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Traduttore Traditore?

Nel breve scritto sull'arte del tradurre e sull'intercessione dei santi, apparso contemporaneamente a Norimberga e a Wittenberg nel 1530 e comunemente noto come Lettera del tradurre, Lutero scende in campo contro i critici e i manipolatori del suo Nuovo Testamento, il cosiddetto «Septembertestament» («Testamento di Settembre») uscito nel settembre del 1522 e già nel dicembre ristampato con non minore fortuna. Nel tempo che va da quel fatidico anno fino al 1530 era stata tradotta e data alle stampe anche buona parte del Vecchio Testamento: il Pentateuco, i libri storici e poetici, qualche libro profetico; se poi si considera che la prima traduzione integrale della Bibbia viene conclusa nel 1534, un dato balza subito agli occhi: la Lettera del tradurre esce da un'officina in piena attività, nel mezzo di una prova impegnativa quale è la seconda revisione dei Salmi terminata nel 1531.

Come risposta ai nemici del «Testamento di Settembre» essa può quindi far leva sull’ulteriore esperienza maturata a contatto con la lingua sacra per eccellenza, l’ebraico, e in effetti Lutero vanta un’indubbia superiorità rispetto ai suoi critici: mentre i loro attacchi continuano a colpire la prima grande fatica del riformatore, il suo orizzonte non è più solo ristretto al confronto – peraltro già molto impegnativo – tra latino-greco e tedesco, ma si è aperto a quello ancor più gravoso tra ebraico e tedesco. Salmi e profeti rientrano nel novero delle sue conoscenze. Certo, anche quest’apertura non può prescindere dal Nuovo Testamento, che del Vecchio dischiude il significato autentico, per cui l’attacco rivolto contro il modo in cui esso è stato tradotto, sull’esempio di passi come Romani, 3, 28, colpisce necessariamente la chiave di volta di tutto l’edificio. Del problema della Scrittura nella sua globalità (Vecchio e Nuovo Testamento) si fa portavoce Wenzeslaus Link introducendo la Lettera del tradurre; Lutero invece subordina i pur efficaci richiami al Vecchio Testamento all’apologia del Nuovo, del «Testamento di Settembre», punto di rottura nella storia secolare della Bibbia tedesca.
 

Il bersaglio principale della sua requisitoria resta perciò un «papista», il teologo Hieronymus Emser (1477-1527), conoscenza tutt’altro che nuova se si ricorda il violento scambio pubblicistico sorto tra i due nel 1521 intorno al trattato sulla Nobiltà cristiana di nazione tedesca. La rinascita dell’antica ostilità consiste nel fatto che l’«imbrattacarte di Dresda», colui che Lutero allora aveva accusato di non «capire un ette di lettera e di spirito», era tornato alla ribalta poco prima di morire proprio per merito della Bibbia. Investito dall’autorità sassone del compito di rivedere il «Testamento di Settembre» di Lutero, egli ne aveva espunto, oltre al nome, le introduzioni e le note, ossia le parti esterne al testo che però ne orientavano la lettura, lasciando invece questo pressoché intatto; con l’esito paradossale, se non grottesco, che il Nuovo Testamento luterano, dichiarato eretico e perciò proibito, stava circolando nella sua forma originaria dal 1527 con tutti i crismi dell’ufficialità. Di qui la doppia e pressoché inscindibile reazione del traduttore: da una parte egli è triste («wie geschach mir da so wehe/», p. 48, rigo 8) perché è stato pubblicamente vietato, ma nello stesso tempo è lieto («Mir ist ynn des gnug/ vnd bin fro/», p. 48, 28-9) sapendo che, a seguito dell’atto di plagio commesso dai nemici, la sua fatica ha potuto superare ogni ostacolo.

 

Questo breve cenno agli immediati antefatti ci può far capire il tono di fondo della Lettera del tradurre. Chi pensasse di prendere in mano un trattatello dal tono teorico distaccato resterebbe deluso perché invece di un’esposizione ordinata e concettualmente rigorosa si trova di fronte a un procedere per scatti, non privo di arresti e di ricadute in una polemica a tutto campo contro il partito dei papisti, dei letteralisti (i cosiddetti «Buchstabilisten»), dei maestri sputasentenze («Meister Klüglin» ), insomma di tutti i «somari» presuntuosi. Né ci si può attendere che la polemica si plachi nelle ultime pagine dello scritto dedicate all’intercessione dei santi, perché la risposta a una questione a prima vista del tutto autonoma discende da una Bibbia recata in tedesco che non ammette più dubbi o ritardi. Inoltre da queste pagine riaffiora anche il mai sopito trauma del settarismo, nel suo duplice aspetto teologico e politico-rivoluzionario, rappresentato dalla figura anonima dell’«agitatore» («rotten geyst», cfr. p. 64, 36) che in tempi vicini avrebbe voluto che si facesse il male perché ne nascesse del bene: è già trascorso qualche anno dalla rivolta dei contadini soffocata nel sangue, però il trauma si mantiene così forte che Lutero scaglia il suo anatema contro settari ed eretici in genere revocando loro ogni patente di traduttore. Anche i cenni per quanto indiretti alla «chiarezza della Scrittura» parrebbero stare per riaprire il contenzioso con Erasmo sull’allegoria del testo sacro, ciò che poi non succede se non altro perché, anche se tra i due era ormai rottura definitiva su libero arbitrio ed ermeneutica biblica, il riformatore non avrebbe tratto molti vantaggi dal censurare il grande umanista della cui opera filologica si era servito per il suo «Septembertestament». Non è da sottovalutare infine il riferimento conclusivo al lamento di Elia e al sopravvivere dei pochi giusti in un’epoca di barbarie (cfr. p. 75), perché anche da quanto si legge nel libello dell’anno prima sulla sempre incombente minaccia turca, si capisce che si tratta di un segno ritenuto anticipatore del Giorno del Giudizio.

 

In effetti il senso allora costante della fine del mondo s’aggrava per le molte preoccupazioni sorte al tempo in cui la Lettera del tradurre viene scritta nella fortezza di Coburg (Veste Coburg); al primo posto sta la trepidazione per l’esito delle lunghe trattative che il fidato Melantone, umanista e stretto collaboratore del riformatore a Wittenberg, conduce alla dieta di Augusta affinché sia riconosciuto il testo della «Confessio Augustana», ossia la serie di articoli di fede formulata dai protestanti di fronte all’autorità imperiale.

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