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L'autobiografia Black White di Elisa Lascialfari

L’autobiografia Black White and Jewish rappresenta per Rebecca Walker l’estremo tentativo di soddisfare la sua sete atavica di identità. Figlia della famosa scrittrice afroamericana Alice Walker e dell’avvocato ebreo Mel Leventhal, Rebecca sperimenta sulla sua pelle mulatta sia il sogno della multiculturalità che l’incubo del pregiudizio razziale. A soli 8 anni subisce il trauma della separazione dei genitori, ed è costretta a spostarsi ogni due anni dalla città materna a quella paterna, da San Francisco a New York City. Ha inizio così un’esistenza nomade fatta di aeroporti, abbracci immaginari, case inospitali, studi iniziati e terminati altrove.

Rebecca Walker: autobiografia e self-empowerment in Black White and Jewish

di Elisa Lascialfari

La cerco perché porta quiete,
la desidero perché ne ho sete.
Cerco ovunque questa utopia,
poi scopro che è solo nell’anima mia.
(elisa l.,“Pace” 1994)

L’autobiografia Black White and Jewish rappresenta per Rebecca Walker l’estremo tentativo di soddisfare la sua sete atavica di identità. Figlia della famosa scrittrice afroamericana Alice Walker e dell’avvocato ebreo Mel Leventhal, Rebecca sperimenta sulla sua pelle mulatta sia il sogno della multiculturalità che l’incubo del pregiudizio razziale. A soli 8 anni subisce il trauma della separazione dei genitori, ed è costretta a spostarsi ogni due anni dalla città materna a quella paterna, da San Francisco a New York City. Ha inizio così un’esistenza nomade fatta di aeroporti, abbracci immaginari, case inospitali, studi iniziati e terminati altrove. Rebecca è lasciata sola a scoprire il mondo, un mondo che si rivela in tutta la sua bellezza e pericolosità: la droga, l’alcool, il sesso attraggono immediatamente la protagonista alla ricerca di una qualsiasi forma di appartenenza. A 14 anni Walker rimane incinta ma decide di abortire con il consenso della madre. A scuola è spesso esclusa dai compagni perché ritenuta troppo bianca dai neri e troppo nera dai bianchi. Le amicizie e le relazioni che instaura con i coetanei sono puntualmente interrotte a causa dei radicali spostamenti imposti dai genitori.

Grazie al sostegno degli insegnanti e di amici sinceri, Rebecca Walker riscopre però la stima e l’accettazione di sé, e decide di mettere la sua esperienza di vita al servizio degli altri. Cofonda la Third Wave Foundation per sostenere le giovani donne vittime di discriminazioni, scrive su numerose riviste, e pubblica varie antologie sulla visione dell’identità maschile e femminile. A soli 25 anni è nominata da Time Magazine tra i 50 futuri leader dell’America. Si dichiara bisessuale, e attualmente vive con il compagno in California. Nel 2007 uscirà la sua seconda autobiografia Baby Love, dedicata al figlio Tenzin e al tema della maternità.

Black White and Jewish è frutto di un lungo e difficile percorso di autoscoperta e creazione. La redazione del romanzo dura infatti più di tre anni: tutto il tempo necessario per creare uno stile personale distinto da quello materno, tutto il tempo utile a far emergere emozioni apparentemente nascoste eppur mai sopite. Il filo conduttore dell’intera narrazione è la memoria. L’oblio iniziale è lentamente soppiantato dal flusso dirompente di ricordi piacevoli e dolorosi. I colori, i profumi, le marche di vestiti e bevande emergono dal buio del passato per creare un puzzle identitario piuttosto complesso. Il vento della vita ha disperso i pezzi che lo compongono, li ha piegati, niente sarà più come prima; ma forse potrà nascere altro, come una nuova identità mobile e molteplice, non più fragile a causa della sua rigidità.

La scrittura autobiografica diventa per Walker uno strumento attraverso cui raggiungere la cura e la stima di sé, una preziosa opportunità di self-empowerment. Per empowerment si intende proprio quel processo e/o quel risultato che permettono al singolo/gruppo di controllare attivamente la propria vita. Il racconto di sé aiuta effettivamente a ricomporre un’identità perduta, e facilita l’accettazione delle parti più odiate della propria identità. È il tempo della tregua in cui uno dei nostri io si fa tessitore e mediatore (Duccio Demetrio). Scrivendo si è in grado di entrare e uscire dalla propria storia, di modellare a piacere l’esistenza, di illuminare il passato con la luce del presente (Jens Brockmeier). L’autobiografia è un’ad-ventura cognitiva ed emozionale continua, una terapia efficace per combattere la diffusa malattia della non accettazione di sé. Condividendo i segreti, le paure e le emozioni che popolano la nostra mente impariamo infatti a svelarci al mondo senza dover ricorrere a maschere protettive che spesso finiscono per imprigionarci.

