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L'opera italiana e l' Economist

Sono stato abbonato all' "Economist" per decenni e penso che sia un settimanale di grande rilevanza storica, oltre che politica e culturale. Ricordo che Luigi Einaudi ne era collaboratore e che i suoi articoli, non firmati, come del resto tutti quelli che appaiono sulla rivista, facevano testo anche per gli studenti universitari. Quando poi, con lo sviluppo dei media e con l'allargamento del mercato e della concorrenza, l' Economist ha dovuto necessariamente cambiare taglio comunicativo e passare da un giornalismo meditato ad uno gridato-urlato, come si suole dire, il livello è scaduto, o forse sarebbe meglio dire, cambiato.


Per uno dei tanti attacchi gratuiti ed infondati contro l’Italia ( si era scritto che gli Italiani dovevano vergognarsi del governo che si erano dato! ) allorquando suo corrispondente da Roma era una signora diventata poi parlamentare dei ds, scrissi una lettera di protesta alla quale mi fu correttamente risposto in privato, ma non pubblicata, dicendomi che la mia era un’opinione da non prendere in considerazione perchè minoritaria. Io mi inalberai e cancellai subito l’abbonamento.

Dopo qualche mese mi arrivò una telefonata, non sul telefono di casa ma sul cellulare ( e non so come l’avevano trovato! ) nella quale un rappresentante del settimanale mi invitava a non cancellare l’abbonamento perchè lettore di vecchia data. Io confermai le mie idee, che non erano berlusconiane bensì italiane, e riaffermai la mia idea che il Cavaliere era stato democraticamente eletto e che ce lo saremmo tenuto fino a quando gli stessi Italiani non l’avrebbero mandato via.

 

Adesso ci hanno riprovato e hanno sbattuto in prima pagina la storiella della “Dolce Vita”. Per come conosco gli inglesi, loro dell’Italia hanno una categoria mentale riportabile in termini artistici a quella che è l’opera lirica. Avete letto bene: l’ “opera”. Tempo fa, uno studioso anglosassone fece una ricerca sugli stati del mondo utilizzando stereotipi e metafore di comodo, riassuntivi del carattere di ogni paese studiato, per poi sviluppare ed approfondire l’analisi. Per gli Inglesi lo stereotipo era la “casa”, per i Tedeschi la “sinfonia”. Per gli Italiani l’ “Opera”, appunto. Scenografia, sfarzo, solismi, parole, musica, suoni, tutti elementi caratteristici e caratterizzanti degli Italiani. Come tutti sanno gli stereotipi o le metafore sono relativamente falsi, ma comodi per avere un’idea iniziale di qualcuno o di qualcosa.

E’ il caso del nostro Paese, visto, pensato e conosciuto dagli Inglesi come la realizzazione, la messa in scena, la drammatizzazione di un’opera lirica che va in scena ripetutamente, in tempo reale. Voi pensate solo a come può essere visto un Paese che fa proprio Presidente non un politico, ma un miliardario tra i più ricchi del mondo. Un miliardario italiano, non un pezzente, un contadino, un cafone. Uno che ha inventato la tv commerciale, che in sei mesi ha fondato un partito e che ha sbaragliato tutti gli altri partiti. Che è salito al potere e poi è caduto. E’ caduto e risalito e, se non si organizzano e non stanno attenti, quello stesso magnate, affarista, politicante, attore, indagato, processato, perseguitato, e quant’altro gli si può dire e gli è stato detto, verrà ancora una volta rieletto.

Bene. Voi pensate a quale straordinaria rappresentazione stereotipata di opera lirica vada in scena nella mente di un anglosassone, o meglio di un inglese, al vedere e poter toccare dal vero e dal vivo tutto questo. Altro che letteratura del “Grand Tour” del settecento! Questa è la vera, genuina Opera italiana, sul cui palcoscenico si rappresenta la vita vera, così com’è davvero, la vera Dolce Vita.

E voi volete che gli Inglesi, da quei gaudenti frustrati che sono, non si lamentino e non rimpiangano che questa bella vita italiana sia finita e sia diventata agra? Suvvia! Loro non fanno altro che stimolarci, aiutarci a sollevare le nostre sorti, ad aiutarci a far vincere ancora una volta il Cavaliere! Perché forse non riescono ad immaginare che Italia sarebbe se andassero al governo quelli del Professore bolognese che al massimo metterebbero in scena invece di un Opera solamente una… Unione!

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