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Quali sono le vostre “aree virtuali”?

L’idea di questo articolo ruota intorno al fatto che da un pò di tempo a questa parte ognuno di noi si avvia ad avere delle zone che una volta si chiamavano “aree esistenziali” e che invece oggi vengono dette “aree virtuali”. Un tempo ci si ritrovava al circolo, alla sede del partito, al caffè sport, al parco giochi, all’oratorio. Oggi, senza uscire di casa, oppure anche fuori casa, purché si abbia un “accesso virtuale”, ci si incontra nelle proprie “aree virtuali”. Ognuno ha le sue aree esistenziali, aree di interesse con le quali vive e convive, litiga e si identifica, dalle quali entra ed esce di continuo, alla ricerca di uno scopo, una identità, un obiettivo. Tutto in nome della creatività e dell'inventiva, della scoperta e del riscontro.

Desidero a questo punto così riassumere i miei percorsi “virtuali”. Dopo di avere lasciato l’insegnamento attivo, ho conseguito presso l’Università di Londra, “Institute of Education”, il “Certificate of Online Education and Training”. In tal modo ho avuto la possibilità di riciclare tutto ciò che credevo di sapere. Ho scoperto così di sapere, o avere saputo, ben poco. Ed ecco la ragione per la quale entro nella realtà virtuale, che è in continuo divenire. Ecco il mio percorso. La mia nascita in rete ha luogo con l’inserimento di alcuni scritti e con la gestione della sezione di letteratura comparata in un sito prevalentemente letterario. Insieme al giovane bibliotecario amico, oggi prematuramente scomparso, lanciamo un forum che diventa un punto di incontro e di discussione per chi si interessa di libri e di scrittura. Dopo un po’ di tempo dò inizio alla mia attività di bibliofilo/bibliomane e comincio ad occuparmi di libri su uno spazio dedicato ai libri e chi ruota intorno ai libri, siano questi scrittori, librai, editori, lettori. Il mio motto è “ogni uomo è un libro”. La passione per la lettura, mi porta a scrivere, comincio a credere che sia possibile diventare scrittore, mi accorgo però di essere solo un bibliofilo che sta diventando un bibliomane. Apro, allora, il mio blog che vuole essere una espressione più personale dell’amore per i libri e la comunicazione, ma non mi soddisfa la realtà limitata di questo blog che è nazionale. Dopo un po’ decido di aprire un mio spazio su “myspace” che ha una dimensione planetaria, illudendomi di poter raggiungere i lettori dell’intero pianeta. E’ chiaro lo scollamento che si è verificato tra quella che è la mia realtà reale e quella virtuale! Mi illudo di avere così abbastanza spazio per comunicare. Ma se questi sono i contenitori bisogna solo metterci il contenuto!

Non soddisfatto di questi spazi, poiché non si può vivere senza politica, riprendo a frequentare un sito che della politica fa la sua passione centrale: il “legno storto” che nasce dall’idea che Kant ebbe dell’uomo: raddrizzarlo!. Ed eccomi, allora, a prendere parte a discussioni nei relativi forum, chiacchiere interessanti o banali, come interessante e banale può essere l’esistenza di ognuno di noi nella sua quotidianità. E’ lecito, quindi, chiedersi quale sia il senso di tutto ciò. Voglio dire la ragione di questa caparbia volontà di scrivere, comunicare, presenziare, farsi sentire, anzi leggere, interagire, incontrare e scontrarsi con gli altri i quali, dopo tutto sono e restano, tranne eccezioni, esimi sconosciuti antagonisti su tutto. Tutto si spiega con la natura del fenomeno che va sotto il nome di Internet.

Senza dubbio Internet è la più recente e più sofisticata forma di informazione che l’uomo abbia mai inventato. Grazie ai motori di ricerca tutti sono in condizione di ricevere informazioni su tutto. Ed è così che Internet è diventato il luogo in cui si può trovare di tutto, conoscenze individuali e collettive messe insieme sinteticamente dalle iniziali di tre parole che io ritengo fondamentali per capire l’era che stiamo vivendo. Datemi una linea telefonica ed io vi Connetterò al mondo. Ed è vero perché se vuoi entrare nel mondo e quindi Accedervi devi avere una linea telefonica. Il passo successivo dipende solo ed esclusivamente da te che stai alla tastiera: potrai assumere il Controllo di ciò che cerchi, quello che scrivi e a chi lo dici, per farne quello che credi. Ed ecco svelato il segreto delle tre fatidiche lettere che possono sintetizzare il senso di Internet: Connessione - Accesso - Controllo.

Da tutto ciò si capisce quanto sia grande il ruolo che svolge l’informazione, il modo con il quale noi la riceviamo, come la gestiamo, e sopratutto quale sia l’azione che la stessa svolge sulle nostre vite. Sono coinvolti destini individuali e collettivi in maniera consapevole e non, al semplice tocco del tasto del telecomando o del mouse. Quella che fa la differenza col passato per quanto concerne la gestione della conoscenza è la velocità con la quale queste conoscenze possono essere usate, trasmesse, trovate, filtrate, “gestite” appunto, come mai si è fatto prima. Basta fare il confronto tra dieci minuti di navigazione in Internet con dieci minuti passati in biblioteca oppure a passeggiare per rendersi conto della mole di informazione che si può ricevere. Non solo: ciò che stupisce è la possibilità di creare realtà che non esistevano prima, “virtuali”, appunto, sulle quali spingere la fantasia facendola diventare “realtà”. Tutto ciò può essere facilmente fatto a parole, con immagini, con suoni, trasferire il tutto altrove, conservarlo e ancora una volta trasformarlo.

Sembrerebbe tutto bello, affascinante, possibile. Ed invece le cose non sempre stanno così. Internet è solo un “modo” per affrontare la grande mole di conoscenze umane. Il “come” usare le stesse non ci viene detto da nessuno. Le conoscenze tradizionali dei nostri padri e nonni erano conoscenze che avevano anche un “respiro” in profondità, per contesti ed esperienze dirette, quelle di Internet corrono il grosso rischio di rimanere conoscenze di “superficie”. A questa prima obiezione che si può fare a Internet se ne aggiunge un’altra: quella per la quale potendoci noi tutti collegare dappertutto e così accedere alle informazioni, potremo gestire e controllare ovunque tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Il che vorrà dire che potremo lavorare ovunque. Ma ciò significherà anche perdere quello che i latini chiamavano “genius loci” vale a dire perdere il senso dello spazio a cui noi tutti apparteniamo, in termini di radici, tradizioni, origini. C’è allora il rischio di diventare sì “globali” ma “delocalizzati”, “multiculturali” ma “apolidi”, insomma tanti “uno-nessuno-centomila”.

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