Walker vuole essere narratrice, protagonista e prima lettrice della sua vita. L’io narrante appartiene ora alla piccola Rebecca, ora all’irrequieta adolescente, ora alla donna matura: chi legge assiste a un dialogo intimo a più voci che sfiora in alcuni passaggi il flusso di coscienza. La scrittrice interroga continuamente l’io lettore sul significato dell’esistenza, spingendo a ricercare nuovi significati identitari. L’io protagonista interagisce con il mondo esterno, entra ed esce da un gruppo sociale all’altro, impara i codici culturali per appartenervi, ma non è mai accettato integralmente perché multiraziale e multiculturale. La perenne necessità di affetto spinge Rebecca a diventare solo ciò che gli altri vedono in lei; una parte di sé è però costretta a rimanere in ombra e preme sempre più per uscire alla luce del sole.

Sviluppando una maggiore capacità critica nei confronti della realtà esterna, Rebecca Walker impara a ribellarsi all’egoismo e alla freddezza dei genitori, al razzismo e al classismo che attraversano la cultura americana. Inizia a vivere la propria multiculturalità come un dono da mettere al servizio prima della scuola, poi della società. Quella positività e coerenza (Anna Oliverio Ferraris) che sembravano inizialmente irraggiungibili prendono le sembianze della mobilità. L’avventura autobiografica si conclude con un nuovo inizio: le rigide categorie di razza, genere e classe non potranno mai racchiuderla completamente, perché Rebecca è bisessuale, bianca, nera, ebrea, buddista ma anche altro. L’iniziale ricerca della saziabilità del proprio io si risolve nella constatazione finale della sua necessaria molteplicità e insaziabilità (Demetrio): “It all comes to this. […] I exist somewhere between black and white, family, and friend. I am flesh and blood, yes, but I am also ether. This, too, is how my memory works.” (Walker, 321-22).

Rebecca Walker, Black White and Jewish: Autobiography of a Shifting Self (New York: Riverhead Books, 2001).

IL SAGGIO DI ELISA LASCIALFARI

ELISA LASCIALFARI
Rebecca Walker: autobiografia femminile e self-empowerment in Black White and Jewish

I. Rebecca Walker: vita e opere
Rebecca Walker , figlia della famosa scrittrice afroamericana Alice Walker e dell’avvocato ebreo Mel Leventhal, nasce nel novembre del 1969 a Jackson, Mississippi. I suoi genitori si incontrano nel Sud della segregazione razziale, durante la lotta per i diritti civili, e decidono di sposarsi nonostante la legge lo vieti. A otto anni Rebecca Walker assiste al loro divorzio ed è costretta a spostarsi ogni due anni dalla città materna a quella paterna, da San Francisco a New York City. La sua infanzia è divisa tra una madre pressoché assente e un padre incapace di inserire la figlia nella nuova famiglia ebrea. In quanto mulatta, a scuola è spesso esclusa dai compagni, perché ritenuta rispettivamente troppo bianca dai neri e troppo nera dai bianchi. L’adolescenza trascorre tra episodi di razzismo, sesso e droghe. A quattordici anni rimane incinta, ma decide di abortire data la giovane età. Le amicizie e le relazioni che Walker instaura con i coetanei sono puntualmente interrotte a causa dei continui spostamenti. Grazie al sostegno degli insegnanti, all’affetto sincero di alcuni coetanei e ai crescenti ruoli sociali svolti all’interno della scuola Rebecca ritrova però la stima e l’accettazione di sé. Compiuti diciassette anni decide poi di cambiare il cognome da Leventhal a Walker per sottolineare il forte legame con la cultura nera della madre. Dopo aver frequentato otto scuole in diverse città, nel maggio del 1992 si laurea con lode alla Yale University.
Desiderosa di dare il proprio contributo a un rinnovato impegno sociale, Walker cofonda la Third Wave Direct Action Corporation (dal 1998 Third Wave Foundation), un’organizzazione non-profit che sostiene l’attivismo e la leadership delle giovani donne vittime di discriminazioni.
La giovane Walker sviluppa ben presto una passione per la scrittura e la comunicazione in genere. Pubblica il suo primo saggio sulle violenze tra coniugi ai tempi della high school, e mentre frequenta il college collabora alla rivista Ms. Magazine. I suoi scritti su libertà riproduttiva, violenza domestica e sessualità appaiono in numerose riviste (Essence, SPIN, VIBE), antologie e giornali americani. Nel 1995 Rebecca Walker cura l’antologia To Be Real: Telling the Truth and Changing the Face of Feminism per dar voce alle varie interpretazioni riguardanti il “Terzo Femminismo”. I saggi, redatti da uomini e donne, mostrano il carattere poliedrico dell’esperienza femminista che sembra ricollocarsi in una lotta a tutto campo a ogni forma di ingiustizia e discriminazione. Secondo Walker il Terzo Femminismo vuole includere e non escludere le differenze, evitare le facili definizioni, e permettere agli individui di manifestare quotidianamente il loro attivismo agendo all’interno di un dato sistema culturale. Nel 2001 esce poi l’autobiografia Black White and Jewish: Autobiography of a Shifting Self, in cui Walker ripercorre i primi anni di vita e la travagliata adolescenza. Il romanzo narra le difficoltà che la protagonista incontra per il suo essere al contempo biraziale e multiculturale. Nel 2004 Walker decide infine di fare il punto sulla visione della figura maschile nell’antologia What Makes a Man: Twenty-two Writers Imagine the Future. Nel saggio introduttivo “Putting Down the Gun” l’autrice racconta il dialogo avuto con il figlio della partner sul tema della mascolinità: il desiderio di rispondere all’ideale femminile del machismo spinge molti ragazzi/uomini a combattere, sin dall’infanzia, ogni loro manifestazione di vulnerabilità, tenerezza e paura. Agli occhi di Rebecca l’ostentazione di tanta aggressività impedisce però lo sviluppo di un’identità autentica, libera da rigide imposizioni socio-culturali.
Walker riceve importanti riconoscimenti e a venticinque anni Time Magazine la nomina tra i cinquanta futuri leader dell’America. Dichiaratasi bisessuale e attratta dalle persone indipendentemente dal loro genere, vive attualmente in California. Continua a visitare le scuole e le università americane per far conoscere ai giovani le problematiche dell’identità nella diversità e l’importanza dell’impegno sociale. La scrittura costituisce ancora una parte integrante della sua vita: nel 2007 uscirà infatti la seconda autobiografia, Baby Love, dedicata alla maternità e alla nascita del figlio Tenzin.

