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Da libreria antiquaria a editore di qualità: Leo S. Olschki

La casa editrice «dal cuore crociato e diviso», la definì Gabriele D’Annunzio. Il punto di riferimento familiare e imprescindibile di specialisti, studiosi, bibliotecari di tutto il mondo. La casa editrice Leo S. Olschki, che si avvicina a tagliare il traguardo dei 120 anni di attività, s’identifica per antonomasia con il settore delle scienze umanistiche. Un campo difficile, con tirature limitate e una distribuzione lenta nel tempo. Fondata dal polacco Leo Samuele Olschki a Verona nel 1886 e trasferita a Firenze nel 1897 si caratterizzò all’inizio come libreria antiquaria. Famosi erano infatti i suoi bollettini e le descrizioni bibliografiche.

I primi contatti di Leo con le tipografie avvennero per la necessità di dar vita ai suoi cataloghi. Negli ultimi anni dell’800 i primi libri, tutti dedicati a Dante. L’attività editoriale crebbe specialmente dopo il trasferimento a Firenze con edizioni di pregio come l’edizione monumentale della Divina Commedia nel cinquantenario dell’Unità d’Italia e la riproduzione de Il codice landiano della Divina Commedia nel sesto centenario della morte di Dante. Da Leo al figlio Aldo e quindi al nipote Alessandro (ora alla guida) la Olschki, abbandonata l’attività antiquaria, continua a essere una casa editrice “artigiana”, di proprietà della famiglia che l’ha fondata. Che alterna un’attività d’archivio, e di ristampa di opere antichissime, alla pubblicazione di nuovi studi e saggi critici.

Fra le più recenti novità segnaliamo il saggio di Giuseppe Finocchiaro, Cesare Baronio e la Tipografia dell’Oratorio. Impresa e ideologia, che, attraverso l’utilizzo di fonti inedite, ricostruisce la storia della Tipografia dell’Oratorio, un’officina attiva a Roma nell’ultima decade del Cinquecento le cui vicende s’intrecciano con quelle della Tipografia Vaticana, descrivendo l’organizzazione, gli aspetti finanziari e soprattutto il ruolo svolto da Cesare Baronio per la stampa dei suoi Annales Ecclesiastici.

Carlo Maria Simonetti, nel suo La vita delle ‘Vite’ vasariane, indaga invece le complesse vicende delle due stesure delle Vite di Vasari, uscite a distanza di diciotto anni (1550 e 1568), mettendo in luce problemi tipografico-editoriali finora mai analizzati che portano a concludere che la seconda edizione delle Vite fu modificata da Vasari, il quale impose nel 1567 un’aggiunta che costrinse i tipografi (Giunti) a r i c o m p o r r e trenta fogli e a ridurre il testo di alcune biografie di artisti. Interessante il saggio di Carmen Menchini, Panegirici e vite di Cosimo I de’ Medici. Tra storia e propaganda, dedicato al “fermento biografico” che seguì la morte di Cosimo I, e che portò all’elaborazione di numerose “vite”, rimaste però inedite e di cui si presentano qui l’edizione di tre di esse, opera di Girolamo Borri, Filippo Cavriani e Pedro Pinheiro.

( da: Il Domenicale)

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