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Del piacere di far libri

Regalare libri è la cosa più bella che un essere umano possa fare a se stesso e agli altri. Fare libri per gli altri costituisce probabilmente un gradino ulteriore nella scala gerarchica immaginaria del fare le cose per puro diletto personale. L’ultimo gradino è quello del mettere a disposizione il frutto del proprio lavoro affinché gli altri possano goderne. Il senso di una biblioteca gratuita on line è questo, né più né meno.

Non possono essercene altri, e se qualcuno dice che ce ne sono mente in modo neanche tanto velato e discreto. Una biblioteca on line, per esistere e per riuscire a stare in piedi da sola, vedere accresciuta la propria offerta di titoli ed essere apprezzata dal pubblico deve essere necessariamente il frutto dell’amore che si ha per i libri (o, se si preferisce, per i cosiddetti “testi elettronici”), e del piacere che questa attività dà in primo luogo a chi la svolge.

Una biblioteca on line non può che basarsi su questi presupposti. Fare libri per un puro spirito di volontariato rende sterile e noiosa qualsiasi attività. Paradossalmente, non si fanno i libri solo affinché gli altri possano goderne, se no non ci sarebbe nessun tipo di risultato pratico, se non al prezzo delle noiosità e delle lungaggini simil-burocratiche a cui la storia dell’editoria on line in Italia ci ha tristemente abituati. Bisogna fare libri in primo luogo perché dà piacere a chi li fa. Una volta che chi fa libri ha raggiunto il pieno godimento dalla propria attività, quel libro sarà pronto per poter essere usufruito da tante altre persone. Mai prima.

Fare un testo elettronico nella migliore delle ipotesi è noioso, la gente lo trova perfino inutile e comunque poco accattivante e interessante. Se si parte ex novo occorrono scanner, OCR, una buona capacità di riconoscere gli errori che inevitabilmente si commettono nell’acquisizione digitale di una pagina cartacea, pazienza certosina e piglio filologico. Beni e doti che non fanno gola ai più, ammettiamolo pure. Nel migliore dei casi si “costruisce” un libro elettronico partendo da un testo prestabilito. Che va, comunque, rivisto, corretto, emendato, e ridistribuito in forma sostanzialmente modificata. A chi potrebbe interessare tutto questo? Non sono certo attività gratificanti. Un sacco di persone preferirebbe fare una passeggiata sulla spiaggia, oppure passare lo stesso numero di ore trascorse davanti a un PC a digitalizzare, confezionare e distribuire libri, in un locale da ballo o al ristorante con le persone più care. Tutto questo può suonare perfino ovvio ai più.

Ciò che invece non suona ovvio è che il libro è una cosa seria. E che i libri gratuiti sono una cosa ancor più seria. E che gli e-book gratuiti rappresentano un potenziale di risorse potenzialmente infinito nelle mani dei lettori e di quelle di chi li distribuisce. Ed è bello produrre questa potenzialità di risorse.

Eppure gli e-book, spesso, non piacciono. Non piacciono per una quantità altissima di motivazioni diverse. Tra le obiezioni più frequenti c’è quella vecchia e stereotipata per cui “i libri digitali non riusciranno mai a sostituire i libri di carta”. Occorre il dovuto rispetto per le persone che sono portatrici di queste opinioni, ma il rispetto per le persone non significa che si debbano per forza rispettare anche le idee che portano avanti. Senza particolare veemenza, ma con la giusta e dovuta decisione, è necessario lasciar da parte i buonismi. Il libro di carta non è destinato a scomparire perché la carta rappresenta ancora un veicolo di diffusione della conoscenza assolutamente formidabile. E non ci si deve comunque mai stancare di sottolineare che libri elettronici e libri cartacei non sono in antitesi e non sono neanche in alternativa.

