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L'arte della lettura

Alcune considerazioni estetiche, per così dire, sulla relazione che si stabilisce tra il libro e il lettore. Un libro non è completo fino a quando non finisce nelle mani del lettore. Sembra una considerazione banale, ma non tutti se ne rendono conto, specialmente chi scrive e spera di essere letto. Soltanto quando finisce nelle mani del suo compagno naturale allora il libro comincerà il suo completamento. Abbiamo detto comincerà perché, in effetti, allorquando lo stesso libro passerà nelle mani di un altro lettore, questo completamento continuerà. Il destino del libro, insomma, è nelle mani del lettore. “Pro captu lecotoris habent sua fata libelli”, è stato scritto dallo scrittore latino Mauro Terenziano, “i libri hanno il loro destino legato alle capacità dei loro lettori”, ed è vero. E’ il buon lettore che fa grande un libro. In ogni libro egli trova brani ed occasioni che si addicono ai suoi gusti, al suo stato d’animo, alle sue aspettative. Sta a lui trarre profitto dal libro che ha tra le mani.

Cap. IV

Accettare un libro per ciò che è, cioè la creazione triangolare dell’autore, dello stampatore e del lettore, significa accettare anche opinioni come questa che abbiamo appena espresso sulla quale certamente non tutti concordano. Un libro è, dal punto di vista meramente fisico, la fusione tra carta, inchiostro e caratteri o lettere. Da questi viene fuori l’autore con i suoi pensieri, le sue emozioni, la sua immaginazione, filtrate attraverso i sensi e distillate nella testa del lettore il quale però, per entrare nel libro, deve dare forma, colore, sentimento, vita ai simboli che lo scrittore gli propone. Anatole France ebbe a dire in proposito che dipenderà da lui, lo scrittore, se egli, il lettore, riuscirà a far risvegliare quelle idee, pensieri e situazioni che già esistono nella sua mente. Non tutti leggono, ovviamente, allo stesso modo. I veri lettori sono pochi e rari, almeno come non tutti e pochi e rari sanno veramente scrivere.

Il grande e giovane poeta inglese John Keats sosteneva che come un proverbio non è davvero tale fino a quando non se ne impossessa la vita mettendolo in pratica, e come un assioma in filosofia non è davvero tale sino a quando non è stato provato sulla propria pelle, la vera lettura non è tale fino a quando non siamo riusciti ad entrare nelle idee ed intenzioni di chi scrive. Leggere bene e godere di un libro non con atteggiamento critico ma per il piacere di farlo significa abbandonare la propria personalità ed entrare in quella dell’autore. Qualcuno, parlando di poesia, ha detto che i grandi poeti non sono stati ancora letti, perché solo i grandi poeti li possono leggere. Per apprezzare, ad esempio, in modo giusto ed adeguato le opere di Eraclito bisogna essere un abile nuotatore, sapere andare giù e risalire senza avvertire il peso del sapere rivelato, ingerire ciò che egli dice senza affogare. Emerson ebbe a dire che per essere un buon lettore bisogna essere un buon inventore. Il grande lessicografo inglese dottor Johnson consigliava sempre ai giovani di non andare mai in giro senza avere in tasca un libro. Avvertiva anche, però, che con i libri bisogna andarci cauti perché i libri non sostituiscono la vita, sono inutili senza immergersi nei vortici dell’esistenza. I modi per farlo possono essere vari e diversi: velocemente, lentamente, saltando, omettendo, furiosamente, come era solito fare Laurence Sterne.

Un libro, comunque, va detto che è un miracolo in sé e va affrontato in vari modi. L’autore di “Gulliver” Jonathan Swift disse che esistono tre tipi di lettori: il superficiale, l’ignorante, l’erudito. Ma va detto anche che un libro non è mai letto davvero fino a quando non diventa una parte della mente del lettore. Ed è a quel punto che libro e lettore diventano un tutt’uno. Il libro, e il suo autore, scompaiono nel lettore, mentre il lettore crede di dire e pensare cose che sono dette o pensate da lui, ed invece non sono sue, ma appartengono all’autore del libro che ha letto. Il tutto avviene in nome dell’assimilazione, consapevole o inconsapevole, filtrato dalla mente all’anima del lettore. La fatica del pensiero che si fa azione, nutrimento, alito di nuova vita fatta di idee e sensazioni diverse e nuove. La concentrazione diventa necessaria ed inevitabile, perché da essa scaturisce la sintesi. Nietzsche afferma la sua importanza decisiva spingendola fino all’estremo, facendo diventare il suo pensiero e la sua prosa un concentrato di pensiero fatto di aforismi, affermazioni, epifanie, ripetute fino alla noia, alla stessa maniera di come la mucca mastica e rimastica il suo boccone.

Forse i libro del futuro libri aforistici e i lettori non saranno altro che masticatori di pensieri e di idee, proprie o di altri. L’ambizione del grande tedesco era quella di dire in solo dieci frasi ciò che altri riescono a dire in un intero libro, per far sì che il tempo non possa addentare ciò che dice e disperderlo. Un buon aforisma, egli diceva, è troppo duro per essere addentato dal boccone del tempo. La lettura è un’arte, egli aggiungeva, e bisogna sempre ruminare, come una mucca. In un certo qual modo l’aveva già detto Tacito quando aveva scritto che la lettura ripetuta è essenziale sia negli studi che nella vita.

Un discorso particolare merita la lettura fatta ad alta voce. Molti sono gli episodi di lettura fatta ad alta voce nella storia della letteratura mondiale: Paolo e Francesca, Romeo e Giulietta, Abelardo ed Eloisa, sono solo alcuni degli esempi di legami fatti di letture di libri, letti ad alta voce. Leggere ad alta voce può essere senza dubbio un piacere personale perché si può ascoltare la propria voce che parla agli altri, prima che a se stessi. Il grande poeta tedesco Heine era famoso per le letture che egli aveva l’abitudine, da giovane, di fare del Don Chisciotte quando era giovane nei giardini del Palazzo di Dusseldorf, facendosi ascoltare dagli uccelli, dagli alberi, dai ruscelli e dai fiori del parco in cui passeggiava. Shelley leggeva ad alta voce e la stessa cosa faceva Gabriele D’Annunzio. In effetti leggere ad alta voce significa “drammatizzare” ciò che legge, dare voce a chi ha scritto quel testo e condividerlo prima con se stessi e poi con gli altri. Le parole scritte, lette nella mente e poi dette, sentite e ripetute, danno risonanza ai contenuti e creano la giusta scena per una corretta comprensione.

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