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Il Grande Fratello Echelon, lo spione

Ma vi siete accorti che siamo tutti spiati? Tutti possono sapere tutto di noi. La codificazione elettronica della nostra vita è ormai un fatto acquisito: il codice fiscale, la carta sanitaria, la carta di credito, la carta del bancomat, la carta dell’ACI, la carta del supermercato, la patente, la tessera di identità, la tessera dell’antenna satellitare, la tessera della libreria, la tessera dell’assicurazione, la tessera dello stipendio, quella della pensione, quella del figlio per la palestra: siamo tutti ridotti a tessere con tanto di numero in codice a barre. L’ultima carta arrivata è il passaporto digitale che molti Stati ormai richiedono per visitare il loro paese. Niente sfugge a chi può trasformare le barre della propria personale identità in sbarre di un carcere. Per non parlare poi delle tracce che lasciamo in rete ogni qualvolta navighiamo su internet, tracce facilmente reperibili per una ricostruzione di abitudini lecite o illecite, nascoste o evidenti, pubbliche o private. Leggetevi con attenzione l’articolo che segue firmato dal filosofo Gianfranco Morra.

Il più grande dei Grandi Fratelli ha un nome: Echelon (” gradino”). Un sistema di intercettazione delle telecomunicazioni mondiali ( telefono, telex, internet, fax), programmato dagli Stati Uniti ed indicato all’inizio come « sorveglianza economica dei brevetti » , esteso poi ad ogni comunicazione, pubblica o privata, per fini strategici. A Echelon collaborano Gran Bretagna, Canada, Austra lia e Nuova Zelanda. Gestito dalla ” National Security Agency” ( Nsa), impegna 60.000 dipendenti in tutto il mondoe ha un bilancio di dieci miliardi di dollari ( superio re a quello della Cia): 52 sistemi informatici collegati, 54 stazioni di ascolto, 120 satelliti spia. Echelon intercetta in tempo reale più di metà dei dieci miliardi di comunicazioni giornaliere del mondo. Naturale che altri Stati protestino e insieme imitino. Come la Francia, che aprì una inchiesta giudiziaria su Echelon, accusato di violare « gli interessi fondamentali della nazione » , proprio mentre si dotava di una sua struttura di ascolto, situata a Domme, in Dordo gne, che intercetta un milione di comunicazioni al giorno. Cosa fai, se Echelon non ce l’hai?

 

 

Sorvegliati normali: tutti, dovunque, sempre. Il Grande Fratello non è solo una demenziale trasmissione televisiva. Nato nei regimi totalitari, si è ormai disideologizzato. Non lo troviamo soltanto dove Orwell, in ” 1984″, lo aveva collocato, in quel regime comunista di cui è onnipotente e irraggiungibile padrone, ma anche nei Paesi della libertà e della democrazia. I perfezionamenti della tecnologia elettronica lo hanno reso sempre più efficace, anche perché nessuno ne sospetta l’esistenza. Ci aiuta a capirlo l’ultimo fascicolo ( 275, del febbraio 2006) della rivista ” Diorama”, diretta da Marco Tarchi, tutto dedicato alla ” società sotto sorveglianza”.

 

 

 Nel nazismo o nel comunismo c’erano le spie. Non solo quelle del Gpu o della Gestapo, ma gli stessi cittadini, costretti a scegliere tra essere delatori o sospettati. La novità del Terzo Millennio è che il controllo non passa più attraverso gli individui e non ha dunque bisogno di delatori. E neppure di terrorizzare i cittadini. Inutile scrivere sotto gli onnipresenti ritratti del Despota, come nel romanzo di Orwell, ” Il Grande Fratello vi guarda”. Bastano le tecnologie elettroniche, con le quali è nata la società della sorveglianza, nella quale il controllo è infinitamente più potente ed efficace che nei vecchi modelli, come quello del ” Panoptikon”, inventato nell’Ottocento dal Bentham per controllare con un colpo d’occhio tutto il carcere.

 

 

Cosa comprensibile, ove si pensi che la sorveglianza consente di combattere il crimine, dal quale ci difende con la prevenzione. E che sarebbe un errore sorvegliare solo criminali o terroristi o pedofili, ciascuno può esserlo e va fermato prima che lo divenga realmente. Non esistono uomini onesti, ma solo uomini già o non ancora disonesti. Meglio, dunque, controllarli sempre. Stefan Zweig aveva definito il ” mondo di ieri” come la società della sicurezza e della libertà. Giustissimo, dato che solo una società sicura può essere libera. Quando la sicurezza viene meno, insieme cade anche la libertà.