II. Autobiografia femminile e self-empowerment
L’autobiografia femminile rappresenta un genere assai vasto e comprende al suo interno numerose tipologie e sfaccettature. Nel XX secolo rappresenta il mezzo privilegiato per la rivendicazione sociale di donne appartenenti a ogni classe, etnia e orientamento sessuale. Nancy K. Miller evidenzia nelle sue opere lo stretto legame che intercorre tra femminismo e scrittura di sé: il punto di vista personale diventa nel tempo una forma di criticismo culturale , la lettura autobiografica si trasforma in un continuo gioco di “disidentificazione” e “connessione” nei confronti dell’autoaffermazione altrui. Scrittrici come Maxine Hong Kingston, Kim Chernin, Cherrie Moraga e Gloria Anzaldùa rinnovano il genere autobiografico mischiando elementi realistici e storici con il mito e l’immaginazione. Audre Lorde conia la parola autobiomitografia per esprimere:
[…] in primo luogo la consapevolezza […] che la verità della scrittura non coincide con la cronaca, e che non esiste oggettività, perché il linguaggio è sguardo, è risonanza, è ri-creare la realtà per renderla più vera; in secondo luogo che le donne hanno bisogno di miti; miti come quelli che da sempre sorreggono il pensiero, il linguaggio, l’immagine di sé dei popoli, siano essi bianchi, neri, o di qualunque colore.
Il termine biomitografia indica infatti: “a textual practice which constructs the self through myth as part of a collective history and cultural tradition which stretch back way beyond memory of a lived experience.” In Zami Lorde combatte contro i limiti del linguaggio e usa la scrittura per rielaborare la realtà individuale e collettiva, per produrre mito. L’impossibilità di distinguere nettamente tra design e truth non priva l’opera autobiografica della sua forza evocativa. L’atto del ricordare richiede che il passato sia rimodellato da una memoria necessariamente selettiva e creativa, nonché dall’immaginazione. La scrittura autobiografica è in tal senso un viaggio di autoscoperta e autocreazione, in cui anche il “non detto” assume un ruolo di straordinaria importanza.
Nell’ultimo ventennio del Novecento ha luogo un acceso dibattito sulla scrittura autobiografica femminile. La critica femminista si schiera, sin dagli esordi, contro il tentativo di porre sullo stesso livello interpretativo l’autobiografia femminile con quella maschile, e ricorre alla categoria di genere come elemento fondante l’identità personale e sociale della donna. In risposta alla rappresentazione tipica dei testi maschili della donna privata di soggettività e relegata a una figura estrema (come la pazza in soffitta), Gilbert e Gubar riformulano il concetto della anxiety of influence (Harold Bloom) al femminile . Ogni scrittrice si confronta di fatto con la madre, fonte di parole e conoscenze: da questo legame scaturisce un’eredità matrilineare della scrittura che dona alla donna una nuova autorship. Vari studi evidenziano alcune differenze legate alla categoria di genere. Gli scritti autobiografici femminili risultano per esempio più contestualizzati, relazionali e interpersonali di quanto non lo siano quelli degli uomini (Smith, 1987), i racconti femminili sugli eventi del passato sono solitamente più lunghi e dettagliati. Le donne si fanno infatti coinvolgere dai ricordi e manifestano maggiori valutazioni personali (Davis, 1991; Friedman e Pines, 1991; Ross e Holmberg, 1990), forse perché le madri tendono a educare le figlie al ricordo autobiografico, vedendo in esse l’interlocutore privilegiato per la rievocazione del passato.
Il lavoro autobiografico come self-empowerment, ovvero come strumento utile per la cura di sé e la crescita dell’autostima personale, conosce attualmente una fase di grande sviluppo. Per empowerment si intende quel processo e/o quel risultato che permettono al singolo o al gruppo di controllare attivamente la propria vita. Il termine proviene dagli studi di politologia che analizzano, negli anni Cinquanta e Sessanta, i movimenti statunitensi impegnati nella lotta per i diritti civili e sociali delle donne e delle minoranze. Oggi è ampiamente utilizzato in ambito psicologico, pedagogico, politico e sociale.
In quanto prodotto può essere definito come l’esito di un processo evolutivo di chi ha vissuto esperienze di apprendimento nelle quali ha evitato la condizione di impotenza, conquistando invece una condizione caratterizzata dalla fiducia in sé e capacità di sperimentare […]. Come processo può essere inteso come un percorso attraverso il quale la persona impotente o a rischio di impotenza può riconquistare il suo potere personale perduto.
Secondo Duccio Demetrio, la pratica autobiografica è un valido strumento per la ricomposizione della propria identità, un viaggio formativo necessario per accettare se stessi, un passo decisivo per recuperare il proprio potere personale.
Lo spazio autobiografico è una stagione: è il tempo della tregua, che ci aiuta perché non ci colpevolizza rispetto alla nostra molteplicità. Non è una vacanza, è il tempo della sutura dei pezzi sparsi; è il tempo in cui uno dei nostri io si fa tessitore.
