
Il tema proposto è abbastanza intrigante: mettere al centro dell’attenzione ciò che di solito si mette via e basta, senza pensarci più, porta a qualche riflessione. Sembra infatti che il gesto di buttar via (il fatto stesso di produrre rifiuti, in realtà) abbia a che fare con una certa pratica dell’idea di morte. E l’idea di morte è difficile da non vedere come l’idea di un passo finale. Ma con questi racconti succede una cosa particolare: il fatto di mettere i rifiuti sotto i riflettori porta quasi a constatare che sì, è vero, lì qualcosa finisce, ma è al contempo vero che da lì qualcosa ricomincia, che esiste il riciclo.
Il mondo è allora una grande macchina per riciclare la vita, noi stessi con le operazioni che compiamo siamo tutti i giorni in grado di trasformare oggetti, portare modificazioni a paesaggi e altro. Il libro contiene alcune scritture molto interessanti (Francesco Gianino, Barbara Pilati) o storie riuscite (Giacomo Allegrucci, Maria Cristina Ceccarelli, Sabrina Gambacurta) ed è nel complesso un bel volumetto, ben curato, che permette di guardarsi intorno con occhi un po’ nuovi.
Come nota Mozzi nella sua prefazione del resto la scrittura è anche profezia, e cioè “l’arte di vedere ciò che sta sotto gli occhi e di dire al nostro prossimo: Ehi, guarda! C’è quella cosa lì!”. Insomma la profezia non è prevedere, ma leggere i segni di quello che ci sta attorno. In questo senso qualche improvvisa apertura di senso è quello che si può ricavare da questo libro.

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