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E tu chi sei? Ovvero: l'incomunicabilità

Col tempo si dovrebbe imparare a vivere come se si dovesse morire in qualsiasi momento e operare come se non si dovesse mai morire. Spesso mi sono posto questa domanda: se dovessi morire stasera, senza poter comunicare con nessuno, c’è qualcosa che ti dispiacerebbe particolarmente di non aver potuto dire a una persona? E perché non gliel’hai ancora detta? Ecco una possibile risposta che tocca un tasto sensibile della condizione umana: l’incomunicabilità.

Nascemmo fratelli, crescemmo diversi e distanti, ma non siamo mai stati vicini. Questo l’ho scoperto soltanto dopo, col passare degli anni. Il solco che ci divideva si è continuamente allargato fino a diventare un abisso incolmabile, un fondo senza fine. Non si sarebbe sentito nessun tonfo in quel pozzo di incomunicabilità in cui siamo poi precipitati dopo la loro dipartita. Non li hai visti nemmeno per l’ultima volta, prima dell’addio. Non hai sentito il lamento di lui composto e dignitoso che si consumava nelle ore piccole della notte. Non hai osservato lo sguardo lieve di lei sul letto della corsia, già assente a se stessa e al mondo. Non l’ho vista nemmeno io quando è spirata, senza un lamento. Sono partiti e ci hanno condannati alla separazione definitiva.

Tu, col tuo male dentro e fuori, hai giocato la carta della incomprensione, della vittima ferita, della ritorsione morale. Lo avevi fatto con loro, lo hai fatto con me. Quando quella notte … ricordi? Erano le due di notte, al telefono imprecavi, minacciavi, ingiuriavi, senza pietà, senza una logica, come un ubriaco ebbro di farmaci e di odio. Li volevi dissotterrare, li volevi riesumare, per riportarli in vita, per accusarmi di non avere avuto abbastanza cura di loro. Mi volevi denunciare. Orrori della mente e dell’anima. La tua mente. La tua anima.

Ma la tua era una denuncia contro te stesso, contro la tua mente malata, contro il tuo fallimento morale e spirituale. La delusione di una vita civile, sociale e politica vissuta in maniera insensata, il fallimento di un essere che aveva fatto dell’arroganza la sua arma preferita, della presunzione il suo presupposto civile, dell’utopia la sua visione del mondo. Nessun senso di pietà, nessuna umiltà, nessuna tenerezza poteva placare la tua aridità, la tua cattiveria, la tua mania di distruzione. Tua e della tua degna compagna, tanto docile, tanto piccola, tanto gentile, ma tanto tigre e iena da aiutarti a mettere nero su bianco il ripudio di un fratello, di un legame di sangue.

Hai fatto il gran rifiuto di tutto, scrivendolo, al solo scopo di rinnegare, offendere, colpevolizzare, criminalizzare, per creare sensi di colpa, odio per odio, viltà per viltà, ignominia per ignominia. Fino all’ultimo, senza che i fili della ragione potessero dare un senso a quello che facevi. Ed io quelle carte le ho conservate, le mostrerò a chi saprà giudicare e valutare. Ma poi, non lo sai che quando ci ritroveremo sull’altra sponda, non ci sarà bisogno di carte scritte e di parole parlate. Ci sarà qualcuno che saprà già tutto. Lui deciderà.

Lo so, forse quel male ti tormentava, ti straziava, ti annientava. Ma tu, avresti voluto che quel male fosse andato agli altri e non a te. A tutti, ma non a te. Perché tu eri stato sempre al di sopra, al di là della normalità. Tu eri stato sempre la mente di tutto, tu sapevi tutto, di tutti, su tutti. Tu eri il tutto. Quel male non poteva capitare proprio a te. Doveva andare agli altri. Non era possibile che l’avessi tu. Ed invece era là a tormentarti, lentamente, subdolamente. E tu non lo potevi accettare.

E poi, la politica, l’ideologia, le sconfitte che hai dovuto subire, che tu avevi voluto. Non le hai mai accettate, ancora una volta, e non le hai mai riconosciute. Tu ti sei ritenuto sempre il vero vincitore, mai lo sconfitto, il perdente. Tutti avevano tradito, tutti avevano fatto i voltagabbana. Tu no, tu sei rimasto fedele all’idea, all’Utopia che col Muro crollato, un bel giorno, è andata in frantumi da sola, senza nessuna battaglia. E tu avevi perduto la guerra. Ma tu non potevi ammetterlo, perché l’odio e l’arroganza erano i tuoi mentori, i tuoi maestri, le tue categorie assolute. Non saresti giammai sceso al mio livello, al livello degli altri, dei comuni mortali, che sbagliano e pagano per le loro sconfitte, che ammettono i loro errori, che sperano nel perdono.

Tu non hai mai voluto avere una fede che non sia stata quella dell’infallibilità di una politica che ti ha ucciso e con essa tu hai ucciso tuo padre, tua madre, tuo fratello, i tuoi ricordi, i tuoi sentimenti, e anche quelli degli altri, che non hai mai voluto accettare e riconoscere. Hai sempre mentito, una menzogna grande quanto il mondo di cui ti sei alimentato. Un mondo fatto di inganni e di tradimenti, di viltà e di presunzione, di cattiveria e malignità. Eri fratello. Ora non so che cosa sei. E non so nemmeno a distanza di due anni se ancora ci sei. E poiché non so cosa sei, non ho potuto dirtelo finora. Ora te l’ho detto perché comincio a pensare cosa sei. Sei il mio fratello incompreso. Chissà che cosa sono io per te.

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