L’io tessitore di Demetrio è anche un io mediatore capace di negoziare con le parti più odiate della personalità.
Scrivendo si ottiene inoltre una visione da lontano (bilocazione cognitiva) che consente di leggere la propria storia con occhi nuovi, con lo sguardo altrui, con la possibilità di entrare e uscire dal racconto di sé. La memoria pesca nei ricordi e li ricompone secondo una sapiente teleologia retrospettiva (Brockmeier) per cui: “the past of a life becomes ordered in the light of the present.” La scrittura autobiografica ridona gradualmente un senso al nostro vissuto,permette di rielaborare le varie perdite drammatiche che riguardano il sé.
In The Limits of Autobiography: Trauma and Testimony Leigh Gilmore attacca la critica interessata soltanto al concetto di verità e conformità di un testo autobiografico (vedi il caso di Rigoberta Menchù). L’accusa di falsità spinge spesso chi scrive a tacere, oppure ad autonarrazioni ai limiti del genere autobiografico. Secondo Gilmore quest’ultima scelta comporta, soprattutto per le vittime di traumi, una maggiore possibilità di autodeterminarsi (agency), grazie alla creazione di regole e standard propri . La peculiarità della forma narrativa fa superare i traumi subiti senza asservirsi alle regole di una società responsabile di tali sofferenze.
Il lavoro autobiografico è dunque un’ad-ventura cognitiva ed emozionale continua, ma anche una traduzione interpretativa che consente di accogliere la complessa molteplicità dell’identità. Fare self-accounting porta di fatto a conoscersi meglio e a cambiare, evitando pericolose crisi e dispersioni (Schettini). La non accettazione di sé appare la malattia più temibile e diffusa, legata indissolubilmente allo sguardo altrui (Jervis) , ma esiste una medicina assai efficace per curarla: la scrittura autobiografica, ovvero la condivisione di quest’ultima con l’altro, per imparare a mostrare il lato più autentico della propria identità. Ma cos’è l’identità?
L’identità può essere definita come l’insieme delle rappresentazioni e dei sentimenti che una persona ha di se stessa. Ma può anche essere definita come quella dimensione psichica che consente di realizzarsi, di diventare e restare se stessi in una data società e cultura, in relazione con gli altri.
Nelle prossime pagine analizzeremo proprio la difficoltà e l’importanza del percorso di costruzione identitaria intrapreso da Rebecca Walker in Black White and Jewish e soprattutto quei poteri curativi che rendono l’opera in questione un valido esempio di self-empowerment .
III. Autobiografia femminile e self-empowerment in Black White and Jewish
Il sostantivo tedesco Bildung, tradotto in italiano con “formazione”, “educazione”, ma anche “istruzione” o “cultura”, indica sia il processo di formazione sia il risultato di questo sviluppo. Ad esso è legato il Bildungsroman o romanzo di formazione (nato in Germania nella seconda metà del Settecento) che può assumere varie forme, come quella del romanzo storico, del romanzo autobiografico e del romanzo epistolare. Racconta la storia esemplare di un giovane individuo alla ricerca di amicizia e amore, in conflitto con la dura realtà esterna e che, attraverso varie esperienze, riesce infine a trovare il proprio ruolo nel mondo (Wilhelm Dilthey). Nell’Ottocento tale genere mostra la capacità di controllare l’imprevedibilità del mutamento storico incarnandola nella rappresentazione della gioventù, focalizza la natura flessibile dell’esperienza moderna, e infine descrive la socializzazione delle classi medie. Nel Novecento la fiducia in un’esperienza individuale “unitaria” del reale scompare per lasciare spazio alla molteplicità dell’io, alla disintegrazione e alla ricomposizione della realtà. La parola Bildung oltrepassa così i rigidi confini del classico romanzo di formazione per connotare tutte quelle narrazioni che portano a un accrescimento culturale e personale.
La narrazione, intesa come forma di conoscenza della realtà e costruzione di significati, trae le proprie radici nella psicologia sociale e cognitiva. Secondo Jerome Bruner, il racconto è infatti in grado di costruire significati che consentono agli uomini di interagire con il sistema di convenzioni culturali in cui vivono. Nel raccontare vi è una forma di conoscenza che dà un nuovo valore all’esistente e che permette di affrontare meglio l’incerto. Il soggetto riflette sui vissuti cognitivi e affettivi, ed elabora strategie che facilitano la risoluzione dei problemi e l’acquisizione di una maggiore capacità di azione e controllo: “formazione è sinonimo di avventura, dove si presuppone il possibile, si valuta il necessario, ci si consente un miglioramento del proprio stato e ci si propone di conquistare qualcosa.”
Il racconto di sé investe anche il mondo dell’empowerment, che eredita il principio di costruzione identitaria e coltivazione di sé insito nella Bildung ma pone maggiore attenzione sulla capacità attiva dell’individuo di trasformarsi da impotente ad artefice del proprio destino. Darsi forma significa accrescere in potere, raggiungere un alto grado di autostima: mediante l’esperienza delle proprie potenzialità la persona si rafforza e si responsabilizza.
