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Io appartengo alla “generazione fortunata”

Non sapevo di appartenere ad una generazione fortunata. Mi riferisco a quella dei nati tra 1935 e il 1955. Ora lo so grazie a questo libro appena uscito. Un libro dedicato a chi ha diversi “anta”, ma senza malinconie o tristezze, ben sapendo che i sogni finiscono sempre all’alba e che tutta la vita è fatta di tante albe che rinnovano l’esistenza. Come ben dice qualcuno, la vita è fatta di sogni e i sogni aiutano a vivere. Coloro che hanno avuto la fortuna di nascere in questo ventennio, allora, hanno avuto a disposizione opportunità storiche e private di costruirsi un’esistenza ricca di conquiste positive e radicali. “Progetti personali, sogni come ideali collettivi, sogni come ottimismo sulle sorti dell’umanità e sul contributo che noi, ciascuno di noi, avremmo potuto dare”, così si esprime l’autrice. E’ vero, c’entro anche io. Cinquantenni e sessantenni che abbiamo avuto il sogno di cambiare il mondo, partecipando attivamente alla vita democratica, dopo le dittature e gli orrori.

Dopo di avere toccato con mano il fuoco della fine e sentito in bocca l’amaro delle sconfitte, abbiamo potuto far rifiorire gli ideali di democrazia e libertà inseguendo il sogno di un mondo nuovo fatto non solo di politica ma anche di tecnica e di tecnologia, in uno scenario internazionale dotato di una nuova sensibilità unitaria, coi venti provenienti dal Nuovo Mondo e con le voci di uomini come Martin Luther King e John Kennedy, con personaggi come Winston Churchill, Albert Schweitzer, Teresa di Calcutta. Muri abbattuti e cortine distrutte, muri dell’odio e cortine dell’isolamento, l’aspirazione alla conquista della mente e dello spirito, i viaggi nello spazio, gli spazi della vita diventati lunghi e persistenti, sempre in movimento e in costante trasformazione.

Non a caso il Ministro Moratti, lo scorso mese di giugno, in una lettera scritta agli studenti alla vigilia degli esami maturità ha scritto: “Siete una generazione fortunata… sarete in 482 mila domani mattina sui banchi di scuola per la prima grande prova della vostra vita, l’esame di Stato. Pensate: ottant’anni fa, a conclusione dell’anno scolastico 1924-1925, in un’Italia che contava ancora tassi altissimi di analfabetismo, furono poco più di 20 mila i candidati alla maturità”.

Con «i piedi nel Medioevo e la testa nel Duemila»: è questo il destino toccato ai nati tra il 1935 e il 1955, i giovani degli anni Sessanta e Settanta, una generazione che si è affacciata sul mondo con un’energia nuova e irresistibile, e che quel mondo lo ha affrontato e anche un po’ cambiato, in meglio. Ma alle spalle, o a fianco di tutto questo, c’è un’incredibile fortuna che li accompagna e li sospinge.

Dal boom economico in avanti la loro giovinezza fiorisce insieme a un crescente benessere, la certezza del lavoro e la possibilità di sceglierlo e cambiarlo sotto la protezione di sempre maggiori tutele sindacali e previdenziali. Sono i «garantiti», fino alla pensione, pronti a vivere la loro anzianità con forze e prospettive di cui nessun altro prima ha mai potuto godere e come forse pochi potranno dopo. Sono anche i primi a crescere «sani e belli»: gli antibiotici sono nati con loro e con loro la medicina raggiunge i suoi massimi trionfi. Sono i primi a conoscere ferie e vacanze, e a viaggiare; intanto crescono i diritti civili, accanto all’introduzione di divorzio e aborto cambia il diritto di famiglia. Soprattutto, con l’esplodere del femminismo, muta la condizione della donna.

Ricostruendo nel dettaglio tutte le «fortune» che la sua generazione ha avuto, l’autrice Serena Zoli non smette mai in realtà di raccontare, di parlare di sé e dei suoi coetanei con spigliata e vivace naturalezza, di proporre storie esemplari, che sono anche un piccolo resoconto, forse quasi già un bilancio, di un’Italia che non c’è quasi più.

“La fortuna più grande di cui abbiamo goduto, al di là di condizioni storiche straordinariamente favorevoli, è stata quella di aver potuto sognare. Sogni come progetti personali, sogni come ideali collettivi, sogni come ottimismo sulle sorti dell’umanità e sul contributo che noi, ciascuno di noi, avremmo potuto dare. Sogni anche come utopia, certo, ma un bellissimo proverbio magrebino afferma che, sì, «nessuna carovana ha mai raggiunto l’utopia, però è l’utopia che fa andare le carovane». Oggi l’utopia non circola più e le carovane sono ferme. Non circola più il desiderio, l’altra nostra grande fortuna intimamente connessa al sogno.”

Mi ritrovo in questo libro ed è come se avessi concorso a scriverlo anche io. Grazie all’autrice. Consiglio ai ventenni di leggerlo e di conservarlo per quando anch’essi arriveranno agli “anta”. Oggi possono essere anche “anti”, ma arriverà anche per loro l’età degli “anta” e solamente allora potranno confrontarsi col passato e anch’essi potranno essere orgogliosi delle loro conquiste.

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