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Autobiografia al femminile

La discussione intorno alle diverse modalità di scrittura personale e di rappresentazione delle vite delle donne ha avuto inizio soltanto nei primi anni Ottanta del Novecento. Sollevata soprattutto da studiose della letteratura, è stata poi animata specialmente da storiche di lingua inglese, pur contando interessanti contributi da parte di storiche francesi e tedesche. Come per altri settori dell'indagine sull'esperienza storica delle donne, l'avvio di una riflessione sulle fonti autonarrative femminili ha comportato innanzitutto una presa di distanza e una messa in discussione della tradizione teorico-metodologica e interpretativa del genere autonarrativo, incentrata soprattutto sulle autobiografie prodotte da uomini e, tra questi, soprattutto da statisti o comunque da figure di rilievo in diversi ambiti della vita pubblica. Le memorie prodotte dalle donne sembravano, al contrario, coinvolte in una sorta di "repressione collettiva", come polemicamente ha scritto D. Stanton (Autogynography: Is the Subject Different?, 1987) curando una raccolta di saggi (The Female Autograph) che segna un significativo punto di svolta nella produzione critica e storiografica delle donne.

autobiografia / biografia femminile

La discussione intorno alle diverse modalità di scrittura personale e di rappresentazione delle vite delle donne ha avuto inizio soltanto nei primi anni Ottanta del Novecento. Sollevata soprattutto da studiose della letteratura, è stata poi animata specialmente da storiche di lingua inglese, pur contando interessanti contributi da parte di storiche francesi e tedesche. Come per altri settori dell’indagine sull’esperienza storica delle donne, l’avvio di una riflessione sulle fonti autonarrative femminili ha comportato innanzitutto una presa di distanza e una messa in discussione della tradizione teorico-metodologica e interpretativa del genere autonarrativo, incentrata soprattutto sulle autobiografie prodotte da uomini e, tra questi, soprattutto da statisti o comunque da figure di rilievo in diversi ambiti della vita pubblica. Le memorie prodotte dalle donne sembravano, al contrario, coinvolte in una sorta di “repressione collettiva”, come polemicamente ha scritto D. Stanton (Autogynography: Is the Subject Different?, 1987) curando una raccolta di saggi (The Female Autograph) che segna un significativo punto di svolta nella produzione critica e storiografica delle donne. In effetti lo stesso P. Lejeune (cui si deve il testo forse più noto sul tema dell’autobiografia, Il patto autobiografico, 1986, nel quale sono del tutto assenti riferimenti a testi femminili), in un saggio compreso proprio nell’antologia curata da Stanton sosteneva che, se in un confronto tra autobiografie maschili e autobiografie femminili possono emergere le differenze relative alla collocazione sociale o all’appartenenza culturale dei singoli autori, meno evidenti risultano le differenze derivanti dall’appartenenza di sesso. Cosicché non si rischierebbe, a suo avviso, per le scritture personali prodotte da donne, una chiave interpretativa specifica. I lavori che si collocano nell’ambito della critica femminista si sono mossi invece proprio dal rifiuto di tale omologazione, contribuendo a ridefinire in modo problematico lo statuto stesso dell’autobiografia, nella consapevolezza della necessità di un costante confronto con altre fonti capaci di illuminarne gli scarti rispetto alla situazione storico-sociale in cui l’autore di un testo autobiografico si colloca, e dell’impossibilità di cogliere il senso della sua irripetibile individualità attraverso modelli fissi. Ciò è stato reso possibile anzitutto dalla categoria interpretativa di genere, che pone l’accento sulla differenza sessuale assunta come elemento fondante nel processo di costruzione dell’identità personale oltre che sociale.