L’esperienza autobiografica di Rebecca Walker si inserisce perfettamente all’interno delle suddette dinamiche: la giovane protagonista entrerà in contatto con un mondo di sentimenti intensi e radicati pregiudizi, vivrà esperienze traumatiche e formative, cercando di scoprire la propria frammentata identità. Diventerà narratrice, protagonista e prima lettrice della propria vita: il sé narratore la giustificherà, mentre il sé protagonista guarderà al futuro uso del presente (Bruner).
C’è un momento nella vita in cui si avverte il bisogno di raccontarsi (Demetrio lo chiama pensiero autobiografico) che indica la prima tappa verso l’adultità cognitiva. I ricordi di una vita ci chiedono di essere ricollocati nella loro giusta dimensione. In seguito a un incidente avuto nel Bronx e a una sofferta terapia psicologica Walker inizia a dar voce alle mute emozioni della propria vita.
Il nostro viaggio inizia inevitabilmente dal titolo dell’opera: l’assenza di virgole tra gli aggettivi con cui la scrittrice si definisce risponde alla necessità di creare un continuum identitario, mentre il sottotitolo colloca il testo nel genere autobiografico e mette a fuoco il tema centrale della narrazione, la storia di un sé nomade e in mutazione.
L’autobiografia di Walker è, come molti racconti femminili, piuttosto dettagliata e contestualizzata. I numerosi richiami pubblicitari e le descrizioni puntuali presenti nel testo rispondono alla necessità di rendere il racconto più vicino al reale, trasmettendo al contempo tutta la difficoltà della continua dislocazione (dalla povertà del Bronx alla ricchezza di Larchmont). È nomade chi scrive tanto quanto lo è chi legge in profondità il testo. Ogni quadro di vita è dipinto con maestria per permettere al visitatore di entrare subito nella rappresentazione, la quale pone in primo piano oggetti carichi di significati socio-culturali (le marche dei pattini determinano per esempio la classe sociale).
Lo stile di Black White and Jewish appare elaborato ma di facile comprensione grazie al sapiente uso del codice metaforico (vedi il senso di shifting paragonato a un continuo cambio di stazioni radio). L’autrice sfoggia una notevole proprietà di linguaggio e una spiccata capacità di plasmare il racconto in base alle proprie esigenze comunicative. Le analessi e le prolessi rompono la continuità del racconto al fine di mettere in risalto il rapporto tra situazioni lontane sull’asse temporale, ma non su quello emozionale. Come ci ricorda Rebecca, è il cuore che la guida nei ricordi, è il cuore che comanda la sua mano narrativa.
La razza, la cultura e la sessualità risultano come le maggiori forze in grado di modificare la costruzione dell’identità della protagonista. Rebecca è bianca, ebrea e nera, il suo corpo mulatto simboleggia la fusione di due razze diverse che non riescono tuttavia a convivere pacificamente dentro e fuori di lei. I pregiudizi razziali dei bianchi e dei neri a cui è sottoposta causano una progressiva perdita di autostima, e il desiderio dell’appartenenza la spinge a nascondere, in base alla città d’approdo, ora la sua negritudine ora la sua bianchezza. La cultura è rappresentata come un meccanismo di codici e leggi a cui conformarsi per poter far parte di un dato gruppo sociale. L’abbigliamento, il comportamento, gli interessi di Rebecca mutano nel passaggio da una città all’altra. La sessualità, o meglio la bisessualità, salva Walker dall’abbandono e dalla solitudine: emerge come importante momento di fusione con l’altra/o, dona al suo corpo denigrato il potere della seduzione.
I personaggi che si incontrano nel romanzo non sono a tutto tondo; di questi conosciamo esclusivamente quei tratti fisici e caratteriali che li definiscono rispetto all’io narrante. Ciò è dovuto al carattere interpersonale e relazionale di tale autobiografia. L’importanza data al giudizio altrui e all’appartenenza al gruppo rivelano il desiderio estremo di interagire con il mondo. Nancy Friday ritroverebbe in tale comportamento una variante dell’amore materno.
Il gruppo è potere e divertimento, ma si fonda sul controllo. Le sue leggi sono arbitrarie, crudeli, incostanti e dispotiche. Ma non importa. Offre una grande ricompensa: la legge della simbiosi. Nessuno resterà solo. […] Alla fine il gruppo non si limita a sostituire la madre, ma si impadronisce di noi totalmente. Ci fornisce amore, amicizia, protezione, forza, sfoghi ben definiti per le nostre emozioni […].
La figura materna è in effetti fondamentale per la crescita identitaria della protagonista: la madre nera Alice forma lo spirito “black” di Rebecca, cerca di instaurare un improbabile rapporto di sorellanza con la figlia alla quale tende sempre ad anteporre la propria carriera letteraria; la matrigna ebrea Judith accompagna invece l’evoluzione del corpo di Rebecca, ne cura l’alimentazione, la salute e l’abbigliamento.
