
Se volete dare un consiglio a uno scrittore in erba, ditegli di smettere con la scrittura. Guai a incoraggiare un esordio. Si darà l’idea che ci si siede sulla sedia, si buttano giù due idee simpaticamente infiocchettate e il gioco è fatto. Conviene dirlo subito chiaro, al pennaiolo, che di lui non c’è bisogno, che di scrittori ce ne sono già troppi, che ci è sufficiente ciò che già è stato scritto per dormire sonni sereni. Diciamo che per una decina di consimili motivi non siamo partiti proprio con il passo giusto sfogliando questi “Sedici esordi narrativi” scelti e collezionati da Mario Desiati - il quale si presenta sventolando l’incensiere come un vescovo benedicente, raccontandoci in una francamente inutile introduzione i fatti suoi, recitando in vita la parte dello scrittore con la tonaca - per le edizioni minimum fax sotto al titolo “Voi siete qui” (262 pagg., 12,50 Euro) .
La lettura, poi, ci ha definitivamente spappolato il fegato. Insomma, ragazzi, l’esordio o è col botto o è meglio studiare, sfangare e lavorare. Nella vita nessuno ci regala mezzo dito, figuriamoci in letteratura. Ve lo dobbiamo dire noi, che la scrittura è quella cosa faticosa e dirompente; che proprio perché tutti pretendono di saper scrivere pochissimi sanno farlo; che non basta scribacchiare il proprio diario privato per essere scrittori? No, facciamo i buoni, in realtà desideriamo che questi ragazzini ottengano fama, successo e denaro e che anche Desiati ingrassi la sua gloria di latta. Perché quello che desiderano è questo: la fama. Dategliela, e facciamola finita.
Questi ragazzini vogliono pubblicare e basta, mica come Kafka che se la prendeva con Max Brod perché spacciava per letteratura i suoi - di Kafka «appunti privati o trastulli», le proprie «testimonianze della solitudine». Hanno fatto bene le edizioni minimum fax, che sono un po’ la grande incubatrice della nostra nuova narrativa, a sbatterli in prima pagina, questi fanciulli, come fossero un caso letterario. E infatti, più che i racconti, clamorosamente dimenticabili, sono le biografie dei cantastorie a solleticare il palato. Ci sono una manciata di giovanissimi (classe 1985-86) che van sempre bene: uno che vive a Osaka, una che ha scritto una canzone per i Nomadi, una che «agli studi classici ha preferito gli squat londinesi» e «dal 2002 ha fatto controinformazione balcanica in rete» (per la cronaca, la tizia, nome in codice Babsi Jones, è l’unica che ci è piaciuta), uno che è amico di Stefano Bartezzaghi, uno che lavora in Rai, ma soprattutto uno che «è un pluriacclamato e pluripremiato regista e produttore hard trasferitosi in California». Niente da leggere
Più che un’antologia di scrittori, un reality. Che come tale va consumato, con la foia del guardone piuttosto che quella del lettore. Perché da leggere non c’è un bel niente. Storielle ombelicali, cronache di vita che ci fanno sbalzare le ginocchia (ma come fai a scrivere «A Pisa le persone non ti salutano se non le conosci e non sorridono mai», senza domandarti perché scrivi piuttosto che uscire a far jogging?), piene di “colpi di scena” o di “trovate”, perché quando non hai niente da dire fai fare la capriola ai tuoi tipi disadattati, semplici macchiette, sbiadite controfigure del loro inventore che tenta di fare un figurone con il racconto. Già, il racconto. Questi non scrittori credono che il racconto sia il passaporto per la celebrità. Facile, svelto, tanto te la cavi sempre, se fa pena chi se lo ricorda. Beati loro. Mai studiato e ristudiato “La steppa” di Anton Cechov o “Tlön, Uqbar, Orbis Tertius” di Borges o “Il messaggio dell’imperatore” di Kafka o “La schiena di Parker” di Flannery O’Connor, mai passato le notti a osservare quale magico gioco d’incastri stia alla base dei racconti capolavoro di Ivan Turgenev e di Varlam Salamov, di Lev Tolstoj e di Henry James, di Friedrich Dürrenmatt e di Ernest Hemingway. Eppure, sarebbe bastato dare un occhio a Raymond Carver, autore che ha fatto la fortuna della casa editrice di questi fanciulli, o ripassare le novelle di Giovanni Verga, così schiette, veloci, ruvide e modernissime, prima dell’esame. Letteratura? Non qui
Tanto per spaventarvi un po’, accontentatevi delle mirabili lezioni che Julio Cortázar, maestro del genere, dedicò al tema: “Alcuni aspetti del racconto” e “Del racconto breve e dintorni” (in J. Cortázar, “I racconti”, Einaudi, Torino 1994). Serviranno a rinfocolare un poco il timore reverenziale verso l’oggetto letterario. Per cui non funziona il refrain di uguaglianza, libertà, fraternità e simili. Non diteci che siamo troppo severi, è la letteratura a pretendere ciò - e noi siamo i primi a prenderci a steccate le dita. La letteratura è violenta, arbitraria, bastarda. O così o nulla. Nell’epoca in cui la scrittura non conta niente, essa pretende un’abnegazione intera. Per questo a questi ragazzi che sognano una carriera auguriamo il successo pieno, la vittoria e la ola. La letteratura, fanciulla ritrosa e vanitosa, continua a stare dove sta: altrove. PARIS HILTON E LA CAMORRA Voi siete qui (minimum fax, pp. 264, euro 11,25) è un’antologia di sedici scrittori esordienti curata da Mario Desiati. Si tratta di racconti e reportage narrativi che - dall’immaginario suicidio di Paris Hilton ipotizzato da Giancarlo Liviano al mondo delle officine meccaniche della camorra napoletana descritto da Piero Sorrentino - offrono uno spaccato delle novità in arrivo nel panorama letterario.

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