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C'è arte e arte

L'arte è, da sempre, antipatica. Basta che sia contemporanea. Ai suoi tempi è stato contemporaneo Michelangelo, e già nel 1541 il cardinal Gonzaga riceveva una lettera indignata circa gli «ignudi» della Cappella Sistina. Era un contemporaneo di Caravaggio, grande «refusé» per l'esplicito realismo della sua Vergine sul letto di morte, censurata duecent'anni prima degli impressionisti non ammessi ai Salon parigini. E prima dell'accezione negativa alla base del suffisso -ismo che connota le avanguardie del Novecento, ci sono le molte stroncature coeve ricevute da illustri artisti del passato. Ma oltre alla penna dei critici (Michelangelo s'è beccato del «fanfarone», e Caravaggio ha dovuto attendere un grande storico dell'arte come Roberto Longhi per essere «riabilitato») quante volte è stata la lingua del popolo (oggi si direbbe dei «non addetti ai lavori») a condannare e sbeffeggiare le novità artistiche?

Oggi i critici non stroncano più nessuno, ma l’insofferenza popolare nei confronti della contemporaneità continua a esprimersi negli stessi toni di un tempo, quelli della satira e dello sberleffo. La commedia cinematografica ci offre Totò impegnato in una dissacrante performance ai danni di un «intenditore» o un Alberto Sordi e «signora», nei panni di due verdurieri romani anzi romaneschi alle prese con una problematica visita alla Biennale di Venezia. Infinite, poi, le vignette umoristiche che irridono, sulla «Settimana Enigmistica», all’enigmismo dell’arte moderna: Alighiero Boetti, uno dei più raffinati artisti italiani contemporanei, ne faceva raccolta, un po’ per gioco, un po’ sul serio. Ma Boetti era anche un campione di ironia e di autoironia, qualita, quest’ultima, che a dir la verità latita tra i suoi colleghi e i loro fiancheggiatori. Perché diciamolo: il mondo dell’arte contemporanea, serio senz’altro ma soprattutto serioso, fa poco o nulla per rendersi più simpatico. Se sono centinaia di migliaia i visitatori di mostre/mercato dell’arte d’oggi, sono rarissimi i profani che vincono quel sottile complesso d’inferiorità che li inibisce all’ingresso in una galleria, dove si trovano a fare i conti con personale un po’ snob e un po’ ostile, con opere «difficili» e spesso anche prive del «cartellino» che almeno riporti il nome dell’autore. «Profani», ancora, ma appassionati, che pure per «informarsi» dovrebbero ricorrere a riviste specializzate il cui linguaggio non è meno criptico delle opere pubblicate; appassionati, certo, e proprio per questo in una posizione scomodissima, collocati come sono tra una ristretta élite che li respinge e, appunto, Alberto Sordi che li deride.

 

Eppure appassionati: che visitano le mostre (anche se gli ex refusé, gli impressionisti, più accattivanti e oggi più tranquillizzanti, detengono ogni record d’incasso, lo dicono le statistiche) e i musei, e non soltanto gli affollatissimi Uffizi; che stanno garantendo il successo ai dipartimenti di didattica delle istituzioni pubbliche dedicate al contemporaneo che finalmente, anche in Italia, sono state attivate.

 

Appassionati e felici, per utilizzare un aggettivo scelto da Giorgio Guglielmino per il sottotitolo di questo libro, che è dedicato soprattutto a loro, perché l’autore è uno di loro. Questo popolo di aficionados non troverà, in queste pagine, tutto ciò che per uno dei cosiddetti «vizi del sistema» sembra dover far parte della scrittura sull’arte contemporanea: non troverà funambolismi in critichese, e neanche circonvoluzioni. Se è stato dimostrato che nella critica d’arte contemporanea l’espressione più usata è «about», «intorno a», qui si va dritti al cuore delle opere, perché queste non sono pagine di critica ma di «lettura». Guglielmino propone, attraverso la sua campionatura di 62 eventi, un viaggio nel settore dell’arte più impervio, perché «più contemporaneo», quello che decorre dagli anni settanta a oggi, attraverso un itinerario inedito, che tiene conto dell’incedere delle tendenze e delle neoavanguadie senza produrne la consueta, un po’ stantia e non del tutto chiarificatrice, successione meramente cronologica, per recuperare l’idea di opera, cioè di prodotto di individualità in dialogo con i nostri tempi e i nostri linguaggi. E a proposito di linguaggio, Guglielmino non ne diviene complice: ne produce un altro, il nostro, per spiegare e far capire. Impresa, quest’ultima, difficilissima, quasi quanto realizzare un’opera d’arte: parlare semplicemente di «cose» molto complesse; «dire» con poco ma in maniera inequivocabile, di ardue questioni. Ce lo hanno insegnato proprio gli artisti, ad esempio Kazimir Malevic («nel meno sta il più», diceva), padre di tanta arte contemporanea. Ma la sintesi degli artisti non può essere espressa con le stesse modalità da chi è chiamato a scriverne.

 

Questo libro, dove ogni opera viene considerata come un organismo vivente, e come tale «smontata» per mostrarne tutti gli elementi e i sistemi di funzionamento, parla di «contenuti» scottanti e ricchissimi, ma anche di «forme», dimostrando che questo secondo polo del problema arte, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, continua a impegnare i suoi attuali protagonisti, e il lettore vedrà come anche nel «fare» della nostra epoca, fortemente connotato dal pensiero, dal concetto e in certi periodi anche dall’immaterialità dell’opera, il mestiere dell’artista continua a dover fare i conti con una «fisicità» del prodotto e con una sua (sorpresa!) estetica.

 

C’è di più: se, oltre al fatto di essere spesso portatrice di angosce e di problematicità, l’arte contemporanea deve la sua scarsa popolarità anche alle sue quotazioni di mercato e alle misteriose dinamiche del suo commercio, Guglielmino anche in questo territorio prende per mano i suoi lettori, peraltro senza paternalismi, proponendo loro opere che proprio dal mercato delle aste hanno ricevuto una loro (forse temporanea, forse perfino definitiva) «ufficializzazione». Guglielmino non analizza direttamente le «performance» dei prezzi, ma attraverso la lettura delle opere ne rende, in qualche modo, ragione: l’opera diventa «arte» allorché veicolo di cultura. L’arte assume in tal modo un valore che non è esattamente sinonimo di prezzo. Queste sono le equazioni esemplificate dall’autore, collezioni, sta perché appassionato, e non viceversa.

 

Questo «libro di lettura» non piacerà ai «giacobini» e alle vestali del contemporaneismo, e neanche a chi fa dell’arte contemporanea uno status-symbol, o a chi va alle mostre non per guardare ma per farsi vedere. Chi sa già tutto lo sfoglierà e sarà disturbato dalla sua «banalità». Lo leggerà ma non lo citerà agli amici che sanno tutto come lui, però qualcosa ci dice che grazie a questo libro farà bella figura con loro.

 

Evidentemente non lo terrà sul tavolino in salotto, anche perché in qualche modo, inconsciamente, qualcosa gli dice che queste pagine, tutt’altro che dissacranti, sono comunque, in virtù della loro elementare e inedita semplicità, scandalizzanti, almeno quanto le opere cui si riferiscono. Chi invece non ha di quei salotti e di questi complessi, capirà, senza frustrazioni e appunto con felicità, che il bluff nell’arte contemporanea il più delle volte non sta nelle opere, ma in chi ne parla, e spesso ne scrive, senza saperle leggere.

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