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Odiano i libri ed amano la tecnologia

Chi? Le nuove generazioni. La ricerca di cui si parla qui di seguito non dovrebbe suscitare molta meraviglia a chi conosce sia i libri che le nuove tecnologie della comunicazione. Il sapere, anzi i saperi, hanno perso gran parte del loro monolitismo di un tempo, blocchi di conoscenza da affrontare uniformemente in profondità, spesso a grande profondità, all'interno di realtà individuali che si elevavano, ieri come oggi, anche a distanza di millenni, mostri del sapere e della conoscenza difficili da fronteggiare e digerire. Il sapere di oggi, a causa e per mezzo dei nuovi strumenti comunicativi, risulta frantumato, spezzettato, miniaturizzato, ridotto in pillole, facile da conoscere, gestire e digerire. Saperi che si sono semplificati, ma non banalizzati. Sono sì leggeri, ma non inconsistenti. Possono essere molto più facilmente capiti e conosciuti. Ma la nuova difficoltà consiste nel fatto che i pezzi di questi micro-saperi sono tutti interdipendenti, associati, collegati ed interattivi: l'uno presuppone l'altro, ognuno vive per sè nella misura in cui l'altro è presente ed agente. Ecco perchè i giovani non scelgono e non amano i libri. I libri sono monoblocchi di sapere, non facilmente gestibili, sia dall'interno che dall'esterno. Non sono interattivi se non si sa come usarli e perciò non attirano l'attenzione e l'interesse. I mezzi di comunicazione che le nuove generazioni preferiscono sono invece, attivi, vivi, perciò interattivi, collegabili, flessibili, interscambiabili, deformabili, duttili, soddisfano esigenze e bisogni che il libro non può dare così come è fatto.

Come si relazionano i ragazzi con le nuove tecnologie? La risposta arriva da una ricerca dell’Università di Udine, condotta su campione di 1.212 bambini d’età compresa tra gli otto e gli undici anni, residenti in Sicilia, Toscana, Campania, Abruzzo, Veneto e Friuli Venezia Giulia.

Dall’indagine è emerso che i bambini, come gli adulti, leggono poco. Solo il 39% degli interpellati supera i dieci libri l’anno. In “compenso” passano diverse ore davanti alla televisione per vedere soprattutto le reti Mediaset. Tra i programmi preferiti Camera Café, Striscia la notizia, i Simpson, Zelig, Le Iene, il Grande Fratello e Amici. In coda invece alle preferenze dei più piccoli la Melevisione della Rai, il GT Ragazzi e Playground di Mtv. 

La maggioranza dei bambini ha dichiarato di avere in casa dei videogiochi. Il genere più gettonato è quello d’avventura, scelto da più della metà dei giovani, seguito da quelli sportivi e di combattimento. La musica non cambia se parliamo di computer. L’89% del campione ha un Pc e lo utilizza in media per un’ora e un quarto nel pomeriggio, dopo la scuola. Più bassa invece la percentuale dei bimbi che hanno un cellulare. Solo il 61% dei piccoli intervistati ha detto di avere un telefonino. Ma in questo caso le differenze si fanno sentire regione per regione.

A nord la percentuale dei piccoli con il cellulare è più bassa, pari a circa un 45%. Sale al centro – quota 76% - ma il vero e proprio boom si registra al sud. Qui il 90% dei minori porta con sé un cellulare. Viene utilizzato principalmente, dicono gli intervistati, per inviare sms, cercare gli amici, scaricare musica e solo marginalmente per gli mms. La spesa media per la ricarica mensile non supera i 12 euro.

«Da questa ricerca – spiega il professor Francesco Pira, docente di Comunicazione alla facoltà di Lingue di Udine – emerge con chiarezza che la famiglia deve recuperare il suo ruolo fondamentale. Genitori e nonni, devono aiutare i bambini nel processo evolutivo senza presentare le nuove tecnologie come delle diavolerie incontrollabili. E poi la formazione». «Dobbiamo educare gli adulti – aggiunge – a comprendere i media affinché siano in grado di interpretarli e utilizzarli con figli e nipoti.

Le tecnologie devono diventare patrimonio di tutta la famiglia e non solo dei più piccoli per farli stare buoni».

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