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"Latinorum & Inglesorum"

Quando don Abbondio si rifiutò di sposarlo, Renzo Tramaglino sentì puzza di bruciato e chiese spiegazioni. Il parroco gli sciorinò una sfilza di impedimenti in latino e Renzo (pur furibondo contro l’ignoto «latinorum») non poté controbattere. La stessa cosa sarebbe accaduta se si fosse rivolto ad un avvocato. Pensate cosa gli avrebbe detto Azzeccagarbugli. Ne è passata di acqua sotto i ponti dall’illuminante e classico contributo del Manzoni ad un eterno aspetto del potere: la prevaricazione di chi sa su chi non sa, l’uso distorto della scienza come potere sull’ignorante. Ma le cose oggi, nella nostra età digitale non sono poi cambiate più di tanto. Non sto qui a ricordarvi le varie terminologie latine ancora in uso per confondere le idee al prossimo che è sempre ritenuto ignorante. Anzi oggi, direi che c’è un’aggravante: il “latinorum” si affianca all’ “inglesorum”. Legislatori, politici, medici, avvocati non sanno sottrarsi al fascino di usare il potere attraverso la lingua.

Questo libro riguarda la lingua degli avvocati. Ecco cosa scrive l’autore nella prefazione: “A cinque anni dalla prima uscita nelle librerie di “Salvis iuribus”, si rende necessaria una seconda edizione: ci sono state, anzitutto, alcune novità legislative che hanno riguardato i quattro codici; il che ha richiesto una revisione generale del libro. Inoltre, ho ritenuto di dover integrare la prima raccolta con altre locuzioni, massime e definizioni che ho ancora reperito, in quest’ultimo lustro, in recenti sentenze e scritti dottrinari, a riprova di quanto il latino sia tuttora vivo nel Foro.

 

Qualcuno sostiene, poi, che “Salvis iuribus” abbia risvegliato nei miei colleghi avvocati, e nei magistrati, un vivace spirito di emulazione… Ne sono lieto.  «Manca l’indicazione delle fonti…», qualche recensore della prima edizione ha scritto, e qualche collega mi ha detto. Ebbene sì: manca. Questo libro, infatti, non è – né ha mai preteso di essere – un testo di Diritto romano, che lascio ai cultori di quella che è tutta un’altra disciplina.

 

“Salvis iuribus” è un manuale di Diritto latino. Il che significa che è una raccolta – ordinata secondo gli articoli degli attuali quattro codici – di massime, brocardi, termini e locuzioni nella lingua che fu di Cicerone, e che ancora oggi sono adoperati da tanti giuristi nei loro scritti, nelle loro sentenze, nei loro atti legali. Perché il latino, con il suo magico potere di sintesi, con la sua aura di solennità, con la sua efficacia espositiva, ancora oggi affascina molti giuristi-latinisti, e tormenta molti giovani giuristi che latinisti non sono.

 

Appunto ai giovani giuristi questo libro era stato ed è indirizzato, e posso dire che da loro è stato molto utilizzato e apprezzato. E a questi «utenti» del «Diritto attuale in latino» non interessa sapere se una certa massima è stata scritta da Gaio o da Celso, da Modestino o da Ulpiano, da Paolo o da Papiniano.

 

A questi giovani giuristi-non-latinisti, insomma, non interessa sapere che ha scritto Stare conventis; sarà invece loro utile apprendere che quella frase, magari letta in una sentenza della Cassazione, o in una comparsa avversaria, non significa… andare a farsi frate!”

 

Già in un’altra occasione mi sono occupato della lingua dei medici. Ora è toccato agli avvocati. La cosa non cambia molto. L’arroganza, la saccenteria, la supponenza resta la stessa e sembra non mancare a nessuno: politici, legislatori, medici, avvocati, presidenti … Sembrano esclusi soltanto i preti e i professori di latino!…Loro lo facevano di per sé. Oggi, il latino, quello vero, sembra che l’abbiano dimenticato. Come la lingua inglese, d’altronde. Tutti sembrano che la conoscano, la usino e la parlino. Soprattutto quella delle canzonette …

 

  

 

 

 

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