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Come impiccare una donna incinta

Chi siamo? Ecco una possibile risposta a questa domanda. Gli esseri umani sono anche questo: Ieri si festeggiava l'Immacolata Concezione, la donna nella sua più pura bellezza. Proprio ieri ho visto impiccare una Madonnina. Un piccola donna. Non sono riuscito a decifrarne il nome. Il suo volto candido, prima di perdersi nel mare di internet, è approdato sul mio computer in navigazione notturna tra siti dove si parla di islam e di resistenza. Era incinta. La scena si svolge in Kuzhestan, nella sua capitale Ahwaz. Siamo nella regione dell'Iran a ridosso dell'Iraq meridionale. È abitata da arabi sciiti. C'è il 90% delle riserve petrolifere persiane. Qui negli anni '80 si scontrarono gli eserciti di Saddam Hussein e di Khomeini. I bambini venivano lanciati senza armi su campi minati con una chiavetta di plastica al collo, avrebbe aperto loro il paradiso. Ora da quelle parti c'è un movimento di resistenza democratica e nazionalista: sono sciiti ma arabi, vorrebbero essere indipendenti o almeno liberi. La protesta parte dalle università, come a Teheran. Alcuni coraggiosi osano volantinare richieste di libertà, se la prendono con i mullah di Qom.

Questa è blasfemia per i capi. Li si arresta con l’accusa di terrorismo. E la pena capitale è certa e viene praticata con riti di massa. Intanto procede, secondo antica tecnica staliniana, lo spostamento delle popolazioni. Ormai gli arabi sono scesi in questa zona al 50 per cento, la terra è colonizzata dai persiani i quali occupano le posizioni di rango. Mi dilungo, lo so. La digressione è un espediente per me, voglio rallentare il film, dimenticarlo. Si vede una spianata gonfia di gente. La telecamerina si fa largo a stento, si capisce che siamo in una periferia brulla. Alcuni militari con la bustina nera e le camicia bianca dalle maniche corte sono in prima fila, cercano di mantenere una posizione privilegiata. Non è un’orda sbrindellata, ci sono uomini in giacca e camicia ben abbottonata, quieti e pasciuti, a dirigere le operazioni. Niente sembra preparare la morte, siamo in una festa di paese. Come se fosse un teatro e si aspettasse la star, ci si frega le mani, c’è un vocio allegro. Tra i notabili cinquantenni, dalle guance grasse, due fuscelli: sono ragazzi giovanissimi, avranno diciotto anni, coi calzoni scuri e la camicia di un bianco sporco, magri magri, le mani dietro la schiena, gli occhi chiusi.

Ma ecco una ragazza, ha la pancia con le linee morbide, è incinta. Il suo vestito è nero, ha il chador che le circonda il viso, una bella faccia di studentessa, con le labbra esangui. Non sapendo nulla, pensavo fosse la sorella o la moglie di uno di quei condannati. Intanto la folla rumoreggia, inneggia o maledice. Qualcuno grida all’altoparlante la sentenza. Si sente il motore di un camion. No: è un’autogrù. Ed ecco il signore grasso con l’aria del piazzista di provincia prende confidenza con la ragazza, mi pare le accarezzi la nuca. In abito grigio, a suo modo elegante, con gesti svelti e sicuri, stringe qualcosa alla gola della ragazza, forse un bottone, penso. È la corda invece, si scorge il groppo sotto il mento bianchissimo. Dio, la impiccano. La ragazza ha gli occhi aperti e sperduti. Lentissimamente la ragazza ascende verso il cielo, senza strappi, come i bambini immaginano facciano gli angeli. Sta in mezzo ai due compagni. Si ode un grido fortissimo, lacerante: Al-lah-ak-bar! Al-lah-ak-bar! Allah è grande! Non finisce mai questo urlo di sciacallo, mentre il riso di scherno della folla gareggia con il rombo del diesel. Le funi sostengono un palo parallelo al terreno da cui pendono i tre impiccati. I ragazzi hanno le mani dietro la schiena, forse hanno la benedizione di morire subito: non si agitano più dopo tre secondi. Ma la ragazza vuole vivere, o forse è la creatura dentro di lei. Sente battere i piedini nella pancia e allora li sbatte anche lei.

La catena alle caviglie è larga, i calzoni neri sporgono da sotto la veste nera, ma i piedi sono bianchi. Due minuti batte i piedi. Com’è possibile questo orrore? Come si fa ad ammazzare le donne incinte? Da quale barbarie arriva questa realtà? Dura due minuti e quarantanove secondi il film. Andrebbe trasmesso nelle trasmissioni dove si parla di Iran, bisognerebbe che chi invoca l’Islam come interlocutore serio per la pace, commentasse questa roba, piangesse su questo scempio. Se dico che questo grido Allah akbar fa schifo, sono passibile di qualche cosa che somigli alla discriminazione? Non può essere vezzeggiato uno Stato dove si ammazzano le donne incinta. Come ha fatto quell’uomo, il notabile azzimato a non tagliarsi la mano che è stata l’ultima a toccare vivo il collo bianca della studentessa? Dopo aver visto queste sequenze che superano in orrore le decapitazioni ho cercato di recuperare qualche notizia. Come per capacitarmi.

C’è un sito di un movimento indipendentista. Riferisce che queste esecuzioni sono state eseguite ai primi di novembre, ma non ne parla nessuno. Recupero una dichiarazione del portavoce del movimento di liberazione nazionale del Kuzhestan. Il quale denuncia «l’odio razziale persiano». Sostiene: i tre «distribuivano volantini», tutta lì la loro colpa. La ragazza è una «studentessa incinta e sposata». Hanno ucciso la madre e il bambino, perché «contro il nemico il Persiano non prova compassione né pietà, anche se è il feto che una donna ha in seno». Si firma Brother Nassar Ahmed Al Sheikh Khaz’al. Chiede una mano ai fratelli iracheni di Basra (zona sciita) perché aiutino a diffondere in tutto il mondo questo film e salga la protesta universale. Ci proviamo noi. Fate circolare questo film, non fatelo vedere ai bambini. Il nostro ministero degli Esteri può dirci qualcosa? Può chiedere informazioni all’ambasciata iraniana?

KUZHESTAN

Il Kuzhestan, dove è avvenuta l’impiccagione di una donna incinta, è una provincia iraniana al confine con l’Iraq. Qui viene estratto il 90 % del greggio iraniano. ZONA TURBOLENTA Si tratta di un’area spesso al centro di scontri fra tribù di origine araba, che da sempre vivono qui, contro persiani di recente immigrazione. LOTTA ARMATA In questa zona di confine agiscono diversi gruppi armati, fra cui Fronte democratico popolare del Khuzestan, un gruppo indipendentista.

Renato Farina

Da: LIBERO, oggi 9 dicembre anno Domini 2007

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