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Leggere e scrivere possono cambiare il mondo?

E’ possibile cambiare il mondo scrivendo? Ho i miei dubbi. E mi spiego. Da che il mondo è mondo, tanti e tanti sono i libri scritti, ma di un vero cambiamento nemmeno l’ombra. Ma, poi, ditemi: cambiamento di che? Se la gente è fatta così, si nasce, si vive e si muore sostanzialmente come si è sempre fatto. Ed è poi questa la vera sostanza delle cose. Che cosa allora dovrebbe cambiare? Il mondo inteso come? I popoli, gli stati, le istituzioni? Certamente questi cambiano, ma cambiano le forme. La sostanza resta la stessa. Si nasce, vi vive, si lotta, ci si scanna, ci si ama, ci si odia. Un bel giorno si sparisce. Che cosa è cambiato nulla. Forse i cambiamenti avvengono là dove non si vedono. Dentro di noi, mentre cresciamo, viviamo. E con noi uomini, anche le donne, nostre compagne che fanno la stessa cosa. Cambiano, anch’esse dentro, anche se letterate.

Il libro “Leggere e scrivere per cambiare il mondo” (Luciana Tufani Editrice, 2005) a cura della Società Italiana Letterate e del Centro Documentazione Donna di Ferrara, cerca di dare una risposta dal punto di vista femminile. Che non sempre combacia con quello di noi uomini. Ed è logico che sia così. Siamo due realtà diverse, due mondi differenti, due missioni opposte ma convergenti verso un unico destino: la vita.

Che cosa significa essere letterate? Cosa importa saper scrivere e come può questo sapere diventare concreto? Sono le domande cui cerca di rispondere il libro, curato dalla Società Italiana Letterate e dal Centro Documentazione Donna di Ferrara, nella persuasione che la letteratura sia capace davvero di salvare una vita o di perderla, e che la forza straordinaria di cui è dotata derivi dal suo non essere cosa altra dalla politica. Il libro intende ripensare e rilanciare l’insegnamento delle scrittrici - da Virginia Woolf a Audre Lorde, da Anna Maria Ortese ad Azar Nafisi, a molte altre- che la letteratura sia un modo di stare nel mondo, una grande lezione di democrazia e una possibilità di affermare la vita anche contro la sua stessa precarietà.

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