazione perché il padre del ragazzo che poi diventa un uomo, è un pittore costretto a fare il ferroviere per vivere e mantenere i figli: ha una vocazione d’artista e al centro del romanzo c’è il racconto di questo talento che non si realizza come sogna. E’ la storia di una disperazione, la disperazione di non poter fare la cosa per cui uno si sente portato.