Questo sito contribuisce alla audience di

Il diritto di scegliere

Questo post va nella categoria "biblioperchè" perchè nella domanda è intrinseca la risposta: perchè scegliere? Perchè sul diritto di scegliere poggia la libertà dell'Uomo. La tesi di fondo di questo libro è la seguente: per la maggior parte di noi, poter scegliere – e dover fare scelte – è diventato e continuerà a essere il fattore che più influenza al tempo stesso le nostre vite private e la nostra cultura prevalente. Anni fa mi colpì improvvisamente l'idea che essere "moderni" significhi essere in grado di scegliere. Gran parte di noi che viviamo nel mondo sviluppato, in particolar modo negli Stati Uniti, abbiamo a disposizione un ventaglio di scelte molto più ampio di quelle di cui potevano disporre i nostri predecessori appena cento anni prima, sia nelle decisioni prese giorno per giorno sia in quelle che riguardano l'indirizzo da dare alla propria vita. Ma in fondo va ricordato che tutto nasce da quel "libero arbitrio" che ci fa arbitri e giocatori di noi stessi sul campo della vita.

Si dice spesso che gli Stati Uniti d’America siano un’ idea. Elemento essenziale di questa idea è, naturalmente, la libertà. La libertà di scegliere. I primi emigranti vennero in America per esercitare il diritto di scegliere la propria religione. Altri seguirono, con la speranza di costruirsi una vita nuova e più ricca. Per una ragione o per un’altra, grandi masse hanno scelto di venire qui per quasi quattro secoli. Scegliere è qualcosa che abbiamo nel sangue.
 
Anche altre parti del globo, l’Europa in particolare e gran parte delle nazioni che danno sulle coste del Pacifico, hanno ora raggiunto gli USA e il Canada in termini di ricchezze materiali e di libertà democratiche. Ciò di cui ci occuperemo in questo libro vale anche per queste prospere nazioni. Anch’esse offrono un mondo di scelte che un secolo fa era soltanto sogno.
 
Poter scegliere significa essere liberi di scegliere. Però la libertà di per sé non implica necessariamente poter scegliere. In effetti, per la maggior parte della storia dell’umanità, la realizzazione della pura libertà di solito ha dovuto fare i conti con la fredda realtà dell’ assenza di scelte ragionevoli. La gente, quindi, non aveva il potere di modificare i suoi destini. In effetti, come dimostrerò, la carenza di scelte che ha caratterizzato la maggior parte delle vite umane ha fatto sì che l’autentica libertà fosse un mero concetto ipotetico. Fino a oggi. Soltanto in tempi relativamente recenti i nostri standard di vita si sono elevati abbastanza, per un ragionevole numero di noi, da far diventare la possibilità di scegliere il fattore che influisce maggiormente sulle nostre vicende personali. Libertà e scelta hanno a lungo dominato la nostra coscienza nazionale, in termini filosofici. Eppure soltanto ora le persone comuni possono, in una misura che non ha precedenti, rendersi conto del potere che questi principi hanno nel configurare dinamicamente le loro vite. Come vedremo, questa pervasività dello scegliere è anche penetrata a fondo nelle nostre istituzioni culturali.
 
Il mio obiettivo principale è proprio quello di dimostrare quanto profondamente la possibilità di scegliere abbia trasformato quel che siamo come persone e come società, in concreto e in astratto. Le scelte – la prevalenza relativamente recente dello scegliere rispetto a un secolo fa o quasi – danno forma sia ai nostri stili di vita sia alle nostre espressioni creative nelle scienze esatte, nelle arti, nelle scienze sociali e in quelle umanistiche. Lo scegliere ha svolto un ruolo fondamentale nel plasmare un sorprendente numero di sviluppi culturali e intellettuali, dall’esistenzialismo alla fisica quantistica al postmodernismo. Vedremo che per svolgere questo ruolo lo scegliere ha fatto sorgere una moltitudine di dualismi, molti dei quali sono i dilemmi che creano gioia e angoscia nelle nostre vite personali e altri che hanno cambiato per sempre il modo in cui siamo portati a interpretare formalmente il nostro mondo.
 
