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Innocenti evasioni: scrivere in carcere

L'ultimo numero di quella straordinaria rivista mensile che è "Letture" propone in apertura di numero una documentata inchiesta dedicata a quella che viene definita l'innocente "evasione" di leggere e scrivere in carcere. La lettura e la scrittura come terapia, formazione e informazione, ma sopratutto come "tentazione" di scoprire se stessi, ricostruendosi la propria identità, esplorando orizzonti imprevisti e imprevedibili, prima, stando dentro il mondo, e confrontandosi, ora, dentro le sbarre con l'altra realtà del proprio essere. Leggere e scrivere diventano azione di recupero, rinascita, rigenerazione e scoperta.

Nelle riflessioni di uno scrittore, docente volontario da una dozzina di anni nel carcere romano di Rebibbia, emerge l’apprendimento come esercizio di libertà, come sottrazione a forze coercitive, di pensiero prima ancora che di azione.

Credo di aver capito una sola cosa da quando insegno nel carcere di Rebibbia, a Roma, e cioè da dodici anni. Credo di aver capito cosa realmente insegno io (professore di lettere), ma anche cosa insegnano i miei colleghi di altre materie e cosa insegnano tutti gli insegnanti del mondo, dentro il carcere e fuori – cioè nella scuola normale, che è anch’essa a suo modo un carcere, un luogo di restrizione.

Noi essenzialmente insegniamo una forma. Insegniamo una facoltà di astrazione che è la più alta chance di libertà e di comunità con gli altri offerta a un individuo. Attraversando gli oggetti delle nostre diverse discipline (dunque, io, ad esempio, attraverso la lettura di un sonetto… l’analisi dei legami sintattici in una frase… l’etimologia di un nome…) arriviamo a percepire e a far percepire ai nostri studenti l’esistenza di norme che superano le differenze tra noi, che possono essere, in qualche modo, comuni, proprio perché astratte. È quella che io chiamo una “triangolazione”: non pretendo che gli studenti “vengano a me”, né mi illudo di andare veramente con tutto me stesso dalla loro parte: ma tutti quanti, in quel patto sublime e anche un po’ assurdo che è l’ora di lezione, ci trasferiamo in un luogo terzo, né mio né loro, in una specie di terreno sospeso ma potenzialmente aperto a chiunque, a chiunque abbia desiderio di capire, che è il luogo della forma. La forma della battuta musicale, della matematica, del gesto sportivo, della parola poetica, della capillare organizzazione della materia vivente… sono queste le leggi che vale la pena conoscere, le prime leggi, la musica segreta del mondo, no?

Molti detenuti sono prigionieri prima di tutto di un pensiero ferocemente sostanziale. La loro vita il più delle volte è stata combattuta secondo uno schema chiuso, in qualche caso scritto fin dall’inizio, e non da loro. Anche per questo accade che i detenuti spesso siano curiosamente moralistici nel difendere un patrimonio di valori sostanziali, cioè, che si possono toccare con la mano e non hanno alcun bisogno di essere dimostrati.

La scuola può diventare allora il luogo della perdita di queste tremende e quasi cieche certezze. Il luogo cioè dove si intravedono altre strade, altre piste di ragionamento, un’infinita varietà di schemi e modelli che si offrono nella loro sostanziale “gratuità”, cioè, come doni e non come scelte obbligate. (continua al link)

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