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Manute Bol: il guerriero africano...

Nella NBA degli anni '80 aveva fatto capolino anche il grande Manute, pescato in Sudan e trapiantato negli States. Leggetevi la sua storia, degna di un romanzo...

Nella NBA dei tempi indietro è esistito anche un tiratore di 2.30 cm?!? La risposta è si, il suo nome era Manute Bol, e il pazzo che lo mise dietro ad una linea da 3 punti fu Don Nelson, il coach che ora allena i Dallas Mavs.

Nato a Turalie, un villaggio sperduto nel Sudan meridionale, guerriero della tribù Dinka, attorno a questo personaggio nascono le storie più inverosimili. C’è chi disse che, a 15 anni, uccise un leone con una lancia. C’è che disse che lo fece a mani nude. Mah, probabilmente per alcuni poteva pure volare… naturalmente le leggende sulla sua famiglia erano di pari portata. Si vociferava che il padre di Manute avesse circa 80 figli (!!!), che suo nonno Malouk era alto come lui, che sua sorella era circa 6-10 (peccato non ci fosse la WNBA ai tempi…). Nessuna di queste notizie è verificabile. Io ve le riporto, voi prendetele con leggerezza…

La sua carriera cestistica iniziò a 16 anni, visto che per giocare a calcio nessuno lo voleva in squadra. Anche qui si dice che, la prima volta che provò a schiacciare, si spaccò i denti contro il ferro! Impagabile! Fu notato da uno scout mentre giocava con la nazionale Sudanese (non credete a chi dice che lo avrebbero pescato in uno sperduto villaggio… è troppo!) e portato negli USA. Arrivò senza sapere una parola di inglese. Voci non confermate dicono che non sapesse neppure leggere e scrivere. Per sua ammissione l’impatto fu tremendo:

“Non capivo una parola. Uscivo pazzo, ogni volta pensavo stessero parlando di me!”.

Iniziò a giocare al Bridgeport College in Connecticut. Venne scelto nella NBA da Washington, al secondo giro del draft 1985. La sua carriera iniziò bene, chiuse il primo anno con 4.96 stoppate di media. Ne rispedì al mittente 397, seconda migliore prestazione di ogni epoca. Suo è anche il record NBA di stoppate in un tempo (11) e in un quarto (8). Ad oggi è il migliore stoppatore NBA in rapporto ai minuti giocati. Naturalmente uno così alto ed esile (circa 100 Kg) non poteva passare inosservato. Woody Allen disse di lui:

“E’ così magro che i Sixers non dovrebbero spendere soldi per portarlo in trasferta, basterebbe faxarlo da una città all’altra”.

In attacco eravamo un po’ alle aste. In 10 anni di NBA la media punti è di solo 2.6. Fantastico quando coach Nelson lo spedì sul perimetro, convinto che un tiratore di 2.30 sarebbe stato immarcabile. La mossa funzionò molto poco - ma una partita mise anche 6 bombe! - e suscitò grasse risate nell’ambiente.

Una volta chiusa la sua carriera NBA decise di abbandonare gli Stati Uniti. La moglie lo aveva appena lasciato portandosi via i suoi 4 figli. Arrivò anche in Italia per giocare con Forlì, nel 1996. La stampa lo prese in simpatia. Sfilate, pubblicità. Sul campo un po’ meno, tagliato dopo due partite e rimandato in Sudan.

Qui inizia il suo calvario personale. In Sudan c’è una guerra civile che dura da 18 anni e ha fatto oltre 2 milioni di morti. Il paese è diviso tra una parte settentrionale di arabi musulmani e una meridionale di neri cristiani e di altre fedi locali, perseguitati. I musulmani al potere tollerano e sostengono le persecuzioni ­ massacri, schiavismo, allontanamento dai villaggi - nei confronti della gente del sud e sono combattuti da gruppi ribelli, tra cui quello a cui appartengono i Dinka. Si dice che Manute abbia speso più di 3.5 milioni di dollari per finanziare i guerriglieri. Il suo cielo si fa oscuro. Il mondo occidentale si dimentica di lui, nel suo paese era perseguitato perché aveva rifiutato di convertirsi all’Islam. I soldi non c’erano più: aveva investito 150000 dollari in una impresa con un cugino: bancarotta. 500000 li aveva messi in un club gestito da un amico a Washington. Bancarotta pure qui. La vita in Sudan era pesante, troppo. Due mogli. I reumatismi, le ginocchia scricchiolanti e troppo costose da operare. Voleva tornare negli States, ma il governo sudanese gli confiscò il passaporto. Con qualche stratagemma riuscì a farsi imbarcare per El Cairo, ma gli persero le valigie e gli US gli negarono il visto. Per fortuna qualche amico negli States lo aveva ancora…

Il resto è storia recente. Adesso vive ad Hartford, nel Connecticut, con la moglie Ajak e il figlio. Ha fondato la “Ring True Foundation” per aiutare i bambini del sud del Sudan ,zona nella quale c’è la sua tribù e dove è nato. Con l’orgoglio del guerriero lotta per la sua fondazione, mandando giù bocconi amari solo per il suo popolo. Ha partecipato al “Celebrity Boxing Show” contro William “the refrigerator” Perry, vincendo il match e raccogliendo circa 35.000 dollari per la sua causa.

Incredibilmente il 13 Novembre scorso è uscita la notizia che Bol, a 40 anni, avrebbe ricominciato con lo sport. No, non il basket, ma l’hockey delle Minors. L’affare era stato fatto “solo a scopo pubblicitario” ammise più tardi il GM degli Indianapolis Ice, Larry Linde, che fece la proposta a Bol dopo aver saputo delle sue difficoltà nella sua vita post NBA e della sua fondazione. Il contratto era quello standard, da 350 dollari a settimana. Giusto per gradire, Bol non ha mai giocato a Hockey e non aveva mai allacciato un paio di pattini prima di allora… i soldi dello stipendio sarebbero stati devoluti alla sua fondazione. Naturalmente Bol ha giocato una sola partita a Hockey, rimanendo il primo tempo in panchina e passando il secondo a raccogliere fondi per l’associazione, poi il 19 Novembre - 6 giorni dopo - ha annunciato il ritiro. Senza commenti.

Oltre alle leggende metropolitane lo ricordiamo per il suo fiero orgoglio di guerriero. Quello che gli ha permesso di lottare per la NBA, per il suo popolo, per la sua vita…

Onore per sempre al grande guerriero Dinka.

TeoPaz

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