
Dopo il ‘64 l’abbigliamento femminile non sarà più lo stesso. Le gonne corte imporranno stivali alti di vernice, nuove calze dette “collant”, e una rivoluzione della biancheria. Nel ‘66 Andy Warhol firma il miniabito Campbell’s Soup, elevando ad arte l’invenzione di Mary Quant. Avviato dalla mini, il processo di liberalizzazione dell’abbigliamento procede rapidissimo.
Nel ‘66 Yves Saint Laurent lancia il nude look, Paco Rabanne firma i suoi micro abiti in metallo e Rudy Genreich inventa il topless.
Nel ‘67 vanno di moda le parrucche artificiali e coloratissime di nylon. A Londra le vende Biba. A Milano fanno irruzione nelle vetrine di Fiorucci: il nuovo, folle negozio destinato a diventare un faro nella diffusione della mini. Ma soprattutto nella liberalizzazione dell’abbigliamento e dei comportamenti.
L’esplosione del ‘68 coi movimenti di liberazione della donna, Jimmy Hendrix, Woodstock e il film Trash di Andy Warhol forniscono il carburante ideale per spingere al massimo la “scoperta” di Fiorucci del corpo femminile. “Ci vuole poco, per essere alla moda”, dichiara lo stilista. E con questo credo Fiorucci si prepara a lanciare il tanga e il monokini. Nel frattempo, persino l’elegantissima Jackie O’ nel ‘68 si è sposata in mini di pizzo firmata Valentino. Da allora la minigonna non è mai stata fuori moda…
2004: Giorgio Armani fa della minigonna la bandiera del nuovo stile autunno-inverno mentre Roberto Cavalli nella linea giovane Just Cavalli lancia una serie di minigonne pacifiste al motto di “No war, more wear”.
La minigonna è di nuovo portatrice di libertà.

galloway









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