Le parole sono le “puttane” di tutti

Le parole sono le "puttane" di tutti che il copy-writer rende vergini. Nell'epoca del tutto e del contrario di tutto; dove ogni idea è già obsoleta ancor prima di essere vista, sentita o letta, il solo modo per comunicare bene, è saper comunicare! Questo libro si legge tutto di un fiato per diverse ragioni. La prima perché riguarda la scrittura fatta da altri, la seconda perché dietro il nome del protagonista si cela un vero ex-primo ministro, anzi ex-primo ministro di attualità uscito di scena da poco, terza perché in esso si ritrovano tutte le moderne tecniche di scrittura e di comunicazione, e poi per ultimo è un buon thriller con un colpo di scena finale quanto mai attuale. La “scrittura fatta da altri”, altrimenti detta in inglese “ghostwriting” è una tipica attività moderna, ma forse non tanto, se si pensa al lavoro che facevano un tempo gli amanuensi i quali quasi certamente non si limitavano solo a copiare o registrare parole e scritti altrui, ma certamente scrivevano anche per altri. Erano i così detti “ghost-writers”, “scrittori fantasmi”.In rete ci sono diverse agenzie di scrittura che fanno lavori di questo tipo, spesso denominato “editing” moderni schiavi della penna che per vivere scrivono, inventano, rielaborano pensieri altrui, oppure addirittura danno pensieri a chi non ne ha affatto.

“Nel momento in cui seppi come era morto McAra avrei dovuto alzare i tacchi e andarmene. Solo adesso me ne rendo conto.” Chi parla è un ghostwriter di professione. Cinico e con una buona dose di disincantato umorismo, abituato ad aver a che fare con star del rock al tramonto e piccole celebrità, non esita ad accettare l’incarico di lavorare sulle memorie del Primo ministro britannico uscente Adam Lang, memorie attesissime e scottanti. Per lui è una grande occasione, resa ancora più allettante da un compenso astronomico impossibile da rifiutare. Ben presto, però, il ghostwriter capisce di aver fatto un terribile errore. Qualcun altro si era già dedicato allo stesso progetto, morendo in circostanze palesemente sospette solo qualche giorno prima. Ma ormai è troppo tardi: il controverso ex premier si rivela un personaggio con un passato pieno di segreti che tornano a tormentarlo, segreti che hanno il potere di uccidere.

Ambientato in pieno inverno nella dorata reclusione di una residenza di lusso a Martha’s Vineyard, “Il ghostwriter” è l’avvincente e realistico romanzo di un autore entrato a pieno titolo nel ristretto gruppo di cui fanno parte Forsyth e le Carré; la più tagliente incursione di Robert Harris nella fiction politica dai tempi di “Fatherland”.”Fra i tanti vantaggi del mestiere di ghostwriter uno dei principali è la possibilità di conoscere gente interessante. La metà del lavoro di ghostwriter consiste nel fare scoperte sugli altri.” Il romanzo forse non sarebbe avvincente com’è se Harris non partisse da uno straordinario punto di osservazione, calando(ci) nei panni del protagonista, un ghost writer osannato tra gli editori, e chiamato a «salvare», con il suo editing, la pizzosa biografia di Lang, abbandonata (causa suicidio) dal precedente ghost writer (già portavoce del leader). Tra colpi di scena e indagini, tra il passato «narrato» (e re-inventato) e quello «reale», si intreccia un giallo a più piani. Lang è uno straordinario mentitore, e il suo nuovo ghost writer lo scopre per gradi: «Scrivere una biografia - dice - è psicanalisi».


Ma allo stesso tempo, Lang è carismatico, e il protagonista ne è attratto, calamitato e quasi sedotto. Lui, che ha una ragazza pacifista e di ultrasinistra, che vorrebbe Lang alla sbarra, deve scrivere per lui dichiarazioni che dribblano giornalisti e magistrati. Lui, che si vanta di «non sapere nulla di politica», si deve calare in un mondo nuovo. C’è un po’ di Pigmalione, un po’ di Loosey (quello del memorabile The dresser, il servo di scena), un po’ di Alice nel paese delle meraviglie. E ci sono anche la soluzione del giallo, un colpo di scena, e il vero motivo per cui lo scrupoloso e pedante collaboratore James McAra si è tolto la vita. Ma poi c’è anche il confronto fra due mondi, e la scrittura che si avvolge su se stessa. Il protagonista ha una sola settimana per rendere sexy un manoscritto custodito con lo stesso livello di sicurezza della riserva aurea di Fort Knox. Il testo di McAra inizia come le più polverose e scontate memorie: «Lang è un patronimico di origine scozzese, e la mia famiglia ne va fiera…». Il libro che il nuovo ghost writer scrive ha un altro passo: «È per amore che sono entrato in politica. Per una donna venuta a bussare alla mia porta in una piovosa domenica pomeriggio…».

È interessante che nel libro di Harris ci sia un confronto fra grandi scuole. In Italia, invece, domina il fai-da-te. Certo, si ricorda il famoso discorso scritto nel 1994 da Giuliano Ferrara per Silvio Berlusconi (con tanto di stretta di mano in Aula a Napolitano). E si è dimenticata la biografia che Umberto Eco compose per Marco Pannella (al leader radicale non piacque). Achille Occhetto si affidava a un amico intellettuale, Giaime Rodano, che gli mise in bocca l’Ulisse di Tennyson nel congresso della Bolognina. Piero Fassino si è fatto biografare da un giovane dirigente diessino, Fabio Nicolucci. Walter Veltroni ha un ghost occasionale, Ugo Riccarelli, scrittore, che ha vinto lo «Strega» (dicono grazie a lui, ma è una cattiveria), e uno «industriale», Claudio Novelli (che era uno storico). Alessandro Campi, colto professore, scrive le tesi del Fini «sarkosiano», ma poi il leader, come tutti gli altri, fa da sé per il resto. La verità è che in Italia il Ghost writer non sarebbe stato mai scritto, perché il vero ghost writing non esiste. Purtroppo, è il caso di dire”.

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