Mai pubblicare un libro a pagamento!

Mai pubblicare un libro a pagamento. Se vale, il libro trova un editore. Certo, ci sono anche autori incompresi: Moravia pubblicò il primo libro a sue spese, se non sbaglio, e “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa fu inizialmente rifiutato. Ma si tratta di eccezioni. Se si pubblica un libro sacrificando il proprio denaro, vuol dire che nessun editore importante lo ha preso in considerazione. E il biglietto da visita per ottenere recensioni e attenzione è pessimo. Quindi: io, per fare un esempio pratico, io come tanti altri!, non so se Daniele sia un bravo o cattivo scrittore, ma non ho né tempo né voglia di accertarlo. Proprio perché, con tanti libri interessanti da leggere e rileggere, il primo approccio non è stimolante. Scrivi ancora, caro Daniele, non cedere all’ambizione.

Questo è quanto tra altre cose scrive il navigato scrittore e giornalista Cesare Lanza dando un consiglio ad un giovane lettore che spera di diventare scrittore. E dice la verità. Con l’avvento della scrittura in rete la velleità di farsi conoscere scrivendo è andata vertiginosamente aumentando in questi ultimi tempi. Abbondano a tale scopo i siti che accettano scritti e scritture di tutti i tipi, redatti da virtuosi e maniaci della penna, in questo caso della tastiera. Le trappole sono sempre tese, pronte a scattare per catturare gli ingenui che aspirano al genio, alla fama e, ciò che è peggio, al danaro.

E’ diventato facile scottarsi aderendo a siti che offrono guida e assistenza, oltre che servizio di marketing con tanti corsi di scrittura a pagamento tenuti da sconosciuti personaggi che scrivono a comando e per interesse, sulle cui qualità ci sarebbe molto da dire. Ma non è questo il punto che Cesare Lanza ragionevolmente evita di toccare nel dare i consigli al suo lettore. Ecco la lettera:

“Caro signor Lanza, sono Daniele Cavagna, un ragazzo di ventidue anni con una passione genuina per la scrittura. Le scrivo per chiederle un’ opinione in proposito a questa mia esigenza naturale: il 2005 è stato l’anno in cui ho visto pubblicare il mio primo libro (il 2006, molto probabilmente, sarà padre di un’altra mia fatica), un romanzo che racconta la vicenda di un soldato di ritorno dall’Irak sfasciato degli ultimi tempi. Questa «opera» parteciperà al concorso letterario internazionale «Il molinello».

La pubblicazione è stata abbastanza semplice, dato che tutte le case editrici richiedono l’acquisto di almeno 150 copie della prima stampa, come una sorta di assicurazione sulle loro spese e fino a qui niente di male. Ma dopo la pubblicazione ho provato a promuovere il mio libro in mille modi e mi sono reso tristemente conto che se non sei raccomandato da qualcuno, nessuno ha tempo per te. Ho provato a inviare il libro per riceverne un’opinione a giornali, radio, riviste, ma quasi nessuno si è degnato di rispondere. Ho parlato con un direttore di un giornale di Bergamo nel giugno scorso, e ancora oggi sto aspettando un’opinione che mi era stata promessa. Ho chiamato e richiamato più volte, ogni volta la stessa risposta: «i miei collaboratori ci stanno lavorando». Non voglio cadere nel vittimismo, ma per quale motivo si spendono parole su libri che arrivano da oltre oceano e che non valgono niente, tralasciando gli scrittori nostrani? Forse il mio «La verità nella vittoria» non vale niente, ma come posso saperlo se nessuno si degna di leggere quelle 120 pagine?”. (Continua al link)

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