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1. Il testimone

Il romanzo di Alvano, tra cronaca, metafore e memoria. Ricordare è anche ricreare, reinventare, ricostruire il passato, non per mera vanità ma per dare conto a se stessi di ciò che si è oggi guardando indietro, immaginando il futuro. Queste metafore fanno parte della memoria di Alvano, il testimone. Saranno, di volta in volta, lui, il suo alter ego, o l’io narrante, a guidare il lettore in un percorso che ha l’ambizione di andare di millennio in millennio. Una “storia” che nasce da una catastrofe naturale in una valle del sud d’Italia, si trasferisce ‘altrove’, seguendo i percorsi mentali del personaggio principale, per poi ritornare alle origini.
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Il libro di una vita

Questo è l'incipit di un libro "work-in-progress", una esperienza di scrittura creativa tra l'antologico e il biografico. In effetti la vita di ogni uomo è una sorta di antologia costituita da brani che sono episodi esistenziali scritti e stampati sulla pagina del libro della propria vita. Ogni uomo dovrebbe farla per se stesso. Io la sto scrivendo per un vecchio amico autodidatta, poeta, scrittore, pittore, disegnatore, manovale, muratore e tante altre cose ...
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Sapete cos'è la filografia?

Esistono nella storia della civiltà fondamentalmente due tipi di lettere: quello che si potrebbe chiamare della "lettera di comunicazione", con cui l'uomo esprime a un altro uomo le esigenze pratiche più diverse, e quello della "lettera d'espressione", volta invece a comunicare affetti, sentimenti, ideali, illusioni, progetti di vita, speranze. Ogni tipo di lettera è quindi di per se stessa estremamente significativo.
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E' vero che Internet ha ucciso il romanzo?

Ma è vero che Internet sta facendo scomparire il piacere di scrivere e leggere storie? Da che mondo è mondo l'uomo è stato sempre attratto dal fascino delle storie sotto qualunque forma esse si presentino: romanzi, racconti, fiabe, novelle. Dopo tutto la stessa vita di ogni uomo è una storia in sè, inserita nel grande contesto di una piccola o grande comunità nella quale ogni essere umano è destinato a vivere. Destini che si incrociano e si intrecciano inevitabilmente e creano la storia infinita dell'umanità.
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Perchè dobbiamo scrivere ogni giorno

"Better to write for yourself and have no public, than to write for the public and have no self." - "Meglio scrivere per se stessi e non avere un pubblico piuttosto che scrivere per un pubblico e non essere se stessi". Così ha scritto Cyril Connolly (1903 - 1974) critico e scrittore inglese. Voi che ne pensate? Nel frattempo che ci pensate vi dico io perchè cerco di scrivere ogni giorno. Ciò che dice il critico inglese è, come tutte le affermazioni categoriche, vero solo a metà.
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La perduta arte della corrispondenza

In passato le lettere erano il miglior mezzo di comunicazione. Era attraverso carte e penna che si raccontavano le proprie esperienze, si condividevano gioie e dolori della vita quotidiana. Si badi bene, un passato non tanto lontano, tutto sommato. Diciamo fino ad una ventina di anni fa. A poco a poco la comunicazione elettronica e online ha cancellato l'antica arte di scrivere lettere.
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La vita è una biografia romanzata

T. S. Eliot ebbe a dire che "human kind cannot bear too much reality". Gli uomini, è vero, hanno bisogno di andare oltre la realtà. Ecco perchè scrivono e leggono racconti e romanzi. Hanno bisogno di "fiction", come dicono gli inglesi: la finzione. Dal latino "fingere", creare, qualunque cosa inventata, una persona, una condizione, un fatto, un evento, un luogo. Un termine che oggi nel mondo contemporaneo tocca tutti i mezzi della comunicazione, dai libri ai giornali, dal cinema alla TV, dal teatro alla Rete. La ragione è semplice ...
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Elogio della parola scritta

Un invito alla lettura vede il libro quale indispensabile momento di formazione individuale e ineludibile strumento per la costituzione di un sapere argomentato. Non intendo qui demonizzare i nuovi media. Non solo sarebbe antistorico, ma sicuramente non sortirebbe nessun effetto visto la globale pervasività , vorremmo in compagnia delle riflessioni di tanti autorevoli intellettuali richiamare l’attenzione di tutti i bibliomani e non sul "sapere che stiamo perdendo" da quando la televisione e tutti i suoi figli derivati che si ritrovano nel “social networking” assurge imperiosamente a divenire prima maestra in questa fase della nostra civiltà. Il sapere che stiamo perdendo è figlio della parola scritta, che ha costituito l’essenza della nostra civiltà fino ai nostri giorni, un sapere dialogico, astratto, costruttore di concetti, e produttore di pensiero argomentato.
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Milioni di scimmie sulla ruota del blog

Ieri ho parlato dei tormenti di una guida/blogger. Oggi ho deciso di spiegarmi le ragioni di questi tormenti perché, tutto sommato, scopro di essere in buona compagnia. L’immagine che ho proposto ieri era quella di tante scimmie che ridevano liete e giocose davanti ai computers. La didascalia parlava chiaro: “abbiamo bisogno ancora di molte scimmie” disposte a fare fare blogging. Solo in apparenza una provocazione se si pensa che ormai ammontano a centinaia di milioni i blog nel mondo. In effetti tutti coloro i quali gestiscono uno spazio del genere sembrano comportarsi proprio come tante scimmie che si trovano a far girare sempre più velocemente la ruota del mulino dei moderni mezzi di comunicazione. Possiamo riassumere la situazione in due semplici considerazioni.
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I tormenti di una guida

Un vero blogger, come una vera guida, prima di scrivere al mondo scrive a se stesso e con se stesso cerca di intendersi. Cosa tutt’altro che facile, azione quasi sempre difficile e tormentata. I pensieri sono sempre là che ti aspettano in un angolo del tuo cervello, si accumulano, ti tormentano, sempre pronti a fare domande, a generarsi, trasformarsi e trasformarti, in qualsiasi momento della giornata, qualunque cosa tu faccia, ovunque tu vada. Se leggi, se scrivi, se vedi la TV, ascolti la radio. Oppure vai ad un funerale, come oggi. Lui è steso là dentro, il prete recita i suoi versi, l’organo suona la solita musica e tu sei preso dai pensieri. I soliti? Anche nuovi, diversi da quelli che tu hai pensato la volta scorsa all’ultimo funerale. Ma questi, se possono essere pensieri tenebrosi, non sono da meno quelli che ti vengono se viaggi in treno.
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