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Noi guide di supereva siamo bloggers oppure no?

La domanda è legittima, considerato che scriviamo di tutto. Se lo siamo allora dobbiamo prenderne coscienza anche nei confronti del mondo esterno. Intendo la società che ci gestisce e quella con la quale interagiamo. Come ad esempio la categoria dei giornalisti che sembra odiare se non proprio noi guide, tutti i bloggers o bloggisti che dir si voglia. Tra le tante cose che il web ha cambiato, sta cambiando e ancora dovrà cambiare nella vita di tutti noi è il modo di leggere, scrivere, pensare e comunicare. Non è cosa di poco conto specialmente se si considera che l'accesso alla rete è ormai diventato una cosa abbastanza facile e comune. Solo chi vuole isolarsi si taglia i fili del telefono e gode della sua condizione. Eppure col web, anche chi gli fa schifo questo mondo e vuole esiliarsi, può farlo rinchiudendosi da qualche parte, lasciandosi soltanto il filo del telefono. Continuerà a sentire il respiro del mondo, registrandone il soffio sullo schermo alla luce di bits & bytes. Potrà addirittura farsi un giornale suscitando le invidie di chi scrive per professione sui giornali e che ancora si chiamano giornalisti. Non a caso questi ultimi sembrano odiare chi scrive sui blog e sulla rete in genere. Ecco un interessante articolo di un bloggista in proposito. Sarebbe interessante conoscere anche il parere degli altri colleghi guide in proposito. Se ci siete battete un colpo!

Perchè i giornalisti odiano i bloggers? Credo che le ragioni siano molte. La prima e’ certamente una ragione competitiva. Nel momento in cui l’informazione, il rimando a notizie raccolte in rete, il parere di esperti delle materie piu’ varie che hanno un blog, salta il filtro solito dell’editoria professionale i suoi rappresentati vivono questo affronto – giustamente – come una pericolosa invasione di campo. Oggi per molti utenti evoluti dell’informazione i blog sono diventati una fonte quotidiana di spunti, collegamenti commenti e quant’altro e lo sono diventati a scapito di altre fonti, prime fra tutti quelle autorevoli e dotate di direttore responsabile.

 

Si cerca cosi’ di contestare questa evidenza (in Italia ancora non accade ma in USA per esempio il potere di indirizzo di certi blogger molto letti e’ ormai simile a quello di un quotidiano) nella maniera piu’ semplice fra le tante disponibili: denigrando cio’ che spessisimo non si ha la possibilita’ di essere. Liberi, velocissimi, ascoltati. Il sogno infranto di gran parte dei professionisti dell’informazione del belpaese. Oppure con qualche quarto di raffinatezza in piu’, sottolineando ogni volta possibile gli aspetti negativi certamente esistenti anche nei blog ( ma connaturati al mezzo elettronico e certamente non specifici del media stesso) quali il rumore di fondo, l’inconsistenza e la caratterizzazione personale di moltissimi weblog. Come se per spiegare che cosa e’ un libro si decidesse di sfogliare un testo di Alberoni o un romanzo di Bevilacqua o un saggio critico di Vittorio Sgarbi. Per rendere l’idea. 
 
Liberi, velicissimi e ascoltati. I blogger talvolta lo sono e lo saranno sempre di piu’, hanno la possibilita’ di esserlo ed anche solo questa potenzialita’ sembra un affronto da lavare nel sangue. Liberi velocissimi e ascoltati sia che scrivano o discutano di politica, di musica, di sport, di tecnologia. Un flusso di pensieri che si disinteressa della autorevolezza certificata di chi scrive e che invece basta a sè stesso. Da quando esistono i sistemi di personal publishing, da quando abbiamo tecnologie per aggregare simili contenuti e per tenerne traccia, il cammino del lettore dalle 4 fonti sul web che era solito leggere ad una moltitudine di siti informativi articolata e varia (siti di news, weblog, e-zine, mailing list ecc) da consultare ogni giorno e’ iniziato. Se si vuole fare la figura dei fessi si puo’ provare ad opporsi. Cosi’ accade curiosamente che per i giornalisti i blog non siano informazione mentre per gli scrittori non sono letteratura, per i poeti probabilmente i blog non saranno nemmeno poesia. 
 
Io che non capisco nulla ma rivendico la mia unicita’ di lettore: leggo giornalisti come Paolo Valdemarin, leggo scrittori come Massaia, leggo poeti come Arsenio Bravuomo. E devo dire che nella mia ingenuita’, disinteressandomi alle etichette, trovo queste letture interessanti almeno quanto quelle di un testo che acquisto in libreria o di un quotidiano raccattato in edicola. E continuo a non leggere Alberoni ne’ Bevilacqua e nemmeno Sgarbi. Da parecchio tempo a questa parte un manipolo di giornalisti che scrivono su quotidiani con centinaia di migliaia di lettori mi stanno continuando a ripetere che tutto cio’ non e’ possibile, che cio’ che a me pare giornalismo/letteratura/poesia e’ solo diarismo autobiografico, sfogo dell’io di persone senza ne’ arte ne parte, innamorate della propria immagine specchiata in un fetido stagno. Per me, semplicemente, non e’ cosi’. 

 
Esistono altre ragioni meno importanti per cui i giornalisti odiano i blog. Intanto i blog sono diventati in tutto il mondo un centro di filtro del loro lavoro. Tu scrivi una stupidaggine e nel giro di poche ore troverai decine di blog che la riportano, la analizzano e la sbeffeggiano. E’ una forma di giudizio popolare (spesso piuttosto primitivo e grossolano) al quale la stampa non e’ abituata. Usa, come se non bastasse, i suoi stessi linguaggi e le sue stesse modalita’ espressive. La rubrica lettere al direttore, una volta unico spiraglio di un feedback edulcorato e benevolo oggi ha occupato spazi inimmaginabili, fino ad assediare i giornali stessi. 
 
Cosi’ il re e’ nudo e lo e’ in mille pose differenti. I giornalisti – tocca dirlo – come noi, spessissimo, copiano. Prendono un articolo dalla stampa internazionale lo traducono alla bellemeglio e lo spacciano come farina del loro sacco. Da quando esiste Internet e tutti hanno accesso alle fonti che una volta erano riserva di caccia dei professionisti dell’informazione il giochetto e’ diventato molto piu’ pericoloso. Ecco un’altra ottima ragione per odiare i blogger, i cani da guardia dell’informazione. Non basta? 
 
Attorno ai blog, alle formidabili innovazioni tecnologiche ad essi legati si stanno coagulando energie ed intelligenze. Persone che comprendono potenzialita’ e freschezza di simili forme di comunicazione e che decidono di studiarle e seguirle, che provengono esse stesse dal mondo del giornalismo e della cultura (penso a Telco di Franco Carlini, al Barbiere della Sera a Nazione Indiana), liberati dal giogo di mendicare una collaborazione saltuaria che non arrivera’, un editore che il tuo libro non distribuira’ a dovere, uno spazi minimo e malpagato su un quotidiano che vende a malapena 3000 copie. Un castello di piccoli e grandi privilegi che inizia a crollare perche’ nasce una alternativa certamente non economicamente significativa ma almeno soddisfacente dal punto di vista personale. (vai al link)
 

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