Il libro elettronico non rappresenta una modalità diversa di concepire l’oggetto libro, ma una modalità “altra”, che non può dirsi in antitesi con il supporto cartaceo. Nessuno si scandalizza nel sapere che negli Stati Uniti un libro è disponibile in audiocassetta a pochi centesimi presso i negozi annessi ai distributori di benzina, sotto forma di lettura o sceneggiatura rielaborata. L’audiocassetta con il testo letto e recitato da uno o più attori rappresenta, dunque, una modalità diversa di usufruire del libro. Dopo aver utilizzato questa modalità, si può andare in libreria a comperare un’edizione cartacea per sé, per fare un regalo a qualcuno, per tenerla sul comodino e leggerla, o per portarla a casa e tenerla su uno scaffale per tutta la vita senza mai guardarla. Si può scaricare da Internet, se disponibile, quel libro in versione e-book e lo si può leggere a schermo o su un palmare. Il libro è tutto questo e molto di più.

Parlare di libri elettronici non piace fin dalla terminologia. Qualcuno lo ha sottolineato in modo piuttosto veemente e ingiustificato. Come è ovvio, si tratta delle stesse persone che usano termini come “e-mail” per “posta elettronica”. E allora perché non si può dire “e-book” per definire un libro elettronico? Un libro è un oggetto concreto (anche nella sua forma digitale) che serve per essere letto e fruito. Nella concezione del libro non esiste, a livello di koiné, il concetto di interattività. Il libro, da quando esiste, è fatto per essere aperto, per affondarci gli occhi dalla prima pagina all’ultima. Sfogliandolo, tornando indietro, saltando paragrafi, lasciando depositare capitoli ostici, ma mai manipolandolo e trasformandolo a nostro piacimento. Perché il libro ha sempre qualcosa da dirci ed è nostro dovere starlo ad ascoltare in silenzio.

La possibilità di utilizzare una tecnologia sempre più alla portata di tutti, ha permesso di raggiungere un traguardo importante nella creazione dei libri elettronici, ovvero la digitalizzazione dei testi. Si tratta di una operazione molto importante che permette, oltre alla tradizionale lettura a video, la consultazione del testo attraverso appositi programmi di ricerca (i Data Base Testuali) di occorrenze, hapax, contestualizzazioni, di generazione di concordanze e quant’altro. Questi programmi sono molto utili e non c’è mai da finire di elogiarne le prestazioni. Ma un libro è “altro” persino da questo. Se io compro una edizione cartacea della Divina Commedia di Dante, difficilmente la leggerò con lo spirito di chi desidera compiere una operazione di spoglio lessicale. Se voglio fare questa operazione posso comperarmi un’opera di consultazione in CD ROM, non un libro. O se proprio desidero un libro cartaceo, posso fare in modo di comperare un dizionario dantesco, o una chiave di lettura.

I libri elettronici spesso non piacciono per ragioni di stillicidio meramente tecnico. Molti dicono che i libri elettronici sono qualcosa di cattivo solo perché spesso vengono compilati in formati proprietari e non “aperti”. Perché il lettore finale, per compiere l’azione prima e ultima che si deve al libro (leggerlo) deve acquisire programmi specifici per quel determinato formato.

Dicono che un formato aperto è facilmente modificale, stampabile e gestibile con una qualsiasi applicazione supportata da una qualsiasi piattaforma. Vero. Ma il punto sta proprio qui. Perché mai un libro dovrebbe essere manipolato, stampato e “gestito”? Non è questa la sua funzione, questa piuttosto è la funzione di un testo acquisito mediante strumenti informatici. Nessuno legge un file salvato in formato puro testo, perché questo tipo di file non è fatto per essere letto, tutt’al più per essere consultato. Tra un libro elettronico propriamente detto e il puro testo di quel libro c’è la stessa differenza che passa tra un romanzo di Dostoevskij e un elenco telefonico. Il primo è pura fruizione sic et simpliciter, il secondo è uno strumento da cui ricavare dei dati. E non è una distinzione da poco.

