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Lasciar morire un uomo?

La richiesta avanzata da Piergiorgio Welby al presidente della Repubblica, nella lettera del 22 settembre scorso, di poter essere aiutato a morire in quanto riteneva le condizioni di malattia in cui si trovava per lui non più accettabili, ha scatenato un dibattito e ha prodotto decisioni istituzionali che hanno disvelato una situazione quantomeno confusa riguardo alle dimensioni etiche e giuridiche delle scelte di fine vita. La decisione di Welby di agire in collaborazione con un medico coraggioso e responsabile, Mario Riccio, per affermare il proprio diritto costituzionale di rifiutare il trattamento che lo teneva in vita, ha reso palesi le contraddizioni e le incertezze normative. Nonché i tentativi di inquinare ideologicamente il dibattito, magari camuffando l'operazione dietro argomentazioni coerenti su un piano logico-formale.

Quello che è accaduto dovrebbe indurre la politica a fare chiarezza – ma quando mai in Italia? A mettere cioè a disposizione anche dei cittadini italiani, come è accaduto e sta accadendo da un paio di decenni in altri paesi, un quadro di regole chiare per consentire alle persone che lo desiderino di dare indicazioni anticipate – formulare cioè un cosiddetto testamento biologico – sul tipo di trattamento a cui non vogliono essere sottoposti qualora si trovassero privi di coscienza e bisognosi di cure mediche. Occorrerebbe mettere qualche punto fermo sulle gerarchie tra le fonti del diritto in materia di libertà personale (ma non solo) e provare a snellire la giurisprudenza riguardante le questioni di bioetica sollevate da istanze terapeutiche e miglioramenti tecnologici che avanzano con estrema rapidità. Mentre il nostro diritto di tradizione latina avanza – per modo di dire – con lentezza geologica.

Va innanzitutto tolto di mezzo un equivoco: che Welby abbia subíto il dibattito intorno al suo caso; che sia stato in altre parole strumentalizzato dai radicali per fini di visibilità politica. Chi ha pensato o pensa questo evidentemente ignora o finge di non conoscere tutto quello che da intellettuale e leader politico Welby ha scritto sull’etica delle scelte di fine vita negli ultimi dieci anni,1 e che si trova in parte raccolto nel libro pubblicato da Rizzoli. In realtà, Welby, come Luca Coscioni, ha sempre affermato di essere lui a strumentalizzare i radicali. Sembra dunque di poter concludere che in Italia non esistono le condizioni per discutere pacatamente di eutanasia. Che era poi la richiesta iniziale di Welby. Sembra non esservi ancora neppure chiarezza, prima di tutto tra i medici, sui limiti che l’etica medica post-Codice di Norimberga e la Costituzione italiana stabiliscono perl’intervento medico. I medici italiani, attraverso le prese di posizione del presidente dell’Ordine e del Consiglio Superiore della Sanità, ma anche dimostrando mancanza di coraggio e senso di responsabilità nel non rispondere in numero congruo alle legittime richieste di Welby, non hanno fatto una bella figura. Stendiamo un velo su Giuseppe Casale, il medico che si era inizialmente offerto di aiutare Welby mentre lo stava prendendo in giro. Non aveva infatti alcuna intenzione di accogliere la sua richiesta di non essere più attaccato al respiratore, ma intendeva semplicemente praticargli cure palliative. Purtroppo Casale incarna un tipo di medico abbastanza diffuso in Italia. La decisione di aprire un procedimento disciplinare nei confronti di Riccio da parte dell’Ordine dei Medici, che auspicabilmente non dovrebbe avere conseguenze, rivela comunque il persistere di una mentalità corporativa d’altri tempi. (cont. al link)

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