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Esordienti da spennare

È probabile che molti aspiranti scrittori abbiano avuto a che fare almeno una volta nella vita con i cosiddetti "editori a pagamento", che chiedono soldi all'autore in cambio della pubblicazione. Il fenomeno è noto da tempo, tanto che già nel 1988 ne Il pendolo di Foucault Umberto Eco aveva coniato l'acronimo Aps (Autori a proprie spese) e descritto le vicende di un editore che pubblica anche componimenti di aspiranti scrittori facendosi pagare e mettendo in campo una serie di strategie volte a ingannarli rispetto alle effettive prestazioni offerte in cambio del denaro. Un fenomeno che negli ultimi anni si è accresciuto a tal punto da far credere a molti che pagare sia l'unica via percorribile per esordire.

Talvolta allo speranzoso esordiente si domanda di sborsare anche cifre davvero ragguardevoli, nell’ordine dei 5-6mila euro. Spesso in cambio di niente. È l’acquisto di copie il metodo più utilizzato dagli editori a pagamento per spillare quattrini agli scrittori esordienti. Solo che il libro in questione, anche laddove venisse effettivamente stampato, non beneficerà di alcun tipo di promozione e soprattutto non verrà distribuito o quasi. In sostanza, con grande difficoltà arriverà sullo scaffale di qualche libreria. Oltre al danno, la beffa.

Quello dell’editoria a pagamento è un fenomeno diffuso, tanto che in molti casi gli stessi scrittori esordienti sono portati a considerarlo “normale”: si pensa cioè che solo pagando sia possibile pubblicare un libro. In realtà, nella maggior parte dei casi, l’esborso di denaro non porta alcun beneficio: l’unico risultato sarà l’alleggerimento del portafogli del malcapitato. In alcuni casi si possono ravvisare gli estremi della truffa commerciale, e quindi ci si può rivolgere a un buon avvocato per far valere le proprie ragioni, ma in linea di massima l’autore si troverà con le mani legate perché lui stesso avrà firmato un contratto che il sedicente editore si guarderà bene dal violare. In sostanza, sebbene il loro comportamento si possa ritenere biasimabile dal punto di vista etico, gli editori a pagamento agiscono sulla base di un accordo sottoscritto dall’aspirante scrittore che accetta di pagare per veder pubblicata la propria opera. Salvo poi sentirsi raggirato perché le sue attese sono andate deluse.

Questo libro nasce per capire come funziona il mondo dell’editoria a pagamento, per individuare i metodi e le strategie più diffuse tra coloro che si definiscono editori, ma chiedono un contributo economico agli aspiranti autori. È giusto pagare per essere pubblicati? È proprio vero che non c’è alternativa? Come funziona, invece, l’editoria seria? Come rendersi conto se chi abbiamo davanti ci vuole fregare, prima di siglare un accordo-capestro?

Avere a che fare con gli editori a pagamento è fin troppo semplice: basta spedire loro un nutrito pacchetto di fogli di carta con su scritto qualunque cosa. In tempi stretti risponderanno per dire che l’opera è buona, proponendo un contratto di pubblicazione che prevede il pagamento di una determinata somma da parte dell’autore. Io stessa ho inviato il dattiloscritto Racconti d’America e altre storie a una lista di nomi “sospetti”. Poi è bastato aspettare. Al mio appello da esordiente hanno risposto praticamente tutti i destinatari del plico. Tutti, senza eccezione alcuna, per comunicarmi di essere interessati a pubblicare il libro, ma solo dietro contributo dell’autore.

Il primo elemento da chiarire è la natura del materiale che ho inviato alle case editrici: un “fritto misto” privo di coerenza tematica e stilistica, squilibrato nella struttura e messo insieme in dieci minuti incollando una serie di reportage scritti da me nel corso degli ultimi anni assieme alla parte iniziale del libro Bananeros, pubblicato qualche tempo fa da Terre di mezzo Editore. Intendiamoci, il rispetto delle elementari norme grammaticali e sintattiche era garantito, ma certo il testo non si prestava per essere pubblicato in una collana di narrativa. L’obiettivo era cercare di capire se veramente gli editori a pagamento pubblicano qualunque cosa ricevano, abdicando con ciò alla funzione prima che un editore serio è chiamato a svolgere: la selezione, la scelta. Ebbene, sì: come si diceva, i destinatari del manoscritto - che è stato inviato in alcuni casi per posta elettronica e in altri su supporto cartaceo - hanno risposto, comunicandomi che giudicavano l’opera pubblicabile (dietro pagamento, s’intende).

Il secondo punto da precisare è il criterio con cui sono stati selezionati i destinatari: si trattava di “editori” il cui nome saltava fuori da esperienze di esordienti beffati, raccolte nel corso delle ricerche preliminari svolte per l’inchiesta. Ho continuato a mostrarmi interessata alle proposte che di volta in volta mi venivano avanzate fino al momento in cui gli editori hanno spedito per posta il contratto di pubblicazione, in modo da avere le condizioni dell’accordo nero su bianco. A quel punto, in veste di aspirante scrittrice ho telefonato alle case editrici per chiedere informazioni e chiarimenti: dalle conversazioni con i sedicenti editori sono emerse le logiche del loro operare, le giustificazioni addotte e, spesso, tutti quegli elementi che non risultano nella proposta contrattuale perché sfavorevoli per l’autore. Naturalmente gli editori contattati per la stesura di questo libro sono soltanto un campione esiguo della folta schiera di quanti chiedono soldi agli autori per pubblicare. L’inchiesta, dunque, non ha alcuna pretesa di esaustività, anche se ci sarebbe piaciuto molto poter censire tutti gli editori a pagamento italiani e indicare, per ciascuno di essi, le strategie messe in campo. Ma sono davvero troppi.

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