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Le catacombe ebraiche di Venosa

Scoperte nel 1853 sulla collina della Maddalena, costituiscono una preziosa miniera di storia antica, dove entrare in contatto con le sepolture e le iconografie del popolo ebraico.

Catacombe di Venosa

Una testimonianza di notevole interesse storico e archeologico del culto dei morti nell’antichità. Un patrimonio unico di attestazione funeraria ebraica nell’Italia meridionale. Un’importante documentazione epigrafica giudaica che copre l’arco di sei secoli. Un raro esempio d’integrazione tra cultura latina, ebraica e cristiana. Tutto questo rappresentano le catacombe ebraiche situate nella collina della Maddalena, appena fuori dall’abitato di Venosa.

Le catacombe erano luoghi sotterranei, costituiti da una rete di corridoi di varia larghezza e dal tracciato irregolare, usati dagli ebrei per la sepoltura. Le pareti e i pavimenti delle gallerie erano occupati da loculi chiusi da lastre di marmo o da tegole di terracotta. Vi erano, inoltre, delle nicchie (cubicula), che contenevano più sepolcri, caratterizzate in alcuni casi da un arco, scavato nel tufo e sormontante l’urna, intonacato e affrescato (arcosolium).

Le catacombe ebraiche si differenziavano da quelle cristiane perché al loro interno era vietata la celebrazione liturgica a suffragio dei morti, vista dalla religione ebraica come una sorta di contatto con i defunti e quindi considerata pratica impura. Questo spiega perché gli ambienti catacombali erano privi dei tipici locali cristiani ipogei normalmente adibiti alle riunioni pubbliche e alle celebrazioni. In essi gli accessi, le gallerie, i cubicoli e tutte le opere presenti sono da ritenersi funzionali esclusivamente ai riti di sepoltura. La loro caratteristica principale, che le distingue da quelle cristiane, sta, invece, nei decori a fresco con simboli ebraici.

Per tradizione si pensa che gli ebrei abbiano imitato la pratica di costruire le catacombe dai primi cristiani tra il III e il V secolo d.C. Ma uno studio recente di una catacomba ebraica a Villa Torlonia vicino Roma, ad opera di ricercatori dell’università olandese di Utrecht, guidati da Leonard Rutgers, sembrerebbe rivelare la sua origine antecedente di almeno un secolo rispetto a quella delle più antiche versioni cristiane conosciute. Rutgers ed i suoi colleghi hanno usato la datazione al radiocarbonio per dimostrare che la catacomba ebraica fu iniziata come minimo nel II secolo d.C., rendendola così, di fatto, la più antica catacomba romana conosciuta. E’ molto probabile, quindi, che fossero stati gli ebrei di Roma a mettere a punto tale sistema di sepoltura, che venne in seguito adottato dai cristiani. Questo sarebbe significativo anche del fatto che gli ebrei e i cristiani abbiano convissuto pacificamente per secoli, influenzandosi reciprocamente.

Il complesso catacombale venosino, costituito da ipogei scavati nel tufo granulare vulcanico, noto agli studiosi sin dal XVI secolo, ma esaminato con maggior rigore soltanto dopo la metà dell’Ottocento, è stato a lungo trascurato e in parte spogliato. Inoltre, la natura friabile del terreno ne ha sempre reso difficile la conservazione, tanto che negli ultimi anni è stato necessario un lungo lavoro di restauro e di consolidamento dell’ingresso e di alcuni percorsi da parte della Soprintendenza ai Beni Archeologici, per rendere visitabile almeno una parte di questo ipogeo con la riapertura alla fruizione del pubblico.

Il sito testimonia, attraverso le epigrafi che vi sono state rinvenute, la presenza a Venosa tra il IV e il IX secolo d.C. di una consistente comunità ebraica, secondo alcuni più potente di quella presente a Roma. Dallo studio di queste epigrafi, aventi iscrizioni in lingua ebraica, latina o greca ed epitaffi bilingui, emerge la peculiarità del nucleo di ebrei venosini e cioè la loro origine ellenistica e non palestinese o mesopotamica. Essi probabilmente giunsero a Venosa tra la fine del III e gli inizi del IV secolo d.C., in un periodo economicamente prospero per la città. Ma, secondo Ernst Munkacsi, già in precedenza, alla fine dell’età repubblicana, vivevano a Venosa liberi commercianti ebrei. In un secondo tempo ad essi si sarebbero aggiunti, assimilandosi, piccoli gruppi di prigionieri ebrei della Giudea, giunti successivamente alla diaspora del 70 d.C. e a quella del 135. Secondo un’ipotesi di Francesco Grelle, la presenza e lo sviluppo a partire dal tardo periodo imperiale della comunità ebraica a Venosa, così come a Taranto, sarebbe da collegare alle attività di manifattura tessile dei ginecei imperiali, forse in relazione alla loro abilità nella tessitura e nella tintura di stoffe.

Dalle iscrizioni per ora decifrate e pubblicate si apprende che gli ebrei presenti a Venosa erano sicuramente bene integrati. Tra di essi vi erano proprietari terrieri, commercianti, artigiani e medici, e avevano propri sacerdoti e propri templi. Alcuni, inoltre, erano personaggi ricchi ed influenti e ricoprivano cariche importanti nell’ambito dell’amministrazione cittadina, nonostante fin dal 438 le leggi romane avessero escluso gli Ebrei dagli honores. Purtroppo di questa fiorente comunità ebraica non è stata ritrovata la sinagoga né abbiamo testimonianze sulla sua eventuale collocazione nel tessuto urbano. Dalle stesse epigrafi risulta anche che la comunità ebraica era molto legata alla terra d’origine, con la presenza in città di emissari venuti da Gerusalemme. Legame testimoniato anche dalla speranza, riportata su numerose pietre tombali, di una ricostruzione del Tempio di Erode.

Particolare rilievo all’interno delle catacombe ha un arcosolio affrescato con la raffigurazione del candelabro a sette braccia (menorah), affiancata da altri simboli tipici del patrimonio iconografico e religioso ebraico: il corno, la palma, il cedro, l’anfora d’olio. Un altro particolare interessante della tomba, in quanto caso unico all’interno del sito, è il rivestimento in marmo, che fa presupporre la sua appartenenza a una personalità di riguardo.

Ma tutto il sito è affascinante da visitare, per la sensazione che si prova ad addentrarsi nella collina attraverso gli stretti cunicoli, per la cura con cui sono scavati nicchie e arcosoli, per l’atmosfera che fa quasi percepire lo stato d’animo di chi prima scavava e poi utilizzava quelle gallerie per il culto dei propri cari scomparsi, ma anche per la suggestione resa dall’illuminazione soffusa proveniente dal basso, che sembra quasi avere rispetto di uno spazio sacro che con molta fatica è sopravvissuto per secoli attraverso la storia.

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