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I tre figli di Noè

La storia ebraica del Diluvio è una delle tante storie di diluvio che appare in molte culture. Il mito del diluvio babilonese di cui si parla nell’Epica di Gilgamesh, ci raffigura un Noè dal nome di Utnapishtim. La versione greca coinvolge il figlio di Preometeo Deucalione e la sua ultima moglie Pirra che ripopolano il mondo dopo il diluvio, gettando pietre alle loro spalle. Le pietre che Deucalione lanciava divennero uomini, mentre Pirra faceva germogliare le donne dalla terra. Nell’antica India per il mito del diluvio, Manu, figlio del sole, viene ammonito di costruire un'arca dal dio Vishnu (o Brahama) in forma di pesce. Dopo il diluvio, Manu diventa il progenitore della razza umana attraverso le sue figlie.

Nel racconto della Genesi, Noè, nono discendente di Adamo, viveva in un tempo in cui il mondo intero era diventato davvero cattivo, corrotto e violento. Quando aveva seicento anni, Noè ricevette da Dio l’ordine di costruire un’arca con i suoi figli di trecento anni, di prendere a bordo un maschio ed una femmina di ogni animale e di imbarcarsi con sua moglie, figli e cognate per sfuggire al diluvio in cui tutti gli altri esseri umani e animali sarebbero annegati. Nella storia, la colomba, la foglia di ulivo e l’arcobaleno assumono per la prima volta il loro significato simbolico di pace e di patto tra l’umanità e la divinità. Dopo che le acque si sono ritirate, e l’arca si è arrestata sul monte Ararat in Turchia orientale, Noè sbarca e vive ancora per altri 350 anni, morendo all’età di 950.

 

Se si calcolano i numeri della Genesi si scopre che Matusalemme, nonno di Noè che sopravvisse sino a 969 anni, morì nell’anno del Diluvio. E’ improbabile che sia annegato poiché, come parte della grande famiglia di Noè e come detentore del primato di longevità, forse venne favorito dal Signore e non fu uno dei cattivi. Diciamo allora che egli morì per cause naturali poco prima del Diluvio. E quando avvenne questo? Nel 2348 avanti Cristo, se si conteggiano gli anni da Adamo fino al Diluvio nella Genesi, e si accetta la cronologia del 17° secolo dell’irlandese anglicano arcivescovo James Ussher, il quale fissò il giorno della creazione del mondo di domenica e precisamente il 23 ottobre del 4004.

 

Ma ritorniamo ai figli di Noè che la narrativa biblica identifica come gli antenati di tutti i principali gruppi etnici degli antichi Ebrei. Shem, il primo figlio, è l’antenato eponimo dei Semiti, inclusi gli Ebrei, Arabi, Assiri, Elamiti e Aramaici, ma non i Cananei. Il suo pro-nipote Eber è l’antenato eponimo degli Ebrei. Abramo, nono discendente di Shem, nacque 291 anni dopo il diluvio. Lo stesso Shem visse 600 anni.

 

Un filone narrativo della Genesi elenca Jafet come secondo figlio di Noè, mentre un altro lo considera il terzo. Come padre di Javan, associato con lo Ionio dei Greci, Jafet è stato visto come l’antenato di tutte le tribù greche in genere. Nella tarda antichità a volte è stato identificato spesso con Titano Iapeto Greco, padre di Prometeo. Oltre ai greci, i discendenti di Jafet includevano altri popoli mediterranei ed isolani, gli Armeni, i Medi e gli abitanti dell’Asia Minore, oggi Turchia.

 

Ham si dice che sia stato il padre di quattro figli incluso Cush, antenato degli Etiopi, Mizraim, progenitore degli Egiziani, e Canaan, eponimo semitico degli abitanti originari della Palestina. Cush era il padre di Nimrod, “quel potente cacciatore innanzi al Signore” a volte identificato come il frustrato costruttore della Torre di Babele dove ebbe luogo la Babele delle Lingue.

 

Ma la storia di Ham diventa una storia tragica con le implicazioni che arrivano persino ai nostri tempi. Si dice, infatti, che Noè fosse il primo a coltivare il frutto del vino e ad ubriacarsi. Quando Ham inciampa in Noè, completamente nudo e ubriaco nella sua tenda, va a chiamare i suoi fratelli. I più pii e forse i più intelligenti Jafet e Shem, vestono il padre senza badare alla sua nudità. Quando Noè rinviene egli rimprovera il figlio di Ham, Canaan, e lo fa diventare schiavo di Shem e Jafet.

 

Possiamo comprendere perché l’autore ebreo di questo brano fa maledire Canaan, poiché gli Ebrei erano accaniti nemici dei Cananei e presero il sopravvento in Palestina. Ma l’aspetto ironico è che il legame putativo di Ham con l’Egitto e l’Etiopia provocò una sorta di maledizione legata ai suoi discendenti africani. Ciò significa che un brano della Bibbia intendeva spiegare l’inimicizia degli Ebrei per i Cananei e invero l’episodio di Noè ubriaco forse indicava Cancan, non Ham, come l’involontario testimone. Tutto ciò venne interpretato come la maledizione degli Africani. La storia di Ham il maledetto venne usata per giustificare la schiavitù africana fino agli anni della Rivoluzione Americana.

 

Noè è stato spesso, durante il Medio Evo, descritto come una figura buffa nelle rappresentazioni teatrali , un uomo vizioso, spinto a bere da una moglie astuta che rifiuta di farlo salire a bordo dell’arca. Michelangelo gli rende in qualche modo giustizia nella Cappella Sistina, mettendo in evidenza il suo stato di ebbrezza come la sottomissione della ragione umana alla schiavitù del corpo. James Joyce, d’altra parte, mantenne sempre un salutare rispetto per le richieste del corpo umano. Nel suo “Ulisse” durante il monologo interiore, mentre Leopold Bloom cerca sulle mensole del pub qualcosa da bere, si esprime con parole solo apparentemente senza senso. Egli dice: “Ham and his descendants mustered and bred there” - “Ham e i suoi discendenti si sono sentiti al sicuro crescendo lì dentro”. Un posto che lui conosceva bene, come, del resto, tutti coloro i quali amano il bere.

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