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Verso il Draft. O verso l'oblio...

A Cincinnati era stato un fattore, prima che il suo carattere lo fregasse. Ora, il 26 Giugno, c'è anche lui tra quelli che sperano in una carriera NBA. Se solo due giorni prima...

A volta avere il talento non basta, se non hai il cervello, se non sai capire quello che è giusto o sbagliato fare. Probabilmente è anche difficile capirlo in situazioni particolari, quando tuo padre abbandona la tua famiglia prima che tu sia andato all’asilo, quando la tua “posse” ti gonfia il cervello di cose idiote solo perché sei alto e agile, perché nessuno tira nella tua vernice senza rischiare che tu lo rispedisca indietro, perché la vernice è tua… a volte le storie hanno un finale positivo, come quella di Jason Keep, altre il finale è amaro, anche senza essere stato ancora scritto…

Donald Little è il protagonista della seconda storia. He got game. Ma non è bastato a salvarlo da sé stesso. Il ragazzo è un centro di 6-11, una specie di versione meno talentuosa di Marcus Camby, ma con le stesse doti intimidatorie. E’ cresciuto nella Evans High di Augusta, Georgia, ma inseguendo il suo sogno di giocare a basket si è trasferito per l’ultimo anno alla Mount Zion Academy. Se il nome vi ricorda qualcosa avete visto giusto, era proprio compagno di un certo n. 1 che ora qualche cosina nei Pro la sta facendo.

Nel 1997 il trasferimento alla Winchendon School, una scuola privata, per prepararsi all’università. Divisa obbligatoria, con tanto di cravattino, sveglia alle 7 e tutto spento alle 22.30. Anche lì scuola e basket. Coach Byrnes ricorda:

“Era un ragazzo molto emotivo. A volte perdeva le staffe e doveva cacciarlo dall’allenamento, ma dopo mezz’ora lo vedevo tornare nell’ufficio a scusarsi. Capiva di avere sbagliato…”

L’allenatore provò ad aiutarlo con le pacche sulla schiena, con i faccia a faccia. Alla fine non servì a nulla, e Little venne cacciato dalla squadra dopo un paio di sospensioni. In ogni caso continuò a seguire le lezioni. In classe era rispettoso, aveva l’atteggiamento giusto e alla fine arrivò al diploma.

Capitolo NCAA. Un ragazzo che ha problemi a controllarsi su un campo da basket ha solo due scelte: sbarellare del tutto oppure andare in una università in cui, in campo, la disciplina è ferrea. Lui andò sotto coach Huggins a Cincinnati, un sergente travestito da coach, uno che non disdegna i casi difficili. Primo anno subito maledetto, un infortunio grave, la red shirt e ci si rivedrà in futuro. La prima stagione sana lo vede come back-up di “Grand Kenyon” Martin, con soli 9 minuti di media, ma i 6 punti e 5.6 rimbalzi del secondo anno, oltre alla grande presenza difensiva, convincono coach Huggins che il posto di centro titolare andrebbe affidato al ragazzo della Georgia, anche se il rapporto tra i due - per stessa ammissione del giocatore - è di odio-amore. A causa della difficoltà del nostro di sapersi controllare non era difficile vedere coach Huggs diventare paonazzo e urlare improperi che avrebbero fatto cadere i crocefissi di tutte le chiese del circondario. Ma il talento è talento.

