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L'Urlo: perchè?

Il quadro di Eduard Munch che riproduce l'urlo mi ha sempre affascinato per la sua mobilità, il suo realismo, la sua imprevedibilità. La mobilità sta tutta nelle sue forme senza forme. Se lo guardi in momenti diversi e in sequenza, scoprirai che non è mai lo stesso. Si dilata, si allunga e si distende all'infinito in maniera sempre contrastante. Il suo realismo è tanto reale e soggettivo che diventa chiaramente ossessivo nella sua ripetitività modulare e cadenzata, quasi lo tocchi con mano perchè lo senti nella tua mente. Senza dubbio è imprevedibile perchè non sai da dove viene, come nasce e si sviluppa, ma sopratutto non sai come finirà, fin dove quell'urlo sarà in grado di arrivare e a chi. Senza nemmeno chiedersi poi il perchè di tanto urlo: follia, rabbia, dolore, invocazione, epifània di un accadimento senza una identità precisa? Interrogativi che devono restare senza risposte perchè la domanda già la contiene e la mantiene nella sua perfetta drammaticità.

Eduard Munch è, per i critici, un grande pittore, ma presso il pubblico è noto quasi esclusivamente grazie a un quadro, L’urlo, da cui sono irresistibilmente attratti squilibrati, maniaci ed esibizionisti d’ogni sorta; ne esistono varie versioni (il nostro cofanetto ne presenta due): quelle esposte alla Nasjonalgalleriet e al Munchmuseet di Oslo sono state oggetto di furti, anche recenti. Ma L’urlo è del 1893, Munch è nato nel 1863 ed è morto nel 1944, attraversando con la sua opera tutti i passaggi e le svolte fondanti dell’arte moderna, dall’iniziale naturalismo al simbolismo e infine all’espressionismo, per il quale L’urlo - assurto ad icona dell’angoscia esistenziale - rappresenta uno vero “manifesto” programmatico.

In un profilo del pittore norvegese che sarà necessariamente essenzialissimo non possiamo non dare uno spazio di riguardo al rapporto che egli ebbe con lo scrittore svedese August Strindberg (1849-1912). I due si conobbero a Berlino negli anni della giovanile bohème e legarono subito in una fervida amicizia e comunanza di idee. Il sodalizio si interruppe nel 1896, ma ancora pochi anni prima Strindberg aveva dettato un articolo assai elogiativo di Munch in occasione di una mostra che il pittore teneva a Parigi. L’articolo ci è prezioso per avviare un giudizio su Munch: “Alcuni dei suoi quadri ricordano le visioni di Swedenborg…”.

Emanuel Swedenborg è il grande scienziato e mistico svedese del XVIII secolo e dunque, citandolo, Strindberg mette in luce la fortissima impronta letteraria, filosofica e persino “nordica” presente nell’opera di Munch. Più che ispirarsi ai pittori della tradizione europea, da lui lontani se non altro per ragioni geografiche, il giovane aspirante artista assorbì una cultura di matrice letteraria in sintonia con l’eccezionale risveglio artistico-culturale dei paesi scandinavi, dove in un breve giro di anni apparivano scrittori quali lo stesso Strindberg, i norvegesi Henrik Ibsen (1828-1906), Knut Hamsun (1859-1952) e l’anarchico Hans Jaeger (1854-1910) che di Munch fu molto amico, senza peraltro trascurare il pittore Kristian Krohg (1852-1925), l’illustratore Olaf Gulbransson (1873-1958), l’architetto finlandese Eliel Saarinen (1873-1950), o magari il musicista Edvard Grieg (1843-1907). Evidente è il richiamo extrapittorico di L’urlo.

Pittore-letterato, dunque, il nostro. Ma cosa significa questo? Perché può interessarci? Semplicemente perché Munch, in qualità di letterato prima che da pittore, è stato creatore di “immagini”. L’urlo è una immagine intensissima, che si imprime nelle coscienze al di là del suo valore “pittorico”. Non è - come si ripete - una immagine della modernità, perché troppo risente ancora di naturalismo e di positivismo, ma quella figura che avanza su un simbolico ponte seguita da due tristi figure, minacciose (o sentite come tali dal personaggio in primo piano), circondata da un mare e/o da un cielo immersi in un colare di cupe striature, fuoriesce dalle nostre coscienze come un incubo. L’uomo di oggi deve molto a questa immagine, e dunque a Munch.

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