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Scot Pollard, son of poison...

Andiamo a scoprire qualcosa di uno dei giocatori più strampalati del panorama NBA. Le sue origini, la sua vita, i suoi rimpianti...

Se togliamo la jersey di Sacramento a Scot Pollard e leggiamo il tatuaggio sulla parte bassa della schiena troviamo scritto:

“Son of poison”

Ok, homiez, non lasciamoci andare al classico e scontato: “Si, va beh, questo è un montato…”. Non lasciamoci condizionare dal look sempre diverso, dalle unghie nere. In quel tatuaggio c’è tutto Scot Pollard.

Son of Poison, dicevamo… non è un modo per segnalare la sua pericolosità, per dimostrare la sua grinta sul campo, ma per ricordare le sue origini. Poison non è altro che il padre di Scot, Pearl Pollard, scomparso troppo presto, quando il ragazzo aveva appena 16 anni. Poison, “veleno”, per il suo mortale gancio cielo. Quando si parla di suo padre Scot si rabbuia, soprattutto per il rammarico che non abbia mai potuto vederlo giocare davvero:

“Penso che sarebbe orgoglioso di me. Non sono neanche vicino a lui offensivamente, sono più una sorta di role player. Mio padre ha vinto due campionati statali dello Utah quando era nella High School, e ha condotto l’università di Utah alla conquista del NIT. E’ stato un grande giocatore, penso a lui ogni giorno. Mi manca, ed è sempre nei miei pensieri.”

Una dichiarazione di amore ed affetto per un padre perso troppo presto, per un rimpianto che nella sua vita non sarà mai colmato…

Scot Pollard è così. Un tipo strambo, un vero “dude”. Vedendolo esteriormente non si penserebbe mai che sia il sesto figlio di una famiglia di mormoni, anche se è cresciuto a San Diego, sulla West Coast. Fin dall’inizio si capì che era diverso dai fratelli. Il padre e la madre volevano che anche lui, come i suoi quattro fratelli maggiori – di cui uno, Adam, giocò nella CBA – partisse per la missione di due anni che spetta a tutti i ragazzi di religione mormone. Volevano che fosse religioso e credente come loro. Ma Scot aveva idee un po’ differenti:

“Dissi a mio padre, prima che morisse, che non sarei andato in missione. Gli dissi “Papà, non fa per me, non diventerò un mormone. Così come non andrò più in chiesa, non andrò neanche in missione”.

Naturalmente il padre, fervente religioso, non la prese bene. Ricorda Scot:

“Non era felice di quello che avevo scelto, ma capì il mio punto di vista. I miei genitori sono sempre stati molto pazienti con me.”

Centro di 210 cm, è cresciuto cestisticamente alla Torrey Pines High, una scuola californiana nei pressi di San Diego. Scot era ricercato da molte grandi università tra cui, naturalmente, le migliori dello Utah, ancora memori delle imprese cestistiche del padre Pearl, che nel 2001 è stato inserito nella “Hall of fame” dello stato. Pollard fece una visita di cortesia a Brigham Young, l’università mormone per eccellenza, ma ammise poi che fu solo perché la madre glielo aveva chiesto. Scelse Kansas, preferendola ad Arizona, trovando in coach Roy Williams il padre che aveva perso da poco, l’unico che non gli promise un posto fisso ma gli disse che avrebbe dovuto guadagnarselo lottando con Greg Ostertag in allenamento.

“Once a Jayhawk, always a Jayhawk,”

In questa frase si capisce tutto il suo attaccamento per la maglia di Kansas University, tanto che il nostro risiede a Lawrence, sede dell’università, durante la off season. Proprio lì conobbe il suo amico fraterno Jacque Vaughn, una persona molto calma, ordinata, che ama scrivere e leggere poesie. Istintivamente non diresti che due ragazzi così diversi possano diventare amici, ma evidentemente la sensibilità che Pollard nasconde dietro l’estro, dietro il suo look da surfista, li ha uniti. Ricorda il play, oggi ad Orlando:

“Nella sua camera sembrava fosse appena passato un tornado, è sempre stato così”.

Difficile pensare che un personaggio così estroverso si sia ritagliato uno spazio nella NBA col sudore della fronte, con la concretezza, il lavoro sporco. Ma è proprio grazie a questo che Scot ha una jersey ufficiale. Ora che sembra si sia calmato un po’, è sposato e ha una figlia di due anni, può anche alzare lo sguardo al cielo e dire:

“E’ stata la morte di mio padre a farmi maturare. Mi ha fatto prendere la scuola e il basket molto più seriamente”.

E nei suoi occhi vedi la luce del rimpianto per quel padre che è sparito troppo presto e che da lassù probabilmente è orgoglioso del figlio ribelle. Quel figlio che si è trasformato in uomo, prima che in giocatore NBA…

TeoPaz

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