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Editori: ovvero l'arte del fare mercato

Il mondo dei libri è un mondo che comprende altri mondi intercomunicanti e interdipendenti, liberi e connessi, autonomi e condizionanti. Non sempre il lettore si rende conto di tutto ciò preso com’è dall’ansia di leggere, dal fascino della scrittura, dalla personalità dello scrittore, dal mistero della narrazione. Spesso il mondo di cui stiamo parlando è ambiente poco piacevole fatto di antipatie, gelosie, invidie, cattiverie, sfruttamenti e quant’altro possa descrivere l’egoismo degli uomini. Si sarebbe portati a pensare che tutto ciò che si intende per letteratura e che dovrebbe concorrere a edificare, arricchire e esaltare il pensiero umano non è altro che un mercato spietato in cui il fine principale è il mero interesse.

Non è il caso di generalizzare, sia bene inteso. Ci sono operatori del settore che hanno lasciato segni più che positivi  nella storia dell’editoria, sia in Italia che nel mondo. Generalizzare è sempre una forzatura, ma spesso essa è utile per aiutarci a capire certe cose che altrimenti resterebbero incomprese. Ad esempio, basti pensare a quanti autori e scrittori, diventati famosi “post mortem”, siano stati oggetto di sfruttamento o ostracismo da parte di editori ottusi, venali o sleali nei confronti di chi, in vita, sarebbe stato degno non solo di una vita vissuta meglio in termini economici ma anche accarezzata dalla giusta gloria per la qualità del loro pensiero. Ed invece… La storia sembra antica ed è bene farla conoscere a chi dei libri fa una passione e anche un interesse. E’ la storia di un testo scritto circa cinquecento anni fa e che va bene per le orecchie degli editori e lettori di oggi.

 

“Leggendolo vien da pensare che molti editori attuali si siano ispirati a questo testo di quasi cinque secoli fa per le loro strategie aziendali. Stiamo parlando del Dialogo del venditore di libri che Marsilio ha estrapolato dai Dialoghi piacevoli di Nicolò Franco (1515-1570) - che videro la luce a Venezia nel 1539 - per farne una plaquette fuori commercio destinata agli amici. Bene, il polemico e satirico Nicolò Franco - finito impiccato a Roma nel 1570 dopo la sentenza del tribunale   del Sant’Uffizio che l’accusava d’essere autore di un violento libello contro Paolo IV - nel dialogo sull’«arte de i Librari» spiega ironicamente i principi del mestiere: «Per guadagnare un bel thesoro ogni anno» - consiglia il personaggio principale, Sannio, all’amico libraio Cautano - non si deve stare troppo a distinguere tra opere di qualità e «scartaffi merdosi». Basta tenere in bottega tutti i libri, senza stare a fare discriminazioni tra buoni e cattivi. Anzi! Sono proprio i più volgari, quelli scritti dai «goffi»,  dai «gnoranti», dai «ceretani» quelli che si vendono con maggiore facilità…

 

 

Provate a sostituire la professione di libraio con quella di editore, e il consiglio rimane valido anche ai nostri tempi (del resto, il venditore di libri nei primi tempi della stampa ricopriva lo stesso ruolo-chiave di mediatore per la diffusione della produzione intellettuale di quello ricoperto oggi da grandi gruppi editoriali). Non solo. In questo irresistibile dialogo - che in questa edizione curata da Mario Infelise è presentato in due versioni, quella originale di Nicolò Franco e, a fronte, quella purgata dalla censura ecclesiastica per mano del domenicano Girolamo Giovannini - il «consigliatore» si lamenta dalla scarsa considerazione in cui viene tenuto l’impegno letterario da parte di un sistema editoriale che guarda solo agli interessi del grande pubblico ignorante (ovvero, adattando il dialogo ai giorni nostri, che pensa solo ai bestseller-spazzatura alla Dan Brown…).

 

E poiché - è noto - «sono più gli idioti che i dotti», è buona   cosa tenere a bottega oltre a qualche opera di colti umanisti anche le «operine» in volgare che tanto piacciono ai soldati e persino ai principi incolti (cioè: cari editori, tenete pure in catalogo i grandi classici per far bella figura ma poi riempite le librerie di libri usa-e-getta). E soprattutto, mette in guardia l’autore, state attenti ai poeti: «i rimatori non hanno né fama né credito né son per haverne mai. Et pertanto ti dò per consiglio che delle baie loro, non si tenga imbrattata la tua bottega,  ma che sentendo dire Sonetti e Rime, debbi subito serrar le porte». Per carità, amici editori, se qualche pazzo viene a bussare alla vostra porta proponendo una nuova collana di poesia, buttatelo fuori a calci. Di certo non sa che per esercitare bene l’arte di vender libri «bisogna altro che haver bottega con la bella insegna apiccata dinanzi a la porta…».

 

(”Grazie a Luigi Mascheroni de “Il Giornale”) 

 

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