I libri elettronici spesso non piacciono perché la lotta tra formati aperti e formati proprietari si fa ogni volta più disonesta e pretestuosa. Scaricare un libro in formato .RTF o .PDF significa comunque scaricare un libro in formato proprietario (di proprietà, rispettivamente, di Microsoft e di Adobe). Anzi, spesso scaricare un libro in formato .PDF significa non avere nessuna possibilità di interagire con il testo, non modificandolo in nessun modo. Eppure nessuno ha niente da ridire sul fatto che la Adobe ricavi utili stratosferici dalla diffusione del formato .PDF. Nessuno ha da ridire se il formato .RTF è stato messo in circolazione dalla stessa azienda che codifica i libri elettronici in formato .LIT. E’ una guerra senza vinti né vincitori, perché la guerra non la si combatte parlando di libri. E, aggiungo, non la si combatte neanche senza armi. La disparità tra l’offerta di e-book disponibili gratuitamente in formato proprietario e quella in formato cosiddetto aperto (.OEB) è talmente evidente da non lasciare adito a dubbi. E’ la stessa differenza tra chi le cose le fa e chi ne parla soltanto. Siamo letteralmente invasi da progetti di ogni tipo, ma i libri non ci sono.

E, come si diceva poco sopra, i libri sono quelli che hanno qualcosa da dire. Se siamo noi fruitori a parlarne rischiamo da non dare loro voce. Rischiamo di vedere vanificata la funzione prima stessa del libro, la sua lettura, il suo ascolto. E’ il libro che deve dire qualcosa a noi, non viceversa. E i libri ci potranno parlare nella misura in cui saranno disponibili. Se i libri non sono disponibili non potranno mai dirci nulla, e questo è sconfortante.

I libri elettronici spesso non piacciono perché permettono alle persone di esprimersi, ai giovani autori di pubblicare le loro opere, belle o brutte che siano, e di metterle in distribuzione in rete riuscendo a proteggere il loro diritto d’autore puntando su un formato che scoraggi chiunque abbia l’intenzione di fare un copia e incolla selvaggio di ciò che, invece, è il frutto del lavoro di altri.

Il lavoro degli altri è molto importante e merita rispetto. Se anche qualcuno volesse trasformare in formato .PDF tutto quello che esiste già in formato aperto anche se privo di vincoli dal punto di vista della norma sul diritto d’autore, avrebbe tutto il diritto di limitare l’accesso al proprio lavoro mediante la protezione contro determinate funzioni (stampa, copia e incolla e altre). La traduzione non è mai un mero dato meccanico. Trasportare uno scritto da un formato all’altro, spesso non è cosa banale da risolversi con due clic del mouse. Entrare in un testo disponibile in formato digitale significa entrare prima di tutto nell’anima di un libro, rivederlo, rileggerlo, magari leggerlo per la prima volta, capire l’intenzione dell’autore, conoscerne i trucchi, i tic, le piccole manie non solo ortografiche. Tradurre è spesso tradire. Ma tradurre è molto più spesso creare qualcosa di nuovo, perfino di più originale dell’originale stesso. Lo avevano capito Miguel de Unamuno che aveva tradotto Leopardi, Pavese che aveva tradotto Melville, e lo aveva capito Jorge Luis Borges nell’indimenticabile racconto “Pierre Ménard autore del Chisciotte”. Chi crea spesso “ri-crea” senza neanche accorgersene.

I libri elettronici non piacciono perché sempre più spesso sono gratuiti. E c’è chi li vuol vendere, guadagnarci, specularci. Riccardo D’Anna, nel suo (bel) libro “E-Book, il libro a una dimensione” (ADN Kronos, ottobre 2001) scrive che “il best seller su scala planetaria in e-book vende 3000 copie, mentre in cartaceo, nei soli Stati Uniti, raggiunge i 3 milioni di esemplari.” Si parla sempre di più di flop della Mondatori, eppure la Mondatori continua a vendere e-book. Ma se l’e-book incide così poco sulla vendita del corrispondente titolo cartaceo, perché non metterlo in distribuzione gratuita? Perché quando gli e-book sono gratis, Mondadori vende di meno. Ed è molto, molto scomodo per Mondatori. O per Garzanti, o per Rizzoli, o chi per loro.

I libri elettronici non piacciono perché fanno paura. E’ per questo che faccio libri elettronici.

Valerio DI STEFANO

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