La cornice di Black White and Jewish deve essere ricercata nel mondo della memoria. “I don’t remember things” , così inizia il libro. La memoria assume il ruolo di unico architetto in grado di progettare la nuova residenza del sé. Il primo ricordo è costituito dagli aeroporti, da un non-luogo emblema di precarietà e mobilità esistenziale. Nel romanzo autobiografico troviamo un intreccio complesso e strutturato di memorie che danno il senso della tormentata formazione della protagonista. Al fine di stabilire un ordine cronologico i ricordi sono disposti in sequenza (Demetrio) : Rebecca usa questa modalità per mostrare la sua graduale crescita e il continuo stato di dislocazione legato alla separazione dei genitori. La visione d’insieme dona un senso di sincronicità: l’autrice racconta gli eventi storici che circondano la sua nascita e i primi anni di vita (vedi il razzismo del Ku Klux Klan e l’avvento del Black Power) per motivare le future problematiche esistenziali di mulatta. Le pregnanze sono invece quei ricordi scelti in base alla loro significatività: la loro presenza è assai diffusa, basti citare i frequenti pregiudizi razziali a cui la protagonista è sottoposta sin da neonata (come l’episodio dell’infermiera indecisa sulla razza dei genitori o quello dello studente razzista di Yale). Anche le varianze, ovvero i ricordi che comportano cambiamenti emotivi, popolano l’avventura autobiografica della giovane Walker. Una di queste è la recita del Mago di Oz, in cui la piccola Rebecca rinnega le proprie radici nere (la madre) a favore della razza bianca (la matrigna e la nonna ebrea) per ottenere l’affetto di un altro bimbo.
Attraverso la tregua autobiografica, Walker inizia a tessere lentamente la tela della propria identità, a integrare il possibile e a giustificare ciò che resterà al margine della sua esistenza. Demetrio individua cinque poteri curativi propri dell’autonarrazione: la dissolvenza è quel sentimento di distacco benefico, dato dal ricordare immagini sfumate, che concede alla memoria di trasfigurare i ricordi più amari; il potere comunicativo della convivenza si esplicita invece nel raccontare se stessi agli altri; la ricomposizione crea una rete dialogica tra i ricordi e dona la sensazione di “tenersi assieme”; l’invenzione è legata alla scoperta di essere artefici e manipolatori del proprio immaginario autobiografico; infine la spersonalizzazione si rivela al termine del viaggio autobiografico nell’impossibilità di delineare i confini netti della personalità.
In Black White and Jewish la dissolvenza è una conquista graduale. Inizialmente i ricordi sopraggiungono con tutta la loro forza e violenza:
I start to remember in shards, pieces of glass that rip my skin and leave marks. […] I circle these glinty flashes from above for days, weeks, before I can find a way to sit down with them alone in my room, in front of my computer. From my lofty perch they appear minor, mere scratches; it is only when I look closely that I see them for what they are: self-mutilations and battle scars.
Pagina dopo pagina Rebecca impara a descrivere, con maggiore distacco emotivo e mentale, anche ricordi più dolorosi, come i tradimenti delle amiche e dei ragazzi (Michael tra tutti), le discriminazioni razziali, o la traumatica esperienza dell’aborto.
Il potere comunicativo della convivenza salva invece la protagonista dalla solitudine. Rebecca si rapporta continuamente con gli altri per avere uno scambio. La mancanza di ascolto ed empatia che prova tra i coetanei la spinge alla rinuncia parziale di sé: decide di mostrare al mondo solo la faccia bianca o nera della sua medaglia identitaria. Il problema della comunicazione è in effetti particolarmente sentito da Walker. Ai genitori assenti Rebecca non può parlare dei problemi legati alla sua multiculturalità, con gli amici non può condividere i suoi molteplici interessi, e la razza è spesso ritenuta dagli altri un vero e proprio tabù. La necessità di autoraccontarsi cresce nel tempo fino all’apice della redazione autobiografica. Il desiderio di condividere le proprie esperienze la porta persino a visitare numerose scuole e università per aiutare tutti quegli studenti che incontrino difficoltà legate ai rapporti famigliari e alle discriminazioni sociali.
Il potere del racconto autobiografico più prezioso appare quello ricompositivo. Black White and Jewish è pervaso dal senso della frammentazione e della dispersione della protagonista. Scene di vita lontane nel tempo e nello spazio si ritrovano nel testo l’una accanto all’altra, secondo un preciso progetto votato alla ricerca del significato di sé. Vivere in città diverse ogni due anni, comportarsi in modi contrastanti in base ai diversi contesti sociali, e privilegiare la propria bianchezza o negritudine secondo le esigenze sono le tante sfaccettature di una personalità che si rivela possibile in quanto mobile e molteplice. Il dialogo tra i vari punti della memoria comporta un nuovo senso di pienezza e autonutrimento: non sono più gli altri che creano significato, bensì l’io tessitore di Rebecca che getta lunghe reti tra i ricordi. Il “cielo” identitario della giovane Walker offre adesso una miriade di stelle luminose e misteriose; spetta solo a lei carpire quale costellazione possa scaturire dalla loro immaginaria aggregazione.
