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"Les Anglais: Are they mad"?

Gli inglesi: sono matti? Certo che leggere questo libro significa ripercorrere oltre quarant’anni della mia vita. Almeno della mia vita letteraria. Una vita fatta di letture e studi inglesi, non solo dedicati alla letteratura, ma anche a quasi tutti gli aspetti della società e della cultura di quel popolo di isolani. Quando arrivai a Londra a Victoria Station, in una sera umida e fredda di quel lontano novembre, dopo un viaggio dal sud del mondo di oltre trenta ore di treno, mi sembrò di essere arrivato su di un altro pianeta. Quarant’anni fa il mondo era molto, ma molto diverso da quello di oggi. Non era tanto facile e comodo viaggiare per il mondo. Non avrei mai immaginato che quel popolo, quella terra, ma soprattutto quella lingua e quella letteratura, mi sarebbero entrati nel sangue e sarebbero stati al centro dei miei anni successivi.

Un’isola di matti, dicevano. Conservo, infatti, ancora un libro dalla copertina rossa che comprai a Parigi, quando cambiai treno. Infatti, allora, chi arrivava a Parigi da Roma, per proseguire il viaggio per Londra, dovera spostarsi dalla Gare de Lyon alla Gare du Nord per arrivare a Calais e prendere il battello per Dover. Il libro era scritto da una francese che recava come titolo: “Les Anglais? Are they mad?”.

Ed infatti, per mantenermi, finii come “student nurse” in un ospedale mentale. Anzi, la denominazione ufficiale era: “Harperbury Mental Deficiency Hospital”, a nord di Londra, nei pressi della città romana “Verulam”, la moderna St Albans, la città di Francis Bacon. Oltre due anni di lavoro con pazienti subnormali, in particolare bambini. Una esperienza che mi ha segnato per tutta la vita e che mi ha portato a comprendere da dentro la realtà e la cultura di quel popolo.

Alternavo gli studi del corso di infermeria, come studente, a quelli del corso di letteratura in un college serale. Serate straordinarie trascorse a leggere i sonetti Shakespeare, le liriche dei romantici e di quel poeta pazzo e bibliomane che fu William Blake, oppure i brani erotici del libro di D. H. Lawrence, appena liberato dalla censura, “L’Amante di Lady Chatterly”. E poi ancora il teatro del giovane Tom Stoppard, Harold Pinter, gli “angry young men”, quelli del “Look back in anger”…

Tutto questo l’ho ritrovato in queste splendide lezioni inglesi del grande Borges. Intendo le lezioni di letteratura, ovviamente, non quelle che ci faceva il dottore Shapiro durante i corsi di psichiatria. Oddio, ci sarebbero anche da ricordare le tante ore di lezioni che anche io, in tutta modestia, ho tenuto, a migliaia e migliaia di studenti italiani, dopo il mio ritorno in patria, poi anche il tempo trascorso con la collega di università scelta come moglie per la vita a condividere gli stessi interessi e le stesse passioni. Ma questa è un’altra storia, ben piccola di fronte a quella che scrive e narra con grande maestria Borges. Un libro da non perdere per chi ama la letteratura inglese.

Grandi autori e capolavori immortali nelle “lezioni argentine” di un indimenticabile maestro.

Nel 1966, a Buenos Aires, Jorge Luis Borges dedicò un ciclo di lezioni alla tradizione letteraria che più amava, quella inglese. Chi le ascoltò non può dimenticare le vibrazioni della sua voce, le pause dense di echi, la passione intellettuale, l’amore che dai libri si trasmetteva alla vita. Trascritte dagli allievi, le lezioni appaiono oggi in un volume prezioso che dalle origini, attraverso un itinerario meraviglioso e divagante, felicemente personale, si spinge fino alla fine dell’Ottocento.

Molti e splendidi gli incontri: dal più antico poema epico in lingua anglosassone, il Beowulf, che precede Il Cid e la Chanson de Roland, al genio assoluto di Shakespeare, “una variazione del Dio infinito che crea”, dall’eccentrico Samuel Johnson, autore di opere memorabili e compilatore del primo dizionario della lingua inglese, al poeta scozzese James Macpherson, autore dei Canti di Ossian, dai giganti del romanticismo Coleridge e Wordsworth fino a William Blake e a Charles Dickens. Nel suo suggestivo e avvincente viaggio Borges si abbandona al piacere di raccontare, trasportandoci con sé all’inseguimento della bellezza. E trasmettendoci il più importante degli insegnamenti: la lettura non dev’essere un “piacere obbligatorio”, ma un piacere e basta. Un’avventura del cuore e dell’intelletto in grado di donarci un frammento di paradiso.

È un Borges dal volto inedito, e per questo ancora più prezioso, quello che prende vita dal corso di lezioni universitarie raccolte e tradotte da Einaudi nel volume La biblioteca inglese. L’erudito innamorato delle ballate sassoni e della poesia preraffaellita, ma soprattutto l’insegnante che invita i suoi allievi a coltivare il piacere della curiosità e il gusto della scoperta, esortandoli a non lasciarsi intimorire dalla reputazione degli autori e a rifuggire dalle letture “obbligate” per cercare sempre l’entusiasmo di “una felicità personale”. A sorpresa, tra un commento al Kubla Khan di Coleridge (“un poema che esiste al di là della ragione, e addirittura contro la ragione”) e i numerosi excursus per cui nutre una predilezione confessata (“mi perdonerete questa digressione, ma quella che vi racconterò è una bella storia..”), scopriamo che a venirci incontro è ancora il Borges autore, il maestro dagli “occhi d’ombra” capace di svelarci gli infiniti mondi nascosti dietro uno specchio, che ci insegna ad attraversare le vite degli uomini e le vie dei libri con uno sguardo ugualmente attento, in cerca di un incontro, di un senso, di un’emozione.

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