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Che cos’è un libro. Una pillola?

Un libro – questo libro – è magico come tutti i libri lo sono. Ciascuno a suo modo ha un’anima speciale, piccola grande, da viaggio o da poltrona, da metrò o da letto matrimoniale, ma sempre un’anima fatta di parole e di pensieri, di descrizione di cose e di persone, quindi poetica e viva. Leggere è vivere, magari attraverso gli occhi di un altro, il Signor Autore. In questo modo si esce per un poco fuori di sé, dimenticando i problemi e gli assilli mondani per calarsi in un altrove sovente straniero e sconosciuto. E’ questo “altrove” miracolosamente calma e lenisce. Sì, avete letto bene, ma nel vostro cuore di lettori lo avete sempre saputo: il libro guarisce.

Ne sapeva qualcosa il tormentato Vincent Van Gogh, inviato nella triste regione mineraria del Borinage, fra nere colline di terril composte di scarti di carbone, a predicare la parole di Dio alle povere famiglie. Il Nuovo Testamento gli faceva da cuscino e da sostegno per affrontare le miserie di un mondo di poca speranza e l’aiutava a non perdere del tutto la testa. Ma la testa infine la perse per la semplice ragione che la predicazione non era la sua strada e se ne tornò a casa sconfitto. Intanto, però, col carboncino, aveva iniziato a disegnare e aveva imboccato la via dell’arte. E ne sa qualcosa oggi lo scrittore turco Orhan Pamuk che, nel suo saggi Autore implicito scrive che la letteratura gli è necessaria come un farmaco, come una medicina da prendere ogni giorno per sopravvivere. Ma la medicina, è ovvio, deve essere buona. “Un brano di romanzo forte, intenso e profondo, mi rende felice più di tante altre cose” scrive Pamuk.

I libri: mi viene spesso da pensare che sono come piccole bombe a tempo. A volte, poderose, ti sconvolgono e cambiano subito il corso della tua vita. A volte invece sono solo petardi corti: un pò di rumore e pochi secondi di allegria. Altre volte, sono fuochi d’artificio che non ti aspettavi proprio: ti divertono e lasciano un odore di combusto nell’aria attorno a te, qualche ricordo di effervescenza e un pò di gioia nel cuore. Ma con un libro qualcosa succede sempre, anche quando lo acquisti e te ne dimentichi mettendolo via. Prima o poi in casa tua qualcuno lo prenderà in mano, lo aprirà, e…

Vi siete mai chiesti quanti libri può contenere una casa? Tanti. Ne sanno qualcosa i bibliofili che posseggono pareti e pareti foderate di volumi antichi e pregiati, oppure particolarmente “speciali” e di grande valore. Il caustico Carlo Dossi se l’era presa con una certa categoria di collezionisti che, a suo dire, acquistavano ma non volgevano pagina alcuna, e li paragonava agli “eunuchi di un harem”. La forma di un libro dà sicuramente godimento, ma anche ciò che vi sta scritto conta, più che per l’anima che dimora dentro che per senso estetico.

“Un libro deve essere l’ascia adatta al mare ghiacciato che c’è dentro di noi” aveva scritto Franz Kafka. Io conosco un grande collezionista svizzero che tiene i pezzi più rari in un caveau con porta blindata e a temperatura monitorata. Forse questo tipo di collezionismo è eccessivo, ma non dispiace. Del resto, chi ama il vino d’annata fa altrettanto, ma un libro offre un sapore tutto suo a una serata e anche se, contrariamente a una bottiglia di vino, non si può condividere subito con gli amici, dura ben di più nella memoria. Comunque, guai a prestarlo! Nella mia biblioteca di casa un cartoncino reca scritto, a monito d’ogni mio slancio di generosità, la seguente filastrocca: “triste la sorte/dei libri prestati/spesso perduti/sempre danneggiati”.

Al massimo, in caso di vivace entusiasmo, se ne può consigliare l’acquisto, oppure ancor meglio regalarne con molto affetto una copia. Oscar Wilde era però scettico: “Insegnare alla gente a leggere è un compito inutile e insieme arduo, perchè capire ed apprezzare la letteratura è questione di temperamento e non di insegnamento; non vi sono manuali che insegnino la via per il Parnaso e non tutto quello che si può insegnare è degno di essere insegnato. Ma spiegare alla gente cosa non leggere è affare ben diverso e io oso raccomandare questo come una missione”. Oscar Wilde finì in prigione e si salvò l’anima con i pochi libri avuti a disposizione, scrivendi poi con il cuore esulcerato il suo testo più autentico che è La ballata del carcere di Reading a riprova del fatto che anche scrivere è altamente terapeutico e deriva perlopiù da un innato talento e da anni di buone letture.

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