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"Il libraio di Selinunte"

Solo, seduto a un tavolino, con una spropositata pila di libri davanti, c'era l'uomo piú brutto che avessi mai visto. Piccolo, storto, incurvato, beveva tenendo il bicchiere con due mani, appoggiandosi sui gomiti, e sembrava come a mezz'aria, perché stava seduto ma i piedi non gli arrivavano fino a terra. Vestiva un doppiopetto a righe grigie e nere molto piú grande di lui; sotto un cappello floscio, una faccia che non ci vedevi gli occhi se pure c'erano, e in mezzo alla faccia un naso adunco che sembrava appiccicato, come quelli che si mettono a carnevale per far ridere gli amici.

- Chi è, mamma? - Non l’avevo mai visto prima.
- Ah, quello… - e intanto mi tirava di nuovo per il braccio. - Dev’essere il nuovo libraio. Ha comprato la bottega del sarto, quella in vicolo Tremonti; sai, no, che il sarto è partito, è andato al nord…
- Ma ne abbiamo già di librerie qui…
- E che ne so, si vede che la sua sarà speciale… però non mi piace, Nicolino… no, non perché è brutto… Cosí… è l’aria che ha intorno. Non mi piace, mi sembra una persona…
- Cattiva?
- Non so, non c’entra con noi, ha… è un po’ scostante, repellente.
- Cosa vuoi dire repellente?
- Che ti fa senso stargli vicino. Mi fa quell’impressione. E poi è qui da un po’ ma evita tutti, non parla con nessuno, ho sentito voci…
- Anche zio Nestore non parla.
- Zio Nestore è un’altra cosa, ma vuoi mettere? Lui non e repellente, anzi. Ride, scherza, è sempre pronto a darti una mano…
- Ma forse quello lí è solo timido o spaesato.
- Tutto quel che vuoi, Nicolino, ma non incominciare a farti uno dei tuoi viaggi d’immaginazione. Le cose sono quasi sempre come si vedono. E poi che te ne importa a te di quel signore?
- Niente, mamma, era curiosità, dicevo per dire.
E invece non era vero, non dicevo per dire.

Ci sono normalità, regole, armonie che nemmeno noti tanto è scontato che ci siano. Oggi lo so. È l’eccezione, lo sconvolgimento del consueto che ti mette ansia, ti rizza i nervi, ti sbulina l’animo.
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Un libraio che non vende libri ma li legge ad alta voce. E li legge a un ragazzo, l’unico che abbia orecchie per lui. Saffo, Pessoa, Tolstoj, Rimbaud…Perché «tutte le parole scritte dagli uomini sono forsennato amore non corrisposto; sono un diario frettoloso e incerto che dobbiamo riempire di corsa, perché tempo ce n’è poco. Un immenso diario che teniamo per Dio, per non recarci a mani vuote all’appuntamento».

Vi svegliate un giorno e non avete più parole per dire «giorno». Scendete in strada e non avete più parole per dire «strada». Poi scoprite che la città è piena di smemorati come voi, che vagano sperduti in una nebbia di cose senza nome, incapaci di parlare e ricordare, incapaci di pensare. Perché tutti, quel giorno, avete perso le parole, le avete perse per sempre, ed è colpa vostra.

Soltanto un ragazzo, «Frullo», è salvo dall’incantesimo e può raccontare i fatti incredibili che hanno portato a tutto questo. Soltanto lui, perché ha conosciuto il libraio. Un uomo misterioso, giunto in città con i suoi bauli pieni di libri e tanta voglia di raccontarli, più che di venderli. Accolto male dalla comunità perché diverso, straniero, e quindi estraneo, il libraio riesce a stabilire un magico legame solo con Frullo, che, nascosto dietro due pile di libri, lo ascolta leggere ogni sera i passi più belli dei grandi poeti e romanzieri di ogni tempo. E quelle parole, per Frullo come per ogni lettore, spalancano di colpo un universo di emozioni e di storie che hanno un’eco lunga, come una favola infinita.

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