Il quarto potere, ovvero l’invenzione, è legato al processo della scrittura. Le nostre mani forgiano segni che parlano di noi, ma che sono già altro rispetto a noi. La nostra vita diventa una rappresentazione, una biografia mitica, frutto della manipolazione inevitabile della nostra mente. La ricerca dell’aderenza al reale non deve allontanare dal principale obiettivo autobiografico, che è appunto la rappresentazione di sé. La memoria è necessariamente creativa e ri-fondativa (Schettini), e per questo è impossibile stabilire con esattezza la veridicità di un testo. Chi legge il romanzo di Walker è comunque portato a credere alla genuinità del ricordo autobiografico attraverso varie strategie. L’autrice acquista capacità retrospettiva soltanto col procedere della narrazione. La progressiva scoperta di sé è vissuta in contemporanea con il lettore, che è così indirizzato più alla condivisione delle esperienze emotive che alla constatazione della loro attendibilità. La materialità delle descrizioni e i richiami pubblicitari (dal negozio Estelle’s di soul food alle marche di birre bevute) mettono poi a tacere eventuali dubbi legati alla verità del racconto, e pongono l’attenzione sui simboli socio-culturali che popolano il nostro mondo. Alla fine del libro Walker confessa però di aver cambiato alcuni nomi e dati di vari personaggi per proteggere la loro privacy.
La scrittura del romanzo autobiografico dona poi a Rebecca Walker la preziosa possibilità di guardarsi da lontano. La bilocazione cognitiva si manifesta nella forma narrativa che deve sottostare al duplice giudizio di colei che scrive e di colei che legge. La difficoltà di far coincidere le esigenze formali di entrambi i sé si evince anche dai tre anni e mezzo impiegati per la redazione del testo. La riscrittura serve dunque a Rebecca per aggiornare il rapporto simbiotico tra sé e narrazione, e migliorare contemporaneamente la tecnica della rappresentazione.
Il potere della spersonalizzazione giunge infine alla conclusione dell’avventura autobiografica. La ricerca della sazietà e la scoperta dell’insaziabilità dell’io sono i limiti entro cui si delinea la ricerca di Rebecca Walker. Jerome Bruner afferma che:
Uno dovrebbe, almeno credo, terminare un’autobiografia cercando di delineare che cosa intende per “se stesso”. In effetti è un’impresa disperata, perché nel momento in cui ci si mette a pensare al problema appare chiaro che i confini della personalità si dileguano come neve al sole.
La giovane Walker sceglie inizialmente la strada della personalità contraffatta (Jervis) per avere compiacenza, ma scopre ben presto che il prezzo da pagare è troppo alto. La malattia della dispersione e della negazione di sé è descritta, durante la terapia autobiografica, in ogni minimo sintomo e alla fine la cura passa attraverso l’accettazione di sé. Rebecca capisce che potrà costruire un nuovo equilibrio “dinamico” in grado di assicurarle un’esistenza felice solo se accoglierà ogni contraddizione e sfaccettatura della sua personalità.
L’ultima tappa di Black White and Jewish s’intitola “Start again”, il romanzo si conclude con un nuovo inizio. Rebecca è giunta finalmente alla risposta dell’enigma identitario, ma la soluzione coincide incredibilmente con l’impossibilità di autodefinirsi all’interno di rigide categorie, come la razza, il genere, la classe, la cultura e la religione. Il suo io oltrepassa tali codici statici perché Walker è bisessuale, bianca e nera, ebrea e buddista, ma anche altro.
It all comes to this. I stand with those who stand with me. I am tired of claiming for claiming’s sake, hiding behind masks of culture, creed, religion. My blood is made from water and so it is bloodwater that I am made of, and so it is a costant emphatic link with others which claims me, not only carefully drawn lines of relation. I exist somewhere between black and white, family, and friend. I am flesh and blood, yes, but I am also ether.
L’autobiografia porta dunque a compimento la crescita identitaria della protagonista e ne rafforza il potere personale. La scrittura diventa un’arma efficace per denunciare le ingiustizie subite, per ricreare uno spazio dove coesistere pacificamente: “I feel a strange solace when I put down the pen, a clean, quiet calm that feels better than anything else so far.” Leigh Gilmore, parlando di trauma e autobiografia, afferma:
The knowing subject works with dissonant materials, fragmented by trauma, and organizes them into a form of knowledge. The knowing self […] does not ask who am I, but how can the relations in which I live, dream, and act be reinvented through me?
