Questo sito contribuisce alla audience di

Una notte di "sabba" nella valle del grifone

In un’epoca tecnologica come la nostra c’è ancora spazio per l’immaginazione, il mistero, la fantasia? Se la nostra realtà tende all'immaginazione, può l'immaginazione essere realtà? Credi ai fantasmi o agli spiriti maligni? Passeresti una notte in una casa isolata dove, a quanto si dice, “ci si sente”?

Immaginazione, fantasia, mistero, fantasmi: categorie mentali, sociali e culturali che appartengono a tutte le società, nessuna ne è priva. Tutte le manifestano in un modo od un altro, ognuna di queste categorie le vive apertamente o di nascosto. Il motivo è semplice e va ritrovato nella ragione stessa della nostra esistenza caratterizzata dal mistero. La domanda iniziale sull’uomo resta inevasa: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Appare logico, perciò, che tutto possa ritornare là dove sembra eravamo prima.

Nessuno è in grado di dare una risposta, ed allora nascono fantasmi, spiriti, presenze, incantesimi, fate, streghe, maghi, magie, esorcismi, esoterismo, astrologia, satanerie di vario tipo. Gente in buona fede che cerca, gente in mala fede che risponde e inganna. Si imbrogliano e si confondono pensieri e sentimenti, affetti ed illusioni, speranze e incertezze. Si tenta di leggere il futuro scavando nell’inconscio individuale e collettivo del presente, invocando spiriti benigni contro quelli maligni…

Quando alle prime luci del giorno la civetta fermava il suo lugubre canto notturno, quei luoghi avevano un fascino irresistibile alla luce del giorno. Ai piedi del monte, una grande vallata si distendeva come in un’armonia musicale verso il mare, dopo d’avere perso lentamente quota e altezza. Il fiume si snodava lento e maestoso, attraversando campi fertili arati in geometrici spazi. Sulla destra il Vesuvio svettava in compagnia del Monte Somma, a sinistra la catena del monte Cerreto sbarrava il passo verso la Costiera. In fondo, oltre la guglia del campanile di Pompei, si intravedeva l’isola di Capri che galleggiava luccicante nelle acque del golfo di Castellammare. Tutto sembrava normale e naturale, un canto alla natura e al divino creatore di quella bellezza che si specchiava al cielo nelle prime ore del mattino.

Eppure fino a poche ore prima quei luoghi erano stati uno scempio di riti e di violenze, al riverbero triste e osceno della luce della luna. Donne scarmigliate e violente, dai capelli lunghi e gli occhi accesi come fuochi, si erano date a danze scatenate intorno al gruppo di alberi che circondavano come una muraglia protettiva la grande vecchia casa. Questa si ergeva come un castello abbandonato proprio là dove un grande invaso, a forma di catino, stava ad indicare una delle polle sorgive del fiume.

Quel grande casolare non era altro che la somma di tante case costruite negli anni una accanto all’altra, in un alternarsi di scale e terrazzi, finestre e balconi ad archi chiusi. Aveva la forma di un grosso pezzo di formaggio informe, con tanti buchi irregolari, in un susseguirsi di spazi vuoti e vuoti pieni, come una gruviera. Spazi che a forma di occhi brillavano di luci gialle ondeggianti a intermittenza. Esse davano all’intera scena qualcosa di spettrale. Era come se da quelle finestre, da quegli archi rientranti e da quei balconi sporgenti, ondeggiassero le fiamme ardenti dell’inferno dentro le mura di quelle stanze.

Se erano fiamme dell’inferno, quelle donne che ballavano in maniera scatenata e oscena erano streghe che violentavano le loro prede, gli uomini legati agli alberi. Una musica crudele e disumana spaccava i timpani di chi avesse avuto la ventura di sentirla. Scalze, ondeggianti, ebbre di odio e di sesso innalzavano il loro macabro sabba al cielo improvvisamente diventato nero per lo scorrere veloce delle nuvole davanti agli occhi della luna. Un vento caldo s’era levato. Proveniva dalla valle, dal mare lontano. Venne come a scontrarsi con quello freddo e gelato di morte dal nord, dietro il lungo collo di Alvano che dominava dall’alto. Un vortice improvviso avvolse tutto, un turbine che si mescolò alle grida delle streghe e che segnò anche la fine delle loro prede, come in un rituale preciso e conosciuto da sempre.

Poi tutto tacque quando la civetta emise un lungo sibilo che raggelò i cuori e fece svanire le ombre. Un lampo dietro i monti aveva annunziato l’arrivo del sole. In un momento la natura si tacque e il tempo si fermò. Tutto era tranquillo e pronto per la buona sorte e il sole felice. Un giovane raggio di sole baciò quella casa-castello dai cento buchi che sembravano mille occhi magici al tocco della bacchetta magica di mille fate. Avevo trascorso una notte di “sabba” nella valle del grifone.

Ultimi interventi

Vedi tutti

Link correlati