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Lettera a D.

Un ragazzo di 14 anni, si e’ suicidato ieri a Ischia. I genitori del ragazzo, che vivono a Lacco Ameno, avevano allertato le forze dell’ordine per la sua scomparsa; poi la scoperta del corpo dell’adolescente, che si era impiccato a un ramo di un albero in appezzamento di terra poco lontano dalla sua abitazione. Secondo la madre la delusione di D. era legata a una fama di “secchione” e dal voler frequentare il liceo anche nei giorni di sciopero. Non era stato votato dai suoi compagni quando si e’ candidato a rappresentante di classe. La salma del ragazzo e’ stata trasportata a Napoli per l’esame autoptico disposto dal magistrato che vagliera’ anche le testimonianze di docenti e studenti del liceo.

Caro D.

Domenico, Dino, Dante, Davide, Duilio? Non so il tuo vero nome. Ma la conosco quella classe, li conosco quei tuoi amici, la conosco quella parola che ti avevano affibbiato con crudeltà, “secchione”, che fa rima anche un’altra ancora più terribile di questa e che ricorre con disprezzo nei confronti di chi tra di voi fa il suo dovere di studente. Ma io non conosco te. Ed eccomi a scriverti ora che non ci sei più. Cosa c’era in quella tua testa quando hai deciso di appenderti a quell’albero, in quel terreno poco distante da casa tua? Lunedì prossimo avresti compiuto 15 anni e li avresti potuto festeggiare coi tuoi amici, prima in classe, poi in riva al mare con lei che ti aveva preparato un regalino con un biglietto. Avreste potuto consumare l’ultimo gelato della stagione e poi sareste andati a sera in pizzeria. Lo so che tu avresti preferito rimanere a casa a studiare per l’interrogazione di latino di martedì. Non eri rimasto soddisfatto l’ultima volta anche se la prof aveva detto che, in quella classe, eri l’unico a cui piaceva una lingua vecchia di duemila anni. Ma tu eri fissato coi paradigmi e non riuscivi a memorizzarli nella maniera giusta. Ricordo ancora quella interrogazione di inglese durante la quale avevi fatto un parallelo tra i verbi latini e quelli inglesi. La povera prof rimase secca, lei che, scommetto, non aveva studiato il latino e non sapeva di che cosa tu stessi parlando. Io, che ai miei tempi non studiavo molto e che non amavo affatto il latino, ogni qualvolta dovevo conferire mi sentivo ancora più ignorante di quanto la mia pagella potesse già indiscutibilmente dimostrare. Un tormento al pensarmi impalato davanti alla cattedra, col libro tra le mani a cercare di tradurre quel brano di autore latino scritto duemila anni orsono. E tu, invece, sempre pronto a snocciolare temi, desinenze, accenti, suffissi ed infissi. La media del nove. Il preside ha detto che avevi quella media negli anni scorsi e sicuramente avresti preso dei dieci quest’anno. Ma quando nell’assemblea di classe ti sei candidato a fare il rappresentante hai fatto scatenare la rabbia, l’invidia, le gelosia dei tuoi compagni i quali non avrebbero potuto sopportarti anche come loro rappresentante. Ed infatti non ti hanno dato nemmeno un voto. Ed allora tu, per disperazione hai preso quella estrema decisione. Hai scelto la corda per porre fine al tuo tormento. Non so davvero cosa pensare di questo tuo gesto folle, tu tanto intelligente, eppure tanto fragile. Non dovevi farlo. Non è vero che muore giovane colui che al cielo è caro come diceva il greco Menandro. Ma chi c’è in cielo che pensa una cosa del genere? Chi può volere la morte di una tanto giovane e fragile vita? Eppure sento che tu non sei morto invano. In tanti, adulti e giovani ti ricorderemo per sempre e per sempre penseremo alla nostra colpa per non avere compreso la tua fragile intelligenza.

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