I Guai – si noti la G maiuscola – iniziano nel Maggio 2001, quando il nostro ha già quasi 23 anni. La classica birretta da bar in compagnia di un compagno di squadra, il gomito troppo alto per ragionare bene, le idee annebbiate, tanto confuse che gli fanno insultare e prendere a calci una cameriera del locale – anche se lui nega - e spaccare la stecca da biliardo in testa ad un altro cliente. Arrestato. Meno di 20 giorni dopo questo fattaccio il ragazzo viene ripreso un’altra volta: guida oltre il limite di velocità, in stato di ebbrezza e con patente sospesa, e possesso di marijuana. Arrestato ancora. Già nel Settembre 2000 era stato fermato mentre circolava con la patente sospesa per violazioni al codice stradale. A quel punto anche coach Hugghins non può esimersi dal cacciarlo dalla squadra. Il 19 Luglio successivo, con l’avanzare del processo, si scopre che la marijuana non fu mai trovata e la patente non era sospesa, ma solo in nostro l’aveva lasciata a casa. Mah, i misteri della giustizia americana, quando un ragazzo ha la pelle troppo scura…

Dalla descrizione che ne sta venendo fuori sembrerebbe un avanzo di galera, invece il ragazzo era molto stimato sia dal coaching staff – affidavano a lui il compito di mostrare l’università ai pargoli che si cercava di reclutare - che dai compagni di squadra. Era anche uno dei più disponibili a firmare autografi, a parlare coi giovani. In virtù di queste doti, e del pentimento professato, il 21 Settembre Little viene riammesso in squadra, ma solo a patto di sottostare a rigide regole comportamentali e frequentare un corso con una psicologa, la dottoressa Friedman. Il 30 Novembre la dottoressa manda una lettera al giudice dove dice che il ragazzo ha frequentato con profitto.

“Ha migliorato l’autocontrollo, dimostrando un’attitudine positiva. E’ stato un piacere lavorare con lui”

questa la dichiarazione di Ms.Friedman. Le ultime parole famose… per i primi tempi le cose sembrano andare bene, tutto pare sotto controllo, anche in campo. Ma il primo giorno di Aprile 2002 il ragazzo sbarella nuovamente. Convinto che il suo compagno di stanza gli abbia rubato 2500 $ - come faccia poi un 23 enne ad avere tanti soldi nella sua stanza di università è la classica domanda al vento – Little, in pieno stile gangster, lo chiama al telefono per tendergli un vero e proprio agguato. Appena Justin Hodge rientra in casa viene colpito a tradimento con una bottiglia di whiskey, imbavagliato, legato con il nastro adesivo e picchiato selvaggiamente dal nostro più alcuni amichetti. Si pensa anche che Little abbia spento delle sigarette sul povero malcapitato, prima di averlo sbattuto in strada dicendogli di non tornare se non avesse riportato i 2500 $. Rifugiatosi da un amico, e in seguito portato all’ospedale, Hodge nega di aver sottratto i soldi. La polizia intanto era venuta a prendere il centro di Cincinnati, per portarlo nuovamente in cella. Due giorni dopo coach Huggins caccia per la seconda volta – questa volta definitivamente – il suo giocatore.

Il resto è storia recente. Il ragazzo mantiene la sua borsa di studio, si sta per laureare a breve, ed intanto gioca per un fantomatico “team Nike” delle amichevoli contro i maggiori college americani. Contro Kentucky il solito Little: schiacchiata in testa ad Estill ma anche l’unico ad uscire per 5 falli. Grande intimidazione ma anche la cronica incapacità di segnare un tiro che non sia una inchiodata.
Ad oggi il suo sguardo è malinconico:

“Vorrei tanto essere con loro, mi manca la squadra”

dice pensando ai suoi vecchi tempi coi Bearcats. Molti reputano che in questa stagione sarebbe stato uno dei principali intimidatori della NCAA. Lui si vede – con molta fantasia e immaginazione - come un All American mancato, mentre sogna il vecchio continente come possibile zona di sbarco cestistico.

Il suo nome è tornato alla ribalta negli scorsi giorni: si è iscritto al draft di Giugno, per il quale si sta preparando da tempo. Ma forse l’unica data che dovrebbe tenere d’occhio in quel mese è quella del 24. Quel giorno si emetterà il verdetto sull’agguato vigliacco che lo ha visto protagonista nell’Aprile del 2002. Little, 25 anni, potrebbe passarne altrettanti nelle patrie prigioni…

TeoPaz

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