LA CERTEZZA DI UNA DISTINZIONE. Si può dunque parlare di una tradizione femminile distinta da quella maschile nella produzione autobiografica, seguendo lo sviluppo di questo tipo di scrittura nel corso del tempo. Numerosi studi hanno focalizzato la loro attenzione sull’origine dell’autobiografia femminile il cui impulso fondamentale è dovuto all’esperienza religiosa. A partire dal tardo Medioevo, infatti, sulla scia della tradizione maschile stabilita da sant’Agostino con le Confessioni, apparvero opere come la Vita di Ildegarda di Bingen, Il libro della mia vita di Teresa d’Avila e soprattutto le numerose testimonianze prodotte da donne puritane, che attestano come anche alcune donne “comuni” fossero spinte a documentare la propria esperienza personale proprio appellandosi all’uguaglianza tra i sessi affermata dal Vangelo. Se l’autobiografia religiosa si dovette inizialmente a donne di diversi ceti, l’autobiografia secolare trasse origine invece da donne appartenenti alle elite intellettuali. Tanto in Francia che in Inghilterra, per esempio, già dalla seconda metà del Seicento aristocratiche come de Lafayette, M. Cavendish e I. Twysden si affermarono come autrici nella memorialistica familiare, aggiungendo talora in appendice ai loro lavori stralci di ricordi personali (J. Jelinek, 1980). L’autobiografia femminile faticò tuttavia ad affermarsi come genere a sé, e soltanto a partire dalla seconda metà del Settecento, con l’aumento delle opportunità educative e professionali, un numero crescente di donne iniziò a frequentare tale forma espressiva che, proprio perché ritenuta una scrittura “minore” per la sua mancanza di regole specifiche, rappresentò per molte una sorta di laboratorio letterario. Dal confronto tra testi maschili e femminili Jelinek ha individuato fin dalle origini scarti considerevoli, pur nella permanenza di topoi caratteristici del genere autonarrativo. Fin negli intenti, molte autrici infatti rivendicano il primato dei rituali quotidiani e dei sentimenti sulle cronache dei grandi eventi, battaglie e affari di stato, da sempre oggetto privilegiato della memorialistica maschile. Laddove le autobiografie degli uomini appaiono dunque caratterizzate da una narrazione lineare, in cui la vita è concepita come un progetto coerente e unitario, le autobiografie femminili presentano spesso una narrazione episodica e frammentaria, con digressioni sul dettaglio cronachistico e su tutto ciò che riguarda la dimensione familiare. Proprio nell’intento di valorizzare una simile peculiarità Stanton ha intitolato Autogynography il suo volume dedicato a questo tema, individuando in tutte le forme narrative personali la scrittura femminile per eccellenza. E ciò fino ad arrivare all’ipotesi, basata su alcune memorie femminili giapponesi del X secolo, che l’autobiografia potrebbe avere costituito una delle tante attività originate dalle donne, usurpata poi dagli uomini che l’avrebbero proclamata come propria. Gli studi successivi sono improntati a una consapevolezza maggiore circa la necessità di partire dalle diverse determinanti storico-culturali senza la pretesa di enunciare premesse teoriche assolute, senza presupporre cioè caratteristiche di scrittura femminile e maschile fisse e immutabili nel tempo (S. Benstock, a c. di, The Private Self. Theory and Practice of Women’s Autobiographical Writing, 1988). La maggior parte degli interventi critici sull’argomento rileva comunque come nei testi femminili l’esperienza personale venga spesso esplorata in relazione ad altri individui, in particolare altre donne, quasi a voler legittimare così maggiormente il proprio vissuto e attestare che un’identificazione di genere è possibile. Ciò è vero anche nel caso delle biografie di donne scritte da donne, che non cancellano nella vita della biografata quella della biografa, ma che si reinterpretano reciprocamente (C.G. Heilbrun, Scrivere la vita di una donna, 1991; Aa.Vv., Biografie: effetti di ritorno, in “Dwf”, 1986).

• E.J. Jelinek, a c. di, Women’s Autobiography. Essays in Criticism, Indiana University Press, Bloomington 1980; S. Groag Bell, M.Yalom (a c. di), Revealing Lives: Autobiography, Biography and Gender, The State University of New York, Albany 1990; A. Arru, M.T. Chialant, Il racconto delle donne, Liguori, Napoli 1990.

L. Mattesini

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