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Cento copertine di "Vanity Fair"

Una rivista che dà il nome alla comunità delle genti che abitano il pianeta Terra: "La Fiera delle Vanità". Tutta l'umanità si ritrova sulle pagine di questa rivista famosa in tutto il mondo, e in tutto il mondo edita nelle varie lingue. Un nome che è anche il titolo di un famoso libro. Già, perchè la Vanità non conosce lingue e confini, colore della pelle e della politica. Una "Fiera" che è un caravanserraglio ma che può anche manifestarsi sotto forma di animale famelico che fagocita i suoi figli. Auguri, comunque, alle cento copertine di "Vanity Fair".

Innanzitutto ci sono le interviste. E chissà perché la gente ( conosciuta), racconta a Vanity Fair cose che non si sognerebbe mai di raccontare a qualcun altro. Vi ricordate l’audace Cristina Parodi che ” provocava” il marito Giorgio Gori con quel sibillino « Tradire Giorgio? Mai dire mai… » , o l’agguerrita Daniela Fini che parlava di « pistole, marito e Prestigiacomo » , o ancora Angelina Jolie che con candore confessava « quando vado a letto con le donne… » .

Ecco, erano tutti scoop di Vanity. Ma ce ne sono stati tanti altri ancora. E poi ci sono le storie. E certi servizi fotografici che sono meglio di una seduta di mesi e mesi da un esercito di chirurghi plastici. E i personaggi nostrani che dalle pagine del settimanale della Condé Nast sembrano dei divi di Hollywood. E i divi di Hollywood che sembrano i nostri vicini di casa. E poi ci sono i modi di vivere, fuggire, rilassarsi.

Ci sono i tempi di lettura riportati sotto ogni articolo. Le rubriche celebri ( da Renato Farina a Gad Lerner, da Erri De Luca a Daria Bignardi), l’oroscopo irriverente che ti parla più chiaro di una madre « Caro ” cancro”, nel caso in cui non lo avessi ancora capito falla finita con gli ” scorpioni” perché rischi la morte per avvelenamento… » .

E, ancora, le analisi politiche, le tematiche sociali, i servizi di moda. Chi l’avrebbe mai detto che nell’asfittico panorama dei settimanali italiani ci sarebbe stato posto per chi ti chiedeva un euro in più? Eppure… La ” creatura cartacea” di Carlo Verdelli ( direttore di Vanity Fair e per 7 anni vicedirettore del Corriere della Sera) ha appena festeggiato i 100 numeri in edicola. Merito della ” formula Verdelli”: sfinirsi di lavoro, controllare tutto con scrupolosità maniacale, mettere ben in chiaro all’intervistato che dovrà rispondere anche alle domande più scomode.

E infatti… Verdelli ha fatto il miracolo. Raddrizzando in corsa un prodotto partito in maniera un po’ traballante, sul quale la casa editrice contava molto. E non era semplice fare di Vanity Fair, mitico mensile americano, un ” trendyssimo” settimanale italiano che viaggia alla velocità di un quotidiano. Fatto sta che lui, e la sua squadra di ” cavalieri templari” costretti ai medesimi orari di lavoro in redazione, ci sono riusciti. Nel bimestre luglio- agosto la testata si è stabilizzata su una vendita di ormai 200mila copie, con punte di 230mila. Si tratta di un dato clamoroso, tanto che la diffusione è aumentata del 25% rispetto all’anno scorso. Il tutto senza gadget. Ma con 100 candeline.

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