Questo sito contribuisce alla audience di

Introduzione all’ “Anatomia della Bibliomania”

In una premessa, scritta in forma di lettera diretta ai lettori, prima di presentare i ventitre capitoli del suo libro intitolato “Anatomia della Bibliomania”, Holbrook Jackson dà ragione della sua ricerca sull’argomento perché ritiene che “il vero studio dell’umanità sono i libri”. La sua convinzione è supportata da questa citazione tratta dal noto romanzo di Aldous Huxley “Giallo cromo” scritto nel ventesimo secolo. La stessa è confortata da un’altra citazione dello stesso tono fatta già nel seicento dal grande poeta metafisico inglese John Donne il quale, in uno dei suoi famosi “Sermoni”, scrisse che “il mondo è come un grande e Volume e l’uomo l’indice del Libro”. Se queste sono le conclusioni, esse sono simili alla premessa che gli serve per dar modo di spiegare le ragioni della sua scelta in termini “anatomici”, seguendo il metodo usato da Robert Burton nel suo famoso libro sull’ “Anatomia della Melanconia”.

Come già ebbe a scrivere Giovenale nelle “Satire”:

“Quicquid agunt homines, votum, timor, voluptas,

Gaudia, discursus nostri farrago libelli est”

Ciò che gli Uomini fanno, temono, ambiscono,

nell’ira e nel gioco, nella gioia, nel vagare,

tutto ciò è la somma del mio fare

Così egli intende fare con i libri, un’analisi precisa del significato che hanno per tutti gli uomini e le donne, con una particolare attenzione al rapporto che lega libri e follia ed i casi limite presi in esame, in maniera da stabilire una volta per tutte, dove finisce la sanità e dove comincia l’insanità.

Il metodo seguito è lo stesso di quello scelto dal Burton per studiare la “Melanconia”. Un sistema usato da un grande “patron” come Democrito al quale egli si rifece. Esso consisteva nella parabola riferita dallo stesso il quale, ritiratosi a vita privata a Abdera, una città della Tracia, era solito lavorare nel suo orto, dedicandosi ai suoi studi isolato dal resto del mondo. L’unica cosa che si concedeva di tanto in tanto era una passeggiata al porto dove si divertiva a sganasciarsi dalle risate nel vedere tutte le cose che lì poteva osservare.

Alla stessa maniera del suo maestro, Robert Burton aveva l’abitudine di camminare giù per Folly Bridge a Oxford, un ponte che aveva un nome che era già un programma, e ridere anche lui di tutto ciò che sentiva o vedeva. Così anche Holbrook Jackson. Lo stesso egli soleva fare quando andava in taxi o a piedi per Londra, a Piccadilly o London Bridge, luoghi dove grandi masse di persone si radunavano. Si rendeva conto di quanto avesse ragione Erasmo da Rotterdam allorquando, nel suo libro “Elogio della follia”, scriveva:

“che cosa è questa vita se non una commedia nella quale tutti gli uomini vanno su e giù con la propria maschera e si comportano come ci si aspetta esattamente che si comportano, per recitare la propria parte, fino a quando il loro padrone non li richiama all’ordine”.

Non è che ci sia sempre, comunque, da ridere. Holbrookk dice che spesso insieme a Carlyle, Shaw, Schopenauer si è trovato a piangere sulla condizione degli uomini. Follia da ridere e follia da piangere, quindi, l’Anatomia della Bibliomania.

Ultimi interventi

Vedi tutti