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I treni dei viaggi della memoria

Vagoni lentissimi, carri bestiame, treni merci,treni a carbone; il mondo visto da un finestrino.Ricordo che nell'esame di giornalismo (in illo tempore) mi chiesero perché il mio giornale - il Corriere della Sera - desse così poco spazio alle fotografie. Si contentarono della mia risposta, che fu molto vaga: «Suppongo - balbettai intimidito - perché danno importanza al testo e non alla sua illustrazione». Anni dopo, mi dovetti ricredere. Quando cominciai a viaggiare in lungo e in largo pensavo, nel mio egoismo, che avrei potuto fare a meno delle foto: il mio racconto sarebbe bastato a dipingere una situazione, le immagini erano superflue.





Avevo l’impressione che, almeno per i quotidiani, questo fosse l’atteggiamento condiviso da molti. Poi, più avanti, quando il direttore del Corriere - Franco Di Bella - decise di affiancarmi un fotografo - Giuseppe Colombo - nelle mie peregrinazioni in Afghanistan mi resi subito conto che il reportage mi arricchiva di una nuova dimensione e che la mia cronaca si dilatava in una nuova dimensione. Invece di due, erano quattro gli occhi che scrutavano la disperazione del mondo. In realtà, si sono fatte molte chiacchiere intorno al dissidio - quasi sempre inevitabile - tra giornalista e fotografo e fa ormai parte della leggenda il rapporto tra l’Oriana Fallaci e Moroldo, coppia indissolubile dell’Europeo su tutti i fronti di guerra: e che giornalismo, ragazzi. E’ successo anche a me, dopo anni di “solitudine” in giro per il mondo col mio taccuino, di cominciare a vagabondare con uno che - tic tic -inquadrava in un attimo una “storia” che io avrei dovuto compitare, più tardi, come uno scolaretto. Con Luigi Baldelli, che come si dice in gergo è mio “socio” da oltre dieci anni, s’è stabilita un’intesa. Tra l’altro, abbiamo scoperto che ci avviciniamo ai personaggi e alle situazioni con lo stesso “feeling” e ciò rende subito più facile il lavoro in comune. Essendo di gran lunga il più anziano, sono io il Boss e perciò gli impedisco di intenerirsi e di piangere: vai giù duro, e lui …. tic tic, indifferente, impietoso.

Abbiamo trascorso una vita tra dolore e amenità. Ecco ad esempio la Nigeria dove una bambina trascina con un bastone la sua intera famiglia, tutti accecati dalla zanzara del fiume; o gli ultimi istanti di un malato di AIDS in Thailandia che finirà in un forno; o il semaforo umano Don Timoteo sulla carret era de la muerte in Bolivia; o il treno più lungo del mondo in Mauritania nel deserto del Sahara o quello che s’avventura sull’altipiano delle Ande e s’avvicina al villaggio del “Che”. Chiedersi se sia più importante la prosa o la foto, oggi sarebbe assurdo. Circa sessant’anni fa, Hemingway e Kapa giravano insieme nella Russia di Stalin per captarne il mistero: ognuno l’ha raccontata a modo suo e pare si siano lasciati da buoni amici, senza sfidasi a duello. Con Baldelli, non lo so. L’ultima volta che ci siamo visti, eravamo incerti sull’arma. Poi ci siamo decisi: le freccette. In un Pub di Londra. Dopo la mezzanotte. E senza padrini.

Ettore Mo ha scritto articoli, libri, reportage, interviste. Ha raccontato paesi, guerre, eroi e persone. A dare forza ulteriore alle sue testimonianze spesso hanno contribuito anche grandi fotografie. Nel suo ultimo libro “Treni”, che raccoglie reportage che viaggiano lungo i binari ferroviari di quattro continenti, ci sono quelle scattate da Luigi Baldelli.

Fonte: CORRIERE DELLA SERA
Data: Marzo 2005
Autore: Ettore Mo

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