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Storia del Libro, Storia dell'Uomo

Fare una storia del libro significa affrontare la storia dell'Uomo vista non solo come un essere vivente, ma come essere pensante. Nel momento in cui questo essere comincia a pensare diventa un essere speciale, unico, diverso. Se pensa, il suo primo bisogno è quello di comunicare. Se comunica lo fa parlando. Se vuole conservare ciò che dice, comincia a scriverlo. Se vuole scriverlo, deve conservarlo, per sè, per gli altri, per il futuro. Nasce così la sua memoria. Scritta, stampata, paginata, colorata, rilegata. Gli si affianca il suo amico per l'eternità nel tempo. Il suo altro "io", l'altra identità condivisa con gli altri. Nasce il libro.

Il libro è un oggetto ibrido, un oggetto a lungo considerato dagli storici solo come una fonte d’informazione fra le tante, suscettibile, a questo titolo, di un’analisi attinente alla critica delle fonti. Per esempio, la Dîme royale di Vauban, vale a dire il primo abbozzo di contabilità nazionale francese, sino a non molto tempo fa è stata considerata più o meno solo come una testimonianza della «crisi della coscienza europea» e delle gravi difficoltà che tormentavano la Francia alla fine del regno di Luigi XIV.

Un approccio del tutto diverso è quello avviato soprattutto nella tradizione storiografica tedesca, a partire dalla sociologia della letteratura. Lo studio del testo e della sua diffusione sfociano dunque nell’elaborazione di tipologie socio-culturali e nella storia della ricezione e della lettura. E altre strade ancora sono state tentate, guardando al mondo del libro da un punto di vista prettamente economico o riferendolo a categorie di ordine politico. La storia del libro è così «una storia fra le storie».

Ma il libro è inoltre un oggetto estremamente simbolico da un punto di vista politico, se non addirittura etico, e la sua storia è stata perciò a lungo trattata secondo schemi e interpretazioni di tipo impegnato. Sul piano politico, le collettività si identificano con un patrimonio intellettuale e artistico conservato in gran parte sotto forma di libri. Pensiamo alla questione del «canone» e dei «classici», o anche alla dimensione simbolica che è quella delle Biblioteche nazionali.

Sul piano etico, i libri sono in qualche modo un deposito del patrimonio dell’umanità: basti pensare ai giudizi di valore che oppongono sempre, malgrado le recenti evoluzioni, la cultura del libro a quella della televisione. Quando lo storico affronta il mondo del libro, il minimo che si possa dunque dire è che egli procede su un terreno minato. Numerose evidenze si offrono alla ricerca per poi trasformarsi poco a poco in configurazioni assai più complesse, in effetti prospettici o in un gioco di specchi nel quale, come in un labirinto rinascimentale, abbiamo sempre l’impressione di perderci. D’altro canto anche lo storico, come altri specialisti (e in particolare gli artisti), è un mediatore della memoria collettiva: la società non vive in una dimensione di pura istantaneità. Perciò è necessario provare a formulare delle letture del passato che le consentano di elaborare se stessa nel presente, e insieme di delineare un avvenire possibile.

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