Nel raccontare se stessa Rebecca Walker sviluppa una conoscenza sociale, cognitiva ed affettiva che le consente di usare le esperienze del passato per vivere con maggiore capacità di controllo il presente e il futuro. Inizialmente si sente impotente davanti alle avversità e alle discriminazioni; man mano che la consapevolezza di sé cresce capisce invece di essere l’unica artefice del proprio destino. La scuola è la palestra formativa che infonde maggiore autostima nella protagonista: Rebecca impara a credere nelle sue capacità, pubblica il suo primo saggio, presiede il comitato studentesco, vi ritornerà poi da adulta per presentare agli studenti la sua esperienza autobiografica. Il processo di self-empowerment inizia così ad autoalimentarsi.
In twelfth grade I am at the height of my power as a young woman. I am experienced. I am loved. I am excelling in my classes. I am president of my school and lead all school meetings in the gym every week. I write essays that are published in the school paper. I help develop programs that will raise awareness of people of color at my school. I drive. I apply to college.
Darsi significato equivale ad accrescere in potere personale. L’atto di scrivere è anch’esso una forma di potere perché presuppone una manipolazione volontaria di sé e degli altri e, in quanto atto creativo, sottolinea la capacità di reinventare l’esistenza. Il fatto che Rebecca abbia scelto il memoir come genere letterario in cui autorappresentarsi la dice lunga sulla necessità di mostrare agli altri tale travagliato percorso formativo. Per farsi amare Walker tradisce purtroppo se stessa; far leggere agli altri la propria vita equivarrà invece a una definitiva accettazione di sé e al recupero potenziale della fiducia nel mondo esterno. Black White and Jewish rappresenta, se vogliamo, l’oggetto transizionale (Winnicot) che funge da sostegno concreto a una dolorosa fase di passaggio; è l’aiuto materiale che Rebecca si dà per ristabilire un senso e un ordine nella propria vita.
Come abbiamo visto, l’autobiografia è indubbiamente curativa poiché permette di riconoscere le sofferenze del passato ed espellerle, ma occorre infrangere un tabù: il rispetto dei genitori. Rebecca Walker decide di dedicare proprio ai genitori la sua autobiografia per mostrare loro il lato più autentico di sé. Si sente pronta a rivivere il passato per poter liberare emozioni mai espresse e lasciarle andare. Basti citare i momenti in cui Rebecca denuncia senza timore l’egoismo del padre, per cui arriva a provare un forte odio, e la fragilità della madre, la quale si lamenta dei suoi problemi anche quando la figlia abortisce. Ripercorre con il lettore le gioie e i dolori delle avventure giovanili, gli eccessi e il bisogno di attenzione che questi nascondono e si libera alla fine di quella pericolosa aurea di freddezza che le permetteva di indossare false maschere identitarie.
Dopo un lungo cammino di formazione e retrospezione Rebecca Walker può concludere la sua prima ad-ventura autobiomitografica, consapevole delle ferite ricevute ma cosciente della sua rinnovata personalità. Ormai sa come riconoscersi e autodefinirsi, sa come illuminare il passato con la luce del presente.
What we remember of what was done to us shapes our view, molds us, sets our stance. But what we remember is past, it no longer exists, and yet still we hold on it, live by it, surrender so much control to it. What we become when we put down the scripts written by history and memory, when each person before us can be seen free of the cultural or personal narrative we’ve inherited or devised? When we, ourselves, can taste that freedom?
Gli elementi che Anna Oliverio Ferraris indica come indispensabili per poter parlare di identità sono in Black White and Jewish il frutto di lunghi anni di ricerca ed esperienza di sé. Walker scopre di essere diversa dagli altri nel corpo mulatto e nella capacità di parlare più linguaggi culturali; sente l’unicità della sua storia, del suo percorso inimitabile. Il cambiamento è il suo pane quotidiano: Rebecca cambia otto scuole, crea legami che deve puntualmente interrompere, desidera l’affetto della madre ma è ormai il biennio della matrigna ebrea; tutto muta ma Walker riesce sempre a ritrovarsi. La positività compare solo nelle ultime pagine del romanzo, quando Rebecca ricopre importanti ruoli nella scuola, accetta la sua corporeità, e impara a lottare contro le ingiustizie. Quella coerenza e quella continuità che sembravano inizialmente irraggiungibili prendono le sembianze della mobilità. Rebecca abita in una terra di mezzo che è tanto possibile quanto difficilmente definibile. Il suo io si è aperto al mondo, si è fuso con esso, ha parlato le lingue di più culture, ha indossato gli abiti dei ricchi e dei poveri, si è nutrito alla tavola della multiculturalità.
Possiamo concludere dicendo che l’identità di Rebecca Walker assomiglia a un raro fiore multicolore che deve la sua bellezza alla complessità della natura, e che al variare della luce è in grado di regalare sfumature sempre diverse e per questo affascinanti.

Bibliografia

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Sito ufficiale di Rebecca Walker
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Lascialfari, “Rebecca Walker: autobiografia femminile e self-empowerment in Black White and Jewish.”