Come obiettivo secondario, intendo affrontare la questione del carattere ciclico della storia. Da universitario diciannovenne, nei tardi anni Settanta, ero profondamente convinto che il secolo ventesimo fosse senza precedenti in termini di sviluppo umano. Naturalmente tutti, i giovani soprattutto, hanno sempre avuto questa convinzione, contro la quale molti storici richiamano continuamente l’attenzione evidenziando le somiglianze con epoche precedenti. Per esempio, spesso è stata utilizzata la caduta dell’impero romano per illustrare le debolezze e la distruzione imminente di varie società. E all’interno di intervalli di tempo relativamente brevi – per esempio il secolo ventesimo – noi cerchiamo costantemente periodi paralleli. Confrontiamo gli anni Sessanta con gli anni Venti, oppure gli anni Novanta con … gli anni Cinquanta? La storia, almeno in parte, si ripete davvero. Ma soltanto in piccole parti. Per essere specifico, argomenterò che fra gli anni Sessanta e gli anni Settanta siamo arrivati a un punto di non ritorno. I lettori noteranno che fu in quell’epoca turbolenta che il paradigma principale dell’Occidente passò dal modernismo al postmodernismo, come hanno evidenziato molti commentatori, oppure quando siamo passati di colpo all’età postindustriale (o dell’informazione) o anche (per porlo in termini diversi) quando la manifattura, il fondamento della nostra economia, iniziò a cedere il passo ai servizi. Il mondo è cambiato in un modo senza precedenti nel corso dell’ultimo secolo.
 
Avendo accennato al postmodernismo e alle altre etichette che abbiamo usato per caratterizzare la nostra nuova era nella storia, sosterrò che queste derivano, in larga misura, dalla presenza della facoltà di scegliere nella nostra società. Dimostrerò che la nostra etica delle scelte trae origine da due stimoli principali. Uno di questi è la travolgente marea di merci rese disponibili dai sistemi di produzione e di distribuzione di massa al culmine della Rivoluzione Industriale. L’altro è un atteggiamento, anch’esso germinato nel diciannovesimo secolo, che chiamo “la perdita dell’assoluto”. Voglio però sottolineare che la possibilità di scegliere è stata e sarà il maggior agente di cambiamento nel modo in cui vediamo il nostro mondo: nelle decisioni private e nelle espressioni creative e anche al metalivello dove esaminiamo criticamente chi siamo e che cosa facciamo, il livello in cui sviluppiamo gli “ismi” della nostra cultura collettiva. Lo scegliere non è soltanto il propulsore principale, ma sarà da ora in poi la caratteristica principale delle nostre vite.
 

È opportuna una precisazione. Lo scegliere è la caratteristica principale delle nostre vite a condizione che la nostra società rimanga stabile. Se chiedessimo ai lettori quali sono, secondo loro, le questioni più importanti che abbiamo davanti, verrebbero fuori lo sterminio nucleare, il terrorismo (questi due, naturalmente, non si escludono a vicenda), la salvaguardia dell’ambiente, la riduzione delle tensioni etniche e religiose, le risorse sostenibili, la criminalità, la povertà e così via. Ovviamente, sono tutte questioni molto importanti e ben lungi dall’essere risolte. Molti hanno la sensazione che l’orologio si avvicini alla mezzanotte in un mondo che è sempre più caotico, forse in modo incontrollabile. Ma se, oppure fin tanto che, sopravviveremo come specie, lo scegliere sarà il fattore ultimo col quale dovremo scontrarci. È vero che esplorando la centralità dello scegliere nella nostra cultura non è detto che si prevengano epidemie o catastrofi nucleari. Ma lo scegliere dovrebbe avere qualcosa da dire in merito al quadro più ampio. E, come spero di dimostrare, lo dice. Le scelte sezionano il nostro universo del discorso in due o più alternative, di solito incompatibili. Eppure, le decisioni che dobbiamo affrontare non sempre si possono ricondurre alla scelta fra conservare una torta o mangiarla. Gli opposti abbondano nel nostro mondo complesso; siamo costantemente lacerati fra tradizione e tendenza, fra statico e dinamico. Per esempio, gran parte delle questioni di politica generale e di pubblica educazione fanno leva sulla nostra accettazione del relativismo culturale, noto anche come multiculturalismo. Tuttavia, per usare due termini presi a prestito dalla biologia, dobbiamo proprio scegliere fra una cultura completamente monofiletica (per esempio, “maschio europeo totalmente bianco”) e una cultura del tutto polifiletica (per esempio, “tutti sono uguali”)? Sono convinto che tenendo conto delle manifeste opposizioni generate dallo scegliere si possa arrivare a soluzioni ragionevoli di tali questioni: soluzioni, tra l’altro, che non sono deboli compromessi né rigide esclusioni.

Ultimi interventi

Vedi tutti

Link correlati