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"La tradizione orale: la letteratura degli analfabeti"

Questa notizia trova spazio nella sezione "biblioperchè" perchè, appunto, vuole dare una risposta a chi crede che la letteratura sia sempre e solo quella alta, colta, erudita, per pochi eletti, lasciando fuori i molti nella loro ignoranza e nel loro isolamento. Ma, a mio parere, la cultura è anche oralità dalla quale discendono poi tutti gli altri modi per comunicare. La lingua è il veicolo naturale e originario delle parole che sono fatte di suoni, intonazioni, sospiri, lamenti, implorazioni, urla, gemiti e fremiti che danno vita alle idee.

Nel corso dei secoli il termine cultura è stato spesso legato al sapere del dotto e del signore, alla classe dirigente, prima aristocratica e poi borghese. Ai contadini, la gran massa delle persone, era riconosciuta una cultura di livello inferiore, non sanzionata dall’obbligatorietà dell’istruzione e dall’accesso al sapere codificato. Ma anche presso il mondo contadino la cultura era riuscita a dare chiarezza di idee e la necessaria correlazione con i fatti: aveva suscitato legami comunitari inconfondibili.

La capacità di giudizio e di critica dell’uomo dei campi era frutto di questa cultura, di questo modo particolare di vedere la vita; il legame solidaristico, il patrimonio dei proverbi, delle filastrocche, delle “cante”, offrivano la regola del costume e della interpretazione della realtà e dei fatti; la ricchezza della narrazione costituiva una autentica letteratura, costruita per mezzo della forza creativa del dialetto. Il filò, l’osteria, la conversazione della piazza e della corte, la predica del parroco si contrapponevano alla discussione del salotto, al caffè, alla frequenza delle biblioteche, alla lettura del libro. La vita nel mondo rurale era segnata dal ritmo della cultura orale, ricca di valori umani e cristiani, circoscritti al paese, alla contrada: patrimonio trasmesso oralmente, conservato nella memoria collettiva.

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