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Il Diario del Superbowl

Tredicesima parte

Tredicesima (e forse terzultima) parte del diario…

Ciao,

Annunziato.

Le cinque del pomeriggio… Paul arriva laddove si terrà l’intervista, tutto il nostro staff è pronto, e la stessa scorre senza intoppi. Paul canticchia con Bradshaw e annuncia il tour imminente, divertendosi molto. Missione compiuta.

Le cinque e otto minuti… Il personale della sicurezza vorrebbe condurre Paul fuori del percorso da noi già intrapreso. Utilizzano il poco tempo disponibile durante l’intervista per sgombrare lo spazio. Viene formato un cordone di sicurezza per proteggere Paul, attraverso il quale ci spostiamo. Con dietro i fan ancora urlanti facciamo accomodare Paul nell’ascensore per scendere giù e tornare all’automobilina da golf.

Le cinque e mezzo… Torniamo nella stanza che la NFL ha fornito a Paul. La band sta aspettando il nostro arrivo con alcuni membri del nostro gruppo. Haefeli entra raggiante, pensando che Paul abbia realizzato qualcosa per il “Dietro le quinte” della NFL. Paul sembra davvero preoccupato per quanto accaduto. D’altra parte, come biasimarlo? La sua incolumità va sopra ogni cosa. Ma credetemi, si è trattato di un momento davvero “rock’n’roll”.

Le sette meno venti… La partita inizia e iniziano pure gli schieramenti. I membri del gruppo dichiarano le loro preferenze e come la maggior parte degli ottantamila tifosi sono divisi. Alcuni di loro parteggiano per il Philadelphia ed altri per il New England. Anche se Paul ha tifato per il New England durante la scorsa gara, non credo abbia senso che Paul tifi per qualcuno in questa competizione. Basta solo che si goda lo spettacolo che lo circonda. Lo sosterremo fino alla fine. [i]

Le sette e mezzo… Barrie e Phil continuano a lavorare freneticamente. Assieme agli agenti della sicurezza scopriamo alcuni dettagli trascurati man mano che vagliamo i prossimi movimenti di Paul. Wendy, la stilista, è in piena azione e Paulette è in piedi per i ritocchi dell’ultima ora. La partita è divenuta una mera questione di punteggio, ma il primo tempo è quasi scaduto e la ragione per la quale ci troviamo qui sta per concretizzarsi.

Le otto e venticinque… Mentre Paul, la band e alcuni membri della squadra che si occupa del palco vanno via, iniziamo a “darci il cinque”. Con Lee Eastman decido di occupare il miglior posto in circolazione – un cubicolo drappeggiato posto nel mezzo del passaggio che divide il campo di gioco.

Le otto e quaranta… Il palco viene mosso verso il campo. È un qualcosa d’incredibile. Mi è stato detto che, al posto dei soliti sei minuti, lo spostamento del palco ha richiesto solo quattro minuti e trentotto secondi. Il video d’apertura viene mostrato nei due schermi posti ai lati dello stadio. Nella mia posizione riesco a vedere bene il campo, quasi come osservassi i televisori del cubicolo. Viene presentato Paul: gli astanti impazziscono.

Le otto e quarantacinque… “Drive my car” è perfetta. “Get back” scuote il pubblico ed anch’io inizio a muovermi, pur pensando che i censori della NFL si siano dimenticati di JoJo e della sua erba della California. Credo di non essere il solo, anche perché i quotidiani del giorno dopo hanno sottolineato quel testo in numerosi articoli. Splendido. “Live and let die” si conferma una delle migliori canzoni da eseguire dal vivo di sempre, supportata da una serie di giochi pirotecnici che non sono secondi a nessuno. L’altro cinquanta per cento dei giochi pirotecnici che non avevamo visto nelle prove arriva in gran spolvero non appena le camere a bordo dell’elicottero riprendono alcune esplosioni che si verificano ad un’altezza di più di nove metri rispetto allo stadio. E poi c’è “Hey Jude”, uno dei brani da karaoke più lunghi del mondo, con tanto di lucine e cartoline con su scritto “nah, nah, nah”. L’esibizione di dodici minuti sembra si esaurisca in un secondo e vado via desiderando di vedere qualcosa in più. Scoprirò più tardi di non essere il solo a nutrire tale desiderio. Ci sarà un tour quest’inverno e questi sono argomenti di cui uno abbisogna per iniziare a far camminare quel bambino.


Le nove e dieci… Paul e la band ritornano far le nostre urla di approvazione – baci ed abbracci. L’ordine viene ristabilito giusto in tempo per appurare che i New England sono in vantaggio e che non ci dovrebbero problemi con il terzo quarter. Paul e la band si cambiano d’abito, mentre ci viene servita la cena. Nel frattempo Paul occhieggia un po’ del materiale video che Haefeli ha catturato con la sua videocamera portatile ad alta definizione e Craig Braden riguarda il suo nastro che mostra, tra l’altro, una signora intrappolata per qualche momento sotto un montante e portata fuori dal campo. Non è ferita. Springo entra nella stanza, afferra un cartoccio di popcorn solitario, e proclama che il suo Blackberry non vuole smettere di vibrare. Ci sono scambi di mail tra i ragazzi della nostra squadra e Bon Jovi, Aerosmith, Godsmack, le loro madri… E tutti i nostri telefonini non fanno che registrare chiamate di congratulazioni per tutta la notte.

Le dieci… È il quarto quarter, i New England conducono ancora l’incontro, e realizzo che Robby non è con noi. Qualcosa è andato per il verso storto. Lo chiamo. Sembra arrabbiato e pare abbia appena finito una battaglia con Don Mischer. Mi offro per aiutarlo, cercando di farlo ritornare in stanza con noi, facendogli sapere quello che si è perso, ma credo che lo rincontreremo al parcheggio degli autobus mentre stiamo per partire. E potrò finalmente scoprire quello che è successo.

Le dieci e quaranta… Paul avverte Phil che ce ne andremo con gli Eagles sotto di dieci punti. Mancano tre minuti scarsi alla fine della partita. Dopo una battuta Springo avverte Paul che gli Eagles hanno ancora qualche possibilità di vincere, mentre McNabb colpisce un ricevitore abbastanza veloce per un touchdown, battuta da tre punti. “Rimarremo qui”, dice Paul ridacchiando. C’è una battuta non in fuorigioco, ma i New Englands riescono nuovamente a portarsi in vantaggio, la partita finisce e di buon umore lasciamo la stanza per dirigerci verso il nostro bus, scortati da una fila di automobili della polizia.”

[i] Ma anche: “Resisteremo sino alla fine”.