Il problema della filosofia, nel nostro paese, è che non ci sono filosofi. Molti di quelli che vengono definiti “filosofi” – e intervistati in quanto “filosofi” – sono invece soltanto professori universitari di storia della filosofia. Cosí come c’è una grande differenza tra essere storici della medicina ed essere medici (vi fareste operare da uno storico della chirurgia?), c’è una differenza abissale tra chi passa la vita a fare lezioni sulla Critica della ragion pura e chi, oltre a ciò, sviluppa un proprio pensiero originale. Un vero filosofo dovrebbe dare contributi innovativi alla riflessione critica, e non solo conoscere i contributi dati da altri; dovrebbe appropriarsi del testimone della staffetta per correre la propria frazione di gara, e non solo starsene in poltrona a commentare le registrazioni di gare corse da Fichte e da Giordano Bruno secoli fa; dovrebbe insomma fare filosofia, e non filologia della filosofia, storia della filosofia, riesumazione della filosofia e autopsia della filosofia. Un vero filosofo è scattante, non polveroso; e le università italiane sono zeppe di archeologi dell’Illuminismo e di burocrati della lectio difficilior, mentre mancano di eroici, autentici filosofi.
Quando viene pubblicato un libro che, nel risvolto di copertina, definisce il proprio autore «il nostro maggiore filosofo», è ovvio che la cosa desti interesse. Sarà davvero il nostro maggiore filosofo? Sarà almeno un filosofo? L’autore del libro con quel risvolto di copertina è Emanuele Severino; e il saggio più corposo del volume è il testo di una conferenza tenuta all’Ambasciata d’Italia a Mosca, in cui Severino sceglie disinvoltamente di parlare di «alcuni tratti centrali del mio discorso filosofico». Caspita! Finalmente uno che ha un suo proprio discorso filosofico. Sarebbe straordinario. Vale la pena di approfondire; e speriamo di non rimanere delusi come al solito. (continua al link)

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