 

 

 Lo abbiamo visto l’ 11 settembre 2001: colpita dal terrorismo islamico, la patria della libertà è divenuta la nazione della sorveglianza. I diritti dei cittadini non sono stati discussi o negati, ma il ” Patriot Act” consente controlli polizieschi inconcepibili in una democrazia ( visto di entrata, compilazione di moduli, apertura valigie, controlli radar, telecamere, impronte digitali, Dna). Per il futuro è programmato l’innesto nel braccio di ogni cittadino, subito dopo la nascita, di una ” pulce” elettronica, che ne consenta la localizzazione in ogni momento. Nel contratto sociale di Hobbes il cittadino rinunciava alla libertà per ottenere protezione e sicurezza. Oggi il cittadino ha perso parte non piccola della sua libertà, senza con ciò ottenere molta sicurezza. Il controllo, infatti, è definitivo, non provvisorio. Ma sempre nuovi modi vengono inventati per sfuggire al controllo.

 

 

Ciascuno di noi non è controllato solo nelle comunicazioni, ma in tutto il resto: tabulati telefonici e di internet, fotografie delle TV di sorveglianza ( 3 milioni nel Regno Unito), carte di credito e bancomat, clip o tesserini magnetici, pagamento elettronico di benzina, autostrada, supermarket, controlli medici, tessera elettorale, biglietti aerei. Raccogliere quei dati significa tracciare l’identikit e la storia di ognuno quanto a gusti, spese, spostamenti, utilizzazioni del tempo libero, relazioni interpersonali, interessi culturali, scelte di programmi televisivi.

 

 

Eppure siamo solo agli inizi. Alcune case automobilistiche, per dare un contributo alla regolarizzazione del traffico, hanno programmato vetture dotate di un chip che segnala automaticamente le proprie infrazioni alle regole di parcheggio e di velocità. La Polizia, che riceve la segnalazioni, con un semplice clic detrae subito l’importo della contravvenzione dalla carta magnetica del trasgressore, che, arrivato a casa, troverà sul personal computer la ricevuta del pagamento. Senza perdere tempo, fare code o dover contestare.

 

 

Utopia o fantascienza? Né l’una, né l’altra. Siamo arrivati a una perfezione tale, che il Grande Fratello è superato. La nostra società per difendere la nostra ” privacy” ha creato una apposita ” autority”. Ma deve difenderci anche dalla insicurezza e lo fa rendendo insicura, in quanto continuamente controllata, quasi ogni nostra azione. E senza più bisogno di gulag o di lager, quasi che tutto il mondo fosse un grande campo di concentramento elettronico. Viene in mente uno dei capitoli conclusivi dell’opera ” La democrazia in America”: quale tipo di dispotismo debbono temere le nazioni democratiche. Dato che quel « potere assoluto, minuzioso, sistematico, previdente e mite, che avvilisce gli uomini senza tormentarli » , previsto e temuto da Tocqueville, trova nel Grande Fratello elettronico il suo strumento più efficace. Non dobbiamo incorrere nell’errore di confondere i margini notevoli di libertà dei Paesi democratici con la loro mancanza nelle nazioni totalitarie. Eppure il Grande Fratello elettronico ha in qualche modo introdotto elementi di totalitarismo nella democrazia. Orwell inventò il personaggio del ” Grande Fratello” nel suo romanzo antiutopico ” 1984″, pubblicato nel 1948: il Capo del Partito, onnipresente e onnisciente, divenuto padrone della vita e dello stesso pensare dei cittadini. Oggi la sua profezia è stata superata: i regimi totalitari sono in gran parte caduti, ma con le tecnologie elettroniche di controllo è nata, anche nelle nazioni democratiche, la ” società della sorveglianza”, nella quale quasi ogni azione del cittadino viene fotografata e memorizzata. Soprattutto da quando il terrorismo islamico ha colpito i Paesi occidentali, costringendoli ad un costoso e continuo controllo per prevenire gli attacchi. E privando i cittadini di poche di quelle libertà, cui la democrazia li aveva abituati.

 

 

Gianfranco Morra: “Libero” mercoledì 15 marzo 2006

 

